Dopo la Quercia e l’Ulivo il Salice piangente?

13 Marzo 2021

Correvano  gli anni ’90 e già s’annunciava la migrazione della politica verso una fantasiosa galassia  di pittoreschi nomi di fatto sganciati da ogni nesso apparente con l’identità storica dei rispettivi partiti. Il fenomeno  celebra oggi, fra grilli, sardine, astronauti e ed esordienti  Controvento  il suo tragicomico picco. Coincidente, si  spera, col suo epilogo. Tutto cominciò nel ’91 con la Quercia. Seguì  poco dopo l’Ulivo di Prodi, sciolto nel 2007 per confluire nel Pd. Ed ecco spuntare l’Asinello di Parisi: scelta identitaria lievemente autolesionistica  ma, col senno di poi, profeticamente azzeccata. E nel tripudio botanico trovò posto anche l’umile Margherita così diversa dalla possente Quercia, tradizionale  simbolo di  forti radici.  Radici, appunto: quelle  che un soggetto politico dovrebbe aver cura di coltivare  nel  settore sociale e territoriale che lo legittima affidandogli la rappresentanza  dei suoi interessi concreti  e dei suoi  valori ideali. Il fatto è che la Quercia alludeva alle radici dell’azione politica proprio quando iniziava il  gigantesco processo  che  via via  le avrebbe indebolite e disintegrate,  recidendo gran parte del tradizionale insediamento sociale dell’intero sistema politico italiano. E con esso le relative culture. Anche di questo risente oggi il discorso pubblico dei partiti, spesso  così irritante per la  surreale genericità d’intenti  a cui è costretto in assenza di solide coordinate di riferimento. Mai forse come negli ultimi anni la politica ha saputo così poco di se stessa e degli interlocutori  sociali cui si rivolge. Condizioni operative che le rendono difficilissimo fare quel che l’urgenza presto esigerà: indicare una realistica procedura di ricostruzione  della ricchezza nazionale. I partiti parlano  a tutti e a nessuno, a quale bacino  di voti si rivolgano, ora che forse non leggono più nemmeno De Rita, se lo fanno dire da sondaggisti e tv.  Qualche attenuante va dunque riconosciuta  a chi oggi affronta la terribile emergenza con strumenti  di fatto ereditati da un sistema politico che da un paio di decenni  almeno  si  è avvitato su stesso senza aver trovato o voluto trovare convincenti vie d’uscita. Dalla fine degli anni ’80 profonde modifiche del quadro internazionale e interno rovesciarono sul nostro  sistema politico e istituzionale  una tempesta di sollecitazioni che lo sfidavano a cambiar pelle e a farlo in fretta a suon di riforme.  Quel che oggi l’Europa ci chiede – metter mano a burocrazia, giustizia e sviluppo tecnologico – non è una casuale sommatoria di ingrati compiti. Sono i capitoli strettamente interdipendenti di un unico processo di messa in sicurezza del sistema Paese. Non averli compiutamente affrontati  ci ha fatti correre con la palla al piede, ha tarpato ali ai processi innovativi, impoverito di risorse la pur forte vocazione produttiva dei nostri  territori.  Alla  senescenza di culture politiche che hanno via via perso ruolo egemonico rispetto ai processi  sociali in corso,  il Paese ha reagito con due grandi ondate antisistemiche, di diversissima se non opposta natura.   La prima fu la Lega lombarda di Bossi, la seconda furono i 5 Stelle di Grillo. Nordista e ancorata all’etica del lavoro la prima, sudista e orientata a scelte di assistenzialismo redistributivo la seconda. Ciò non toglie che Questione settentrionale e Questione meridionale stiano ancora lì, irrisolte e incattivite, a suggerire che l’impotenza riformatrice del sistema è specularmente riflessa nell’impotenza dell’antisistema.

Ma il tempo stringe. Cosa farà la politica quando, esaurita la fase ospedaliera ed elemosiniera, tornerà a occuparsi di ricchezza da produrre piuttosto che da distribuire, di asset strategici da  ripensare e di una reindustrializzazione ecosostenibile? Il panico è palpabile nell’evidenza delle nevrosi psicomotorie  che spingono tutti a cercare tutti in una danza impazzita di quotidiani riposizionamenti.  La sinistra punta a un nuovo soggetto e forse un nuovo nome.  E dopo Quercia e Ulivo, se Letta non farà il miracolo,  non resterà che il Salice piangente. Nel frattempo oltre alla saga botanica s’affaccia quella ittica.  il variopinto popolo delle sardine, look furbetto, un po’ rapper e un po’ liceale bene, staziona in tenda pronto a correre in aiuto dei 5 Stelle: per aiutarli ad aprire il Palazzo come una lattina di tonno  o per farsi inscatolare pure loro nella dorata lattina che per quanto vilipesa è pur sempre meglio di una tenda?  Anno zero della politica. Punto di massimo allontanamento formale e sostanziale rispetto al ciclo che guidò il paese dal 2° dopoguerra, quando una nomenclatura partitica  di pudiche fantasie si presentava  con nomi  di battesimo che subito ne trasmettevano progetto e identità: democristiani, comunisti, repubblicani, liberali, socialisti e così via.  Certo, non viveva nelle attuali condizioni di precaria solitudine autoreferenziale: intorno a lei gravitava – a garantirla e nutrirla di concrete istanze – tutto un sistema di pianeti minori, vale a dire un associazionismo sociale e territoriale fortemente strutturato che aveva un nome abiurato da decenni: collateralismo.

Al suo posto oggi c’è la gelatina umana plasmata dalla globalizzazione: ceto medio proletarizzato, proletariato industriale falcidiato, borghesia delle professioni a disagio nella storica identità  liberal moderata dopo che, con ennesima muta di piumaggio, l’estemporaneo Di Majo ha virato in quel senso. E come risponde la politica allo smarrimento identitario della società?  Illudendosi che l’oblio delle proprie radici storiche, rimosse fin nel nome,  sia efficace terapia di rinascita e legittimazione nel nuovo mondo. La contesa intorno alle spoglie del post comunismo su cui  persino un Grillo  astronauta  avanza pretese è, anche umanamente, penosa.  Intanto Casaleggio litiga con l’Elevato e fonda Controvento mentre I grillini dissidenti s’inventano Alternativa c’è.  Quest’impazzita moltiplicazione di  sigle – due persone ed è già un partito – ci dice a qual punto sia giunto il morbo scissionista che, specie in area giallorossa,  devasta la politica. Dove mancano i muri perimetrali  di un grande progetto condiviso ogni divergenza diventa secessione. E avanti così fino all’infinitamente piccolo in un delirio di parole in libertà. D’accordo, a teatri e cabaret chiusi occorre tener vivo lo spettacolo ma che la leggerezza delle parole non diventi un peso tanto insostenibile da schiacciare definitivamente quel che resta della politica. 

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