L’azzardo-Meloni, stare alla finestra

13 Febbraio 2021

 

I politologi d’ogni rango e colore pregustano lo spettacolo con evidente impazienza: la politica italiana retrocessa all’anno zero, assetti di centro destra e centro sinistra destrutturati da una violenza sismica di imprevista portata. I pentastellati, pur con morti e feriti fra le truppe, hanno infine detto sì a Draghi incassando sostanziose promesse in materia di Green Economy. Il discusso Zingaretti s’acconcia a sedere allo stesso tavolo di Salvini ma s’ingegna a smascherarne l’improvvisata conversione europeista con stratagemmi un tempo cari alla Santa Inquisizione. Il leader leghista, a sua volta, apre a Draghi non tanto per spianargli la strada quanto per lastricare di spine quella di Zingaretti e dei 5 Stelle. Insomma, una vasca di piranha costretti dall’emergenza nazionale a recitare in veste di comunità cenobitica. Interessante spettacolo. E infine Lui, Draghi, sobrio e sornione, impeccabile nel bon ton dell’uomo di mondo che, superando tutti di parecchie spanne, può permettersi di  mettere tutti – persino Grillo – a proprio agio. Il rischio che è chiamato a fronteggiare è capitale: un governo di tutti  è sempre a un passo dal diventare il governo di nessuno. Scenario tremendo ora che il tempo delle pratiche dilatorie e dello sfinimento trasformista è scaduto e occorre incidere a fondo sulla natura stessa della pratica politica riducendone le mediazioni e mettendone a tutto regime la responsabilità decisionale. Perfette le carte di Draghi: polso, autorevolezza di un indiscusso prestigio internazionale, forse parecchi protettori in paradiso, di certo uno al Quirinale. S’aggiunga il potente deterrente in grado di tacitare ogni settaria obiezione, cioè il baratro economico-sociale cui siamo tuttora pericolosamente vicini. Né manca, riguardo al delicato rapporto col centrodestra, la forza simbolica e garante del feeling con Berlusconi, vecchio leone assai più persuasivo e autorevole ora che non ha più forze per ruggire ma buon senso da spendere al servizio del Paese. Il ruolo di Forza Italia potrebbe in questo senso rivelarsi strategicamente decisivo. Se infatti l’impressione iniziale fu che, col liberaldemocratico Draghi, la palla, per affinità di visione, fosse passata in area centrodestra, la composizione del nuovo esecutivo ci rivela oggi un quadro assai più complesso e dinamico. Non a caso il sorvegliato speciale è appunto lui, il famoso e mai tanto chiacchierato centrodestra. Che succede sotto il suo tetto? Berlusconi, Salvini e Meloni sono solo ‘separati in casa’ o destinati  a inevitabile divorzio? Tanto per cominciare, la parola centrodestra non ha quel che diremmo uno ‘statuto culturale a prova di bomba’. La coalizione, pur con ottime performance elettorali e persuasivo appeal ideologico, è in realtà un contenitore di materiali solo in parte omogenei: nazionalismo isolazionista e convinto europeismo, protezionismo e liberismo, atlantismo e antiamericanismo, modellistica istituzionale divaricata fra centralismo statale e localismo autonomista. Cosa l’ha tenuta, e potrà ancora tenerla insieme? E’ e resta il punto di convergenza di interessi materiali e valori simbolico-ideali di un vasto arco interclassista, dall’artigiano al grande capitale, di cui interpreta cuore e portafoglio, istinti identitari e umana aspirazione a ottenere benessere per sé e a crearlo per gli altri in un quadro di ragionevole libertà individuale. Ma la Meloni si smarca e decide di stare in finestra, riservandosi di scegliere dal menù di volta in volta proposto quel che le piace e di rispedire il resto al mittente. Ha inteso l’eccezionalità della situazione e i vincoli moralmente obbliganti dell’unità nazionale? Ha senso quel restare tutta d’un pezzo se il resto intorno a lei è repentinamente mutato e sbriciolato?  Resta l’unica sovranista vecchio stile rimasta su piazza. L’asse con Salvini, se mai c’è stato, è archiviato. Il leader leghista  pare guadagnato all’idea che l’interesse nazionale non è questione dogmatica ma pragmatica. Dunque, se l’europeismo, grazie al Recovery, è al momento più pagante e monetabile del sovranismo, occorre abbracciarlo pur con prudente discernimento. Eroica coerenza o angusto puntiglio che sia, la Meloni, sola contro tutti, si accinge a una difficilissima opposizione su cui la Lega non mancherà di spargere il sale della recriminazione. Salvini potrebbe fare anche di questo il tassello di una nuova strategia autopromozionale. Fallita l’ipotesi del partito in formato nazionale, il leader leghista ha infatti parecchie grane in casa e fuori. Ha incassato soddisfacenti dividendi nel nuovo esecutivo ma non definiremmo Giorgetti un ‘suo’ uomo. E il ritorno nell’originario alveo elettorale del Nord produttivo, che non digerì il reddito di cittadinanza, non sarà una passeggiata, piuttosto un’impervia quadratura del cerchio. Come reagirà alla tagliola della riconversione ecologica e dello sviluppo sostenibile – cuore del programma Draghi e asse della vitale tregua coi grillini – quella piccola e media impresa che, stremata dalla crisi, chiede libertà di manovra e non vincoli ambientali? Culturalmente parlando, la palla non è dunque caduta in area centrodestra. La convergenza su un modello di sviluppo finalmente sostenibile e veicolato da una risoluta rivoluzione digitale apre semmai a inedite alleanze strategiche fra tecnocrazie di frequentazioni  renziane e pentastellate. A caselle dell’esecutivo completate, è chiara la vitale scommessa del governo Draghi: fare della crisi l’occasione e il volano di un profondo ripensamento del sistema Paese. Tradotto: lasciar morire quel che deve morire per consentire la nascita di quel che merita di nascere. Prospettiva completamente condivisibile ma politicamente ‘cruenta’. Auguri al centrodestra di governo e a quello di opposizione .

Ada Ferrari

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