8 marzo. Festa della donna, la vera storia

7 Marzo 2021

Troviamo ancora in molti siti web ed in tante dichiarazioni di politici e sindacalisti (e non solo) l’affermazione che l’origine della festa della donna, l’8 marzo, sarebbe da ricercare nella volontà di ricordare un grande incendio avvenuto a New York l’8 marzo 1908, in una fabbrica di camicie, incendio in cui sarebbero perite molte donne.

La realtà non è questa e l’abbaglio è stato determinato da ben precise ragioni. L’incendio è sì avvenuto, il 25 marzo 1911, nella fabbrica di camicie Triangle, e davvero in questo incendio morirono tante donne: per la precisione 23 uomini e 123 donne, in gran parte giovani immigrate italiane ed ebree. Ma già da anni, in quel 1911, era stata indetta e si celebrava una giornata internazionale dei diritti delle donne! Era stata l’Internazionale socialista, all’inizio del secolo, per spinta soprattutto di alcune eroiche militanti a proporla in varie occasioni ed a proclamarla. Addirittura, nel VII Congresso dell’Internazionale socialista tenutosi a Stoccarda nell’agosto del 1907 (quindi ben prima dell’incendio del 1908), l’Internazionale arrivò a vietare alle donne socialiste di celebrarlo insieme alle ‘femministe borghesi’ (tra parentesi: in molti Paesi le donne socialiste ignorarono questa settaria indicazione ed operarono in modo unitario!). Negli anni successivi l’iniziativa venne adottata, con forza, soprattutto dopo la Rivoluzione russa, dalla Internazionale comunista. Il giorno variava: novembre, fine febbraio, seconda o terza domenica di marzo… Più passavano gli anni, più tendeva a coincidere con i primi di marzo.                                                    Comunque, perché occultare questa storia e creare il ‘mito’ dell’incendio dell’8 marzo? La ragione c’è ed è in qualche modo nobile. Origini così politicizzate avrebbero impedito, nel clima infuocato del Secondo Dopoguerra e della Guerra Fredda, di fare dell’8 marzo un giorno di festa e di impegno per tutte e tutti. Sarebbe stato molto difficile coinvolgere le organizzazioni femminili di partiti come la DC o il PLI (per molto tempo, l’organizzazione di questa giornata venne delegata alle organizzazioni femminili dei vari partiti) e più difficile ancora ‘istituzionalizzare’ la data, farla diventare patrimonio di tutti. E così si ignorarono le origini social-comuniste della festa (a proposito: concetto e termine di ‘festa’ non esistono: solo assai tardi si cominciò a chiamarla e viverla così, con cene di donne tra donne, mimose ecc.; l’8 marzo è nata e resta la ‘giornata per i diritti della donna’). L’operazione ‘rimozione delle origini’ funzionò e, a poco a poco, in Italia e nel mondo l’8 marzo venne percepito come patrimonio di tutti. Ed il 16 dicembre del 1977 l’Assemblea generale dell’ ONU, con Risoluzione 32/142, dichiarò l’opportunità di proclamare una ‘giornata internazionale per i diritti delle donne e per la pace internazionale’. Le singole nazioni poi scelsero per lo più l’8 marzo, tralasciando di fatto il riferimento alla pace (recuperato in altre occasioni).

Cambia qualcosa l’origine diversa della giornata rispetto alla ‘vulgata’ dell’incendio? A mio avviso assolutamente no, nella sostanza. Al di là delle origini, oggi l’8 marzo è l’occasione per ricordare a tutti, uomini e donne, quanto il problema dell’emancipazione femminile sia ancora presente nella nostra società. La disparità salariale, in un Paese come il nostro, è ancora un dato di fatto. La subalternità nei ruoli, il sessismo, il machismo pure. La politica, la leadership in genere, è ancora, nei piani alti, laddove si comanda davvero, prevalente patrimonio dei maschi (o, in pochi casi, di donne che dei maschi hanno assunto ruolo e stili di potere).                                        Lo stillicidio quotidiano delle violenze e dei femminicidi, poi, è lì a ricordarci quanto ancora resta da fare per una effettiva parità. L’8 marzo deve quindi essere impegno di tutti i giorni, se non vuole divenire vuota retorica. Ma l’8 marzo deve essere anche l’occasione per portarci a ristudiare la storia. In due direzioni:                                  1) vedere quando e come e chi ha cominciato a porre il problema dei diritti delle donne (anche per riconoscere dignità e coraggio a chi ha anticipato i tempi);                                                                                        2) vedere il ruolo reale della donna nella storia, spesso occultato o ignorato all’epoca dai maschi e successivamente da una storiografia prevalentemente maschile. In questa sede, per quanto riguarda la prima direzione mi limiterò a ricordare che (a parte alcune eccezioni gloriose) a porre il problema in termini moderni è stato l’ Illuminismo e poi la Rivoluzione Francese. Che nell’ Ottocento fondamentale è stata la riflessione dell’antropologo e  storico svizzero J.J. Bachofen (1815-1887), che studiò il Matriarcato primigenio ed il culto della Grande Madre ed arrivò a teorizzare che ‘la storia della razza umana è determinata dalla battaglia dei sessi’. Che C. Marx (e poi F. Engels), riprendendo la riflessione di Charles Fourier, elaborarono il principio secondo cui ‘il progresso sociale si può misurare con esattezza dalla posizione sociale delle donne’ (la posizione sociale delle donne, cioè, è di fondamentale importanza per la comprensione della cultura di ogni epoca). Che i vari  movimenti progressisti e dei lavoratori, succedutisi nel tempo, sono stati altrettanto importanti, come abbiamo visto, per porre la questione all’attenzione del mondo (con tutte le contraddizioni e le ambiguità fra il teorizzare un principio ed il praticarlo, a partire dalla vita privata!).

Per l’altra indicazione, quella relativa al ruolo della donna nella storia, mi limito ad indicare un solo caso: quello delle donne nella Resistenza. Alla Resistenza le donne hanno dato un contributo essenziale e versato molto sangue. In vari ruoli, non solo in quello (da non sottovalutare affatto!) di staffette. Anche impugnando le armi, in tanti casi; ma soprattutto creando quella rete indispensabile di sostegno e complicità che permise di isolare nazisti e fascisti. Furono centinaia e centinaia, anche nella nostra provincia, le donne coinvolte a pieno titolo nella Resistenza! Eppure, terminata la guerra, la nostra Repubblica, che per fortuna arrivò (per merito soprattutto di un pugno di donne costituenti appartenenti a tutti i partiti) a riconoscere il diritto di voto alle donne ed a  codificare nella Costituzione eguali diritti, negò alle donne in gran parte il riconoscimento formale di ‘partigiane’, di aver partecipato a pieno titolo alla lotta di Liberazione, relegandole ad un ruolo secondario! 

Per concludere: lo studio della storia, sulle donne e delle donne, va di pari passo con l’impegno politico serio perchè sia 8 marzo tutto l’anno, perché i diritti siano riconosciuti, in una logica di eguaglianza e di meriti, senza recriminazioni e piagnistei. ‘Il livello di civiltà in una società dipende dal ruolo della donna!’ 

 

                                                                                                          

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