Cremona, ‘medicine’ contro la desolazione nell’ex farmacia

30 Ottobre 2021

Capita che una vetrina altrimenti vuota si trasformi in una esposizione artistica. Così il passante, anziché intristirsi per l’ennesimo occhio spento in un centro storico sofferente per i
troppi negozi chiusi, si ferma e osserva. In corso Garibaldi 87, c’era una farmacia ora spostatasi altrove. Adesso qui espongono Pippo Leocata e Marco Solzi. Un’abbinata già collaudata in passato, sempre a Cremona, sempre in un locale con vetrine sull’arteria
principale del centro storico cremonese. Bisogna riconoscere che è una buona idea ‘illuminare’ con proposte artistiche spazi altrimenti spogli e tristi, testimoni silenti di un cuore antico, quello di Cremona, che batte lento e in sofferenza. Bisogna riconoscere che è una buona idea perché è vero: la bellezza salverà il mondo. Come dare torto a Dostoevskij?! E qui, dove si vendevano farmaci per la cura del corpo ora è l’arte a costituire un rimedio. Seppur temporaneamente, in attesa che il vecchio edificio venga riqualificato.

Leocata è siciliano, etneo per la precisione, ma torinese d’adozione. E’ architetto di formazione e per professione. Lo si intuisce nelle forme che esprime la sua arte. Le sue opere sono architetture composite, anche quando il soggetto è la forma umana, a maggior
ragione se ad essere rappresentato è un paesaggio o lo skyline di una città, con il suo campanile, la cupola della chiesa. Mi piace come Leocata usa il legno, costruendo dei bassorilievi che ne sfruttano le diverse tonalità chiare e naturali in installazioni di pannelli
sovrapposti, dalle forme diverse. Il legno non è scolpito, bensì sagomato. I volumi sono piatti. La resa è metafisica ed epica nel contempo, dipende dal tema. La fissità dell’immagine che ne deriva è un’impronta, fermata nel tempo e nello spazio, che pare
appiattito, ma non banalizzato, semmai reso statico. E l’assenza del respiro dell’aria a regalare il senso di eterno. Ieri, oggi e per sempre… vien da pensare. Come quando si osserva un monumento, un vecchio borgo, un grosso tronco che ha il colore del sangue ancora fresco. Ieri, oggi e per sempre… Così il crocifisso verde, legno dipinto, forma stilizzata, ‘issato’ su uno specchio restituisce a chi lo osserva anche la propria immagine. Chi guarda è parte dell’opera e si perde in essa.
Un simbolo religioso colore della speranza, ma anche della natura. Un Cristo che è albero. E il mio volto, i miei occhi lo guardano e poi mi ritrovo ad osservare me stessa sullo sfondo… Uno strano effetto. Coinvolgente. Credo sia questo lo scopo dell’opera. Poi è il guerriero in metallo ad attirare l’attenzione. Grigio su fondo bianco. Sembra guardare altrove, lo scudo abbassato. Un pupo siciliano senza fili? Un disco perfetto alle sue spalle. La Luna? Oppure un sole freddo. Non può essere il sole di Sicilia. Forse il guerriero è già
spettro. Eterno e algido, inossidabile.

Ora il mio sguardo volge a destra. Verso le opere di Solzi. I due artisti si sono spartiti lo spazio. Nessuna figura nelle opere del cremonese. Un bel contrasto. Tela grezza, rozza, iuta dipinta a parole. La lingua è l’inglese. E’ un tuffo nella contemporaneità, nella modernità di
quella che oggi è la lingua universale. Vince il concetto espresso: minimale. Breve, incompiuto, efficace. L’occhio legge ed osserva, interpreta. Balza di tela in tela, veloce come il ritmo impostoci nel
secolo breve. Ma proprio la tela grezza, una materia povera, mi riporta ad un contatto visivo, quasi palpabile, con il passato. Immagino un vecchio telaio, vedo sacchi pieni di caffè… E’
un flash. Vince il presente, un oggi fatto di reperti industriali e rurali, non di cultura digitale. In fondo, penso, anche queste tele sono monumenti ad un passato recente. Ci riportano all’essenza. Ecco, se devo trovare un fattore comune, un denominatore condiviso da entrambi gli artisti…: è l’essenzialità.

Ritorno alla realtà. Riprendo a camminare. Altre vetrine vuote. Tante, troppe. Dove non alloggia l’arte.

 

Gigliola Reboani

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