Provincia di Cremona, vaso di coccio tra vasi di ferro

29 Agosto 2021

«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», spiega Tancredi allo zio, principe di Salina, nel Gattopardo. 

Il concetto, avvalorato dalla storia, nella nostra provincia non funziona. 

Il brivido, di un cambiamento foss’anche effimero, non ci attira. Uscire dalla strada maestra, percorrere un sentiero sconosciuto e poi ritornare sulla retta via non appartiene al nostro territorio. Preferiamo la certezza di un presente insignificante e precario, alla scommessa su un futuro migliore ma incerto. 

Siamo una provincia statica, ferma, un blocco di cemento. Siamo tre monoliti, appoggiati uno all’altro, che non si dannano l’anima per aiutarsi a vicenda.  

Cremonese, Cremasco, Casalasco, schiavi della tradizione e dei pregiudizi, preferiscono la quarantena perpetua alla coalizione. 

I generali non puntano alla vittoria. Confidano nella non sconfitta.  Sostengono il pareggio. Galleggiano nel limbo dell’ignavia. Dell’inedia. Del tirare sera. Confidano nella provvidenza, che non sempre ha lo sguardo rivolto  ai violini, al tortello dolce, al museo del bijou. 

Siamo miopi, poco inclusivi, molto divisivi. Siamo perdenti. Siamo terra di conquista. Siamo speciali. Siamo autolesionisti, pronti a tagliarci gli ammennicoli per fare un dispetto al confinante. 

Preferiamo essere allineati e coperti nella nostra pozzanghera, piuttosto che navigare liberi e sognatori, fuori dal coro, in mare aperto.  La calma piatta e la monotonia di una linea orizzontale ci tranquillizzano. Se una foglia si muove è un errore.  Oppure un miraggio.

Siamo la patria del vivi e lascia vivere.  Della pace, con Dio e con gli uomini, soprattutto con quest’ultimi.  Non rompere i coglioni a chicchessia, anche quando sarebbe auspicabile, è titolo di merito. 

Difficilmente identifichiamo il luogo migliore dove collocarci. Spesso ci troviamo nel posto sbagliato al momento sbagliato.   

«Se devo andare dove piove merda, voglio sapere da che parte soffia il vento» fa sapere Robert Redford in Spy game.  A noi frega poco la direzione del vento e il tipo di pioggia. Andiamo dove ci porta il caso. Apriamo l’ombrello quando siamo già fradici.  Chiudiamo la stalla quando i buoi sono già scappati. Invece di prevenire gli eventi, li rincorriamo.

 Campioni d’efficienza omeostatica, possediamo una capacità di adattamento straordinaria.   In Lombardia contiamo poco più di niente, ma va tutto bene madama la marchesa.

Maggioranza e opposizione prediligono accordi win win allo scontro.

Una buona parte dei conflitti territoriali, sollevati da partiti e politici ed enfatizzati dai media locali, sono di facciata. Non farlocchi, ma in alcune occasioni accomodanti e molte volte finalizzati ad accontentare i tifosi della curva. Ma è vietato dirlo.

Favoriti dall’affievolirsi dell’ideologia e dalla citatissima società liquida, le intese sono guidate dall’imprescindibile bisogno degli attori di portare a casa ogni giorno michetta e companatico. 

 Primum vivere, deinde philosophari. Stregoni veri e presunti e apprendisti stregoni di casa nostra non sfuggono alla regola e il colore dello schieramento è ininfluente.  Anche i politici tengono famiglia.  Prima la pagnotta, poi il bene comune. È comprensibile.

La lotta dura senza paura non ha mai incontrato un notevole consenso in questa terra. Le rare volte che è accaduto, si è trattato di episodi senza seguito, alcuni dei quali con protagonisti venuti da fuori.

 I rivoluzionari autoctoni  che  scendevano in piazza per scimmiottare  i coetanei di Parigi, Milano e Roma, che  scrivevano sui muri, che  gridavano in piazza  «Non è che l’inizio, continuiamo a combattere» sono quasi tutti pensionati.  Le armi le avevano già deposte da tempo, barattate con posti di prestigio e di potere in enti e aziende pubbliche e private.  Qualcuno non ha perso l’abitudine al comando e, nell’ombra, continua a dirigere il traffico nel partito di appartenenza.

Gli ex contestatori rimasti al fronte, complice l’età, hanno dimenticato la promessa-minaccia di lottare senza tregua. 

I loro allievi sono entrati direttamente nelle stanze dei bottoni senza passare per la trafila dei volantinaggi, dei cortei e delle manifestazioni. Degli estenuanti dibattiti. Si dannano l’anima per la propria carriera. Poco per la nostra provincia. 

Il pane e le rose non fanno parte del background dei politici rampanti e le conseguenze sono evidenti. Un esempio paradigmatico dei danni provocati dall’assenza di apprendistato è stata la gestione dell’elezione del presidente della Provincia. Un disastro da inserire nei manuali di formazione politica tra i comportamenti da evitare.

Degli ex bastian contrari è rimasto qualche irriducibile. Un manipolo di ultimi mohicani.  Disincantati, sprezzanti e orgogliosi, hanno smesso di credere nella rivoluzione e mantenuto l’abitudine di mandare a quel paese tutti quelli in disaccordo con il loro pensiero. Troppo pochi per cambiare e troppo poco un vaffanculo per modificare lo stato delle cose. 

Siamo specialisti nell’ammuina e nell’alzare polveroni, trucchetto vecchio come il cucco per dimostrare la propria esistenza e per distogliere i cittadini dai problemi reali. 

Nei giorni passati si è discusso sull’opportunità o meno di intitolare l’ospedale di Crema a Gino Strada. La questione merita la grande attenzione che le è stata dedicata, ma altrettanto impegno dovrebbe essere profuso per risolvere i problemi che affliggono il territorio.  Possibilmente per cambiarlo.

Molte le questioni aperte. Poche le proposte di soluzione chiare e percorribili.  Nessuno nega che di questi problemi se ne discuta, ma non si coglie una strategia, una linea operativa, una chiamata alla mobilitazione per eliminarli. Parole, parole, parole. Mina trionfa. Il territorio soffre.

Si procede a vista, a corrente alternata, con interventi spot. Per quattro giorni tiene banco la sanità, per cinque la sostenibilità ambientale. Poi irrompono le infrastrutture e intanto il Masterplan 3 C è scomparso dai radar. I sindaci arrancano, ma chissenefrega.

Si gioca mosca cieca e si confida d’imbroccare la scelta vincente. 

L’Area omogena Cremasca è un ectoplasma, la Provincia poco più di un fantasma. La Regione tiene il banco delle tre carte e sorge il cattivo pensiero che qualche ente e alcuni territori limitrofi ci bullizzino. Siamo un vaso di terracotta in mezzo ai vasi di ferro.

Se non governiamo il nostro cambiamento, ci penseranno gli altri.  Non ci faranno sconti. Saremo nudi e senza alibi. La colpa sarà solo nostra. Nel 1964, Bob Dylan annunciava The Times They Are A-Changin. Siamo in ritardo di cinquantasette anni. E ci manca un Tancredi. Meditiamo. E poi agiamo. In fretta.

 

Antonio Grassi

2 risposte

  1. Riflessione profonda e di spessore, ma mi chiedo chi saprà valutarlo ? Spero le personalità che contano. Bravo Antonio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.