M5S e Italia dei Valori chi si somiglia si piglia

28 Febbraio 2021

Chi si somiglia si piglia. E dove mai poteva emigrare la pattuglia di dissidenti pentastellati in via  di espulsione se non all’ombra del partitino del senatore Di Pietro che, guarda caso, si chiama  appunto Italia dei Valori. Il che sottintende, con pregevole modestia, che l’altra Italia altro non sia che la cloaca dei disvalori. Una fatale attrazione ha dunque riunito nella ‘casa del Padre’ la prima generazione di pubblici fustigatori, attiva dai primi anni ’90, alla più recente, plasmata dalle alluvionali nevrosi giustizialiste del noto comico Beppe Grillo. Una vera élite di Incorruttibili. Magistrati i primi, politici i secondi: ma si sa che la differenza è del tutto marginale e le porte fra i due ambienti sempre più aperte e girevoli. Il cerchio si chiude dunque con la perfezione geometrica di un teorema su cui è il caso di riflettere. Sì, perché esauriti da un pezzo gli encomi che innalzarono il  pool di Mani Pulite alla gloria degli altari, eccoci al paradosso di  rimpiangere sempre più spesso il decoro almeno formale della prima Repubblica. Ed eccoci nuovamente a riflettere sul lungo filo, tenacemente rosso, che collega modalità e procedure del fragoroso abbattimento dell’Italia democristiana e socialista all’allarmante piega via, via assunta dal rapporto fra politica e magistratura. Filo rosso, appunto. E’ infatti innegabile che il fiuto degli inarrestabili segugi della procura di Milano procedeva ben più timido e incerto  quando le pentole da scoperchiare stavano sul lato sinistro del sistema. Tant’è che il partito comunista, oggi Pd, uscì quasi illeso da una mattanza che decimò il resto della classe dirigente. In nome di una vera o presunta emergenza morale giunse a conclusione traumatica un ciclo storico che, al netto di innegabili colpe, aveva tuttavia conservato un decente rapporto – dai centri studi alle scuole di formazione – fra politica e cultura. Il che consentiva al legislatore quella progettazione del Paese sul medio e lungo periodo oggi sostituita dal respiro corto di un miope ‘presentismo’.

Mettendo alla fame, finanziariamente parlando, il retroterra intellettuale dei partiti si posero le premesse  di un silenzioso strangolamento delle nostre culture politiche meritevole forse di più attente analisi. Non parliamo ovviamente di ‘mandanti’ del killeraggio in senso proprio, ma nondimeno concrete e drammatiche furono le conseguenze dell’epurazione condotta con trionfale tintinnio di manette. Iniziò quel processo qualitativamente involutivo del ceto politico che oggi misuriamo nel velleitarismo delle proposte, nella superficialità dei giudizi, nell’assenza di memoria storica, nella qualità di un discorso pubblico via via svuotato di spessore concettuale.  Quando un Di Majo, ancora non riciclato in chiave ‘moderata e liberale’, sdoganava la scellerata equazione fra imprenditori e prenditori cos’altro faceva se non allinearsi al pregiudizio antipadronale, antiprivatistico e anticapitalistico che, rinvigorito dalle clamorose inchieste degli anni ’90, concorse a chiudere cantieri, sigillare imprese, ingessare nella giungla di vessatorie astruserie burocratiche ogni respiro vitale in grado di creare occupazione, reddito, benessere e dinamiche di promozione sociale?

L’attuale Codice degli appalti, con buona pace del pio e incorruttibile Delrio, attesta la recidiva  vitalità di quella logica: in ogni proposito di intraprendere un’iniziativa nel vasto spazio che sta fra politica, economia e affari può covare un proposito criminale. Come sventarlo? Complicandogli la vita e subordinandone la realizzazione al calvario di infiniti ostacoli burocratici. Risultato: la criminalità ringrazia perché ogni passaggio della selva oscura di leggi, adempimenti e controllori è un varco regalato all’infiltrazione del malaffare.  Ancora e sempre i più efficaci sponsor dei criminali sono dunque loro: gli accaniti e zelanti fustigatori delle umane debolezze. Quelli che pretendono di tutto sorvegliare e tutti punire: ladri di polli, gelatai che fanno un cono al figlio senza scontrino, volonterosi sindaci linciati per abuso d’ufficio…tutti gettati nel calderone del Male insieme ai criminali autentici. quelli che succhiano il sangue del Paese, abbattono il suo prodotto interno e la sua credibilità internazionale. Tutti colpevoli e dunque nessun colpevole. E, anche di questo, la criminalità ringrazia. Una ripassata alla differenza fra peccato veniale e mortale forse non sarebbe male, specie ora che grazie ai 5 Stelle la prescrizione è abolita.

Possibile che i seguaci dell’’eresia perfettista’ non siano mai sfiorati dal dubbio che l’imperfezione è forse il più geniale sigillo che la Provvidenza ha impresso agli umani? Non resta che conviverci definendone una ragionevole misura oltre la quale diventa intollerabile e dunque materia di codice penale. L’Italia che dovrà risollevarsi da questa gigantesca sciagura non avrà bisogno di Talebani della Virtù ma della generosa imperfezione di nuovi pionieri risoluti a fare e a costruire. Cioè rischiare e magari sbagliare. Mario Draghi, rivolgendosi alla Corte dei conti,  ha perfettamente perimetrato la questione: per impedire la fuga dalla firma, cioè la paralisi di ogni iniziativa per paura della tagliola giudiziaria, urge trovare un nuovo equilibrio fra fiducia e responsabilità. Le istituzioni diano fiducia e la società nella ritrovata coscienza dei singoli dia prova di meritarla dimostrandosi responsabile. Eccola la pietra angolare di una possibile rinascita civile oltre che economico sociale. Presto, fin troppo presto vedremo chi, al governo come all’opposizione, ha capito e chi ancora una volta fingerà di non capire.                     

 

Una risposta

  1. Assolutamente condivisibile la lucida disamina dell’autrice; può aggiungersi che il fenomeno Di Pietro si è andato man mano sgonfiando da quando il protagonista ha deciso di sganciarsi dai mandanti, illudendosi di poter camminare con le sue gambe di cui evidentemente sopravvalutava il vigore.
    Qualcosa di simile è capitato ai pentastellati, addirittura ancora più insiscuri nei passi. Per organica debolezza.

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