Inceneritore 1994 Referendum tradito

18 Febbraio 2021

Il 18 giugno 1994 a Cremona si svolge il referendum consultivo contro la localizzazione dell’inceneritore in via San Rocco. Data da ricordare per chi crede nella partecipazione e nella democrazia. Ma anche per chi non ci crede, per dimostrare che partecipazione e democrazia sono un’illusione. Una manciata di giorni dopo, infatti, la politica affossa il risultato e celebra il funerale della consultazione popolare.

La storia inizia il 9 luglio 1991: il consiglio comunale di Cremona delibera il sito e il capitolato d’appalto dell’impianto.

Il 27 ottobre 1993 due comitati promotori presentano istanza per altrettanti referendum.

L’8 dicembre 1993 viene concesso il nulla osta per la consultazione popolare sulla localizzazione del sito.

Il 18 dicembre nasce il Comitato per la raccolta firme.

Il 5 febbraio 1994 parte la raccolta. Ne servono 3.222.

Il 26 marzo 1994, sabato, alle 9,15 una delegazione del Comitato – c’è anche una bambina di 5 anni – deposita in comune 4.040 firme.

La leggenda riferisce che in sottofondo si sentisse Bob Dylan cantare: «There’s a battle outside/ And it is ragin’/ It’ll soon shake your windows / And rattle your walls/ For the times they are a-changin».  Ma i tempi non sono cambiati. E se qualcosa è cambiato non è stato tutto per il meglio.

Il quesito non è semplice da spiegare: se si vota Sì, si boccia l’inceneritore a San Rocco. Se si vota No, si approva. E’ il contrario di quello che si pensa.

Sono schierati a favore del , Forza Italia, Lega, Rifondazione, Club Pannella, Pri, Ccd, An, Cremona pulita, Wwf, Greenpeace, Leal, Lav Una, Autonomi.

Per il No, ci sono le truppe del Pds e Ppi, che amministrano la città.

I seggi vengono aperti alle 7. Hanno diritto al voto 64.224 cittadini. Alle le 21 viene superato il quorum del 50 per cento. Il referendum è valido.  Alle 22 si chiudono le urne e iniziano le operazioni di scrutinio.

Hanno votato 35.828 cremonesi, il 55,76 per cento degli aventi diritto. Lo spoglio non lascia spazio a dubbi: 20.338 cittadini, il 58,1 per cento, bocciano la localizzazione dell’impianto. I proponenti il referendum hanno vinto.   La localizzazione dell’inceneritore in via San Rocco è, per stare in tema,  incenerita.

La politica non ci sta.

Dieci giorni dopo, il 28 giugno, il consiglio comunale di Cremona approva con 21 voti favorevoli, 6 contrari, 1 astenuto, un ordine del giorno Pds-Ppi e respinge il risultato del referendum.

I referendari sono in aula. La tensione è alta. Non mancano cartelli e striscioni. Per regolamento i rappresentati del comitato possono intervenire. Bruno Poli, portavoce di Cremona Pulita, strappa gli applausi quando al termine della sua arringa urla: «Ladri di verità, di giustizia, di democrazia».

Anche Giove s’incazza. Manda un paio di tuoni e un’abbondante pioggia che, però, non attenua l’afa e l’amarezza per la sconfitta della democrazia.

Lo stesso giorno a Casalmaggiore viene approvato un ordine del giorno contro un elettrodotto. A Washington, ai mondiali di calcio, l’Italia pareggia 1 a 1 con il Messico.

Il referendum è tradito. La partecipazione popolare va a farsi fottere.

Alle casse comunali il referendum è  costato 173 milioni 634 mila e 915 lire spesi per allestire la consultazione popolare. Secondo alcuni, gettati al vento dagli amministratori comunali.

I lavori di costruzione iniziano le prime settimane del 1995. Nel novembre 1997 Pier Luigi Bersani, ministro dell’industria, inaugura l’impianto.

Dopo la delibera che vanifica il referendum, sul luogo dove è prevista la costruzione dell’impianto i vincitori della consultazione popolare ci piazzano una baracca, un presidio permanente chiamato Forte Apache.  Inizia una resistenza che non fermerà la decisione dell’amministrazione comunale. E’ un’avventura straordinaria di una convivenza tra i moderati di Cremona Pulita e gli Autonomi di Mario Bini.  Un’avventura quella di Forte Apache unica, che merita di essere raccontata a parte.

Dopo la costruzione, l’inceneritore vive di alti e bassi. Alterna periodi di tranquillità con quelli di polemica. Di annunci di morte e resurrezioni. Di fatto, continua a incenerire rifiuti anche se lo chiamano termovalorizzatore.

La sua vita è un diagramma sinusoidale che tende all’infinito. Come i gatti, l’impianto ha sette vite.   Ricorda Ercolino sempre in piedi, il pupazzo di successo della pubblicità Galbani che non cadeva mai.

Non c’è spazio per ripercorre le tappe dei de profundis e dei te deum.

Solo un cammeo del 2013 di Claudia Maria Terzi, allora assessore regionale all’ambiente e attualmente alle Infrastrutture trasporti e mobilità sostenibili, dopo essere stata per alcuni mesi deputata della Lega.

«Le scelte in tema di inceneritori — sottolineava l’assessore — non vogliono delegittimare il passato. Semplicemente, non ne abbiamo più bisogno. Sì. L’inceneritore di Cremona si trova tra le parti più basse dell’efficienza. Se dovessimo dare una pagella, i genitori non sarebbero contenti. E’ il motivo per il quale si vuole fare il revamping. Anzi, le notizie in mio possesso parlano di dismissione dell’impianto vecchio per realizzare una linea nuova. E’ infatti un po’ complicato fare un revamping con l’inceneritore di Cremona che è particolarmente vecchio. Magari è possibile dal punto di vista tecnico, ma non economico». (La Provincia, 20 dicembre 2013).

E’ freschissima la lettera che Lega Ambiente ha scritto a Gianluca Galimberti, sindaco di Cremona.  Il presidente dell’associazione Pier Luigi Rizzi chiede alcuni dati ‘per valutare e ipotizzare un eventuale scenario che porti alla dismissione dell’impianto di incenerimento’.

La giostra è ripartita.

 

Antonio Grassi

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