Benessere non è il Pil. Il fattore ambiente

29 Marzo 2021

Parliamo di FIL (Felicità interna lorda). Un esempio fondamentale dell’utilità di conoscere il proprio indice di FIL è dato dal Bhutan, piccolo stato montuoso dell’Asia (2007). Questo stato già da anni adotta, come indicatore per calcolare il benessere della popolazione, il FIL, basato su criteri diversi da quelli del resto del mondo che sono la qualità dell’aria, la salute dei cittadini, l’istruzione, la ricchezza dei rapporti sociali.

Parliamo anche di Better Life Index. Lanciato nel maggio 2011 dall’OECD, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, è la sintesi di più indici di benessere diversi e in linea con le raccomandazioni della CMEPSP (2008), la ‘Measurement of Economic Performance and Social Progress’ (Commissione sulla misurazione della performance economica e del progresso sociale), voluta dall’allora presidente Nicolas Sarkozy e composta da 25 famosi economisti come Arrow, Atkinson, Stern e altri, coordinata da tre personalità di grande fama, come Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean Paul Fitoussi.

Ed ecco un nuovo indice, il Bes, Benessere Equo e Sostenibile. E’ un indice, sviluppato dall’ISTAT e dal CNEL (2017), per valutare il progresso di una società non solo dal punto di vista economico, come ad esempio fa il PIL, ma anche sociale e ambientale e corredato da misure di disuguaglianza e sostenibilità.
Il Green Deal europeo (2020) è invece la nostra irrinunciabile tabella di marcia per rendere sostenibile l’economia dell’UE. Realizzeremo questo obiettivo trasformando le problematiche climatiche e le sfide ambientali in opportunità in tutti i settori politici e rendendo la transizione equa e inclusiva per tutti.
C’è un chiaro consenso sul fatto che i gas serra antropogenici o artificiali (GHG) sono i maggiori responsabili del cambiamento climatico. Mentre quest’ultimo continua a sconvolgere la meteorologia, il rischio di condizioni estreme è ormai diventato la nuova norma. Oltre al suo effetto devastante per l’ambiente, il cambiamento del clima può altresì provocare un aumento dei flussi migratori, della povertà e dei conflitti, di fronte a territori che diventano sempre meno abitabili.
Ormai tutti riconoscono che è l’attività antropica con le sue emissioni di gas serra ed il suo inquinamento ad avere messo a rischio il futuro dei giovani e non tanto per il peggioramento della qualità della vita, ma per la sopravvivenza stessa della nostra casa comune, la Terra.
Per ridurre il riscaldamento globale, molte aziende hanno iniziato a ripensare il proprio modo di fare business. Le aziende che addirittura vanno oltre, incorporando il rischio climatico nella propria pianificazione, infatti, sono più predisposte a registrare buone performance e ad attrarre capitali.
L’economia comincia a prenderne atto e le imprese e gli imprenditori più lungimiranti stanno organizzandosi per adeguarsi al globale impegno per l’abbattimento delle emissioni di CO2 e al tempo stesso cogliere l’occasione per nuove opportunità di crescita. Ormai sono molte le imprese già pronte, ben prima della devastante pandemia e della ambiziosa decisione della UE di diventare «il primo blocco di Paesi al mondo a impatto climatico zero entro il 2050», ovvero area del mondo, dove vivono 450 milioni di persone, ‘decarbonizzata’. Un obiettivo che richiede un ciclopico sforzo economico dell’ordine di 1000 miliardi, con investimenti sia pubblici (a livello dell’UE e degli Stati membri) che privati. Obiettivo, per un rilancio delle economie nella piena consapevolezza dei rischi planetari, a coniugare performance economica, sostenibilità sistemica, sociale e ambientale. Un chiaro esempio viene dalle centinaia di aziende che fanno capo ad ASviS (Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile), la nota associazione che ha come linea guida i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’ONU.
L’altra importante realtà meno nota che ricostruisce l’identità di molte imprese in termini sicuramente positivi per il Bene Comune è costituita da quelle che hanno conseguito la certificazione B Corporation (o B Corp). Questo attestato riconosce loro la determinazione ad essere protagonista di un cambiamento globale per la rigenerazione della società anche attraverso il business.
Mentre in 71 paesi del mondo presenti e operanti in 150 settori le aziende che hanno realizzato questo obiettivo sono 3.400, in Italia se ne contano circa 100. Va tuttavia ricordato che questa comunità italiana è giudicata la più importante e dinamica in tutta Europa. Un movimento fatto di aziende diverse per storia, settore e dimensione, pronte ad unire le proprie forze in direzione di un impatto comune.
Lo si lasci dire a chi è un inguaribile sognatore. Siamo di fronte a scenari di futuro non più solo onirici, ma anche possibili, seppure non prossimi.
Benito Fiori
Per ABC (Ambiente Bene Comune) – La Rete
3 – continua

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