Giovanni Gentile, ‘Il filoso in camicia nera’ al ‘Filo’

27 Novembre 2021

Mimmo Franzinelli, uno dei maggiori storici italiani del periodo fascista, ha presentato nei giorni scorsi a Cremona, al Teatro Filodrammatici, la sua ultima fatica: ‘Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini’, edito da Mondadori. Tutti i libri precedenti di Franzinelli presentati sempre a Cremona, al Filo, quasi sempre appena usciti, sono libri ‘problematici’: nel senso che pongono problemi, non sono libri ‘a tesi’ ma, grazie ad una documentazione vastissima e spesso inedita, ricostruiscono gli eventi e lasciano poi al lettore di trarre le conclusioni. Così è stato per ‘Il Tribunale del Duce’, per ‘Tortura’, per ‘Fascismo Anno 0. 1919’ e per tutti gli altri. Questo vale ancor più per ‘Il filosofo in camicia nera’. Tratta in particolare, come dice il titolo, della vita e della morte di Giovanni Gentile. In realtà, inevitabilmente, tratteggia un’intera epoca. Giovanni Gentile (1875-1944) fu, insieme a Benedetto Croce, il più noto filosofo italiano nei primi quindici-vent’anni del Novecento. Entrambi idealisti (seguaci della versione italiana della filosofia di Hegel), si differenziavano su alcune questioni che qui non possiamo esaminare. Queste differenze non impedirono ai due di essere amici, fino alle diverse scelte politiche di fronte all’affermarsi del fascismo. A dire il vero, già davanti all’intervento dell’Italia nella Grande Guerra avevano assunto posizioni differenti: decisamente interventista Gentile, assai tiepido Croce. Ma fu di fronte al fascismo che i due si divisero e l’amicizia divenne vera inimicizia. Croce (e molti altri liberali, fra cui lo stesso Giolitti) guardarono con favore al fascismo, all’inizio. Lo ritennero utile contro il pericolo ‘rosso’! Non dimentichiamo infatti che il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione, comprendente, oltre ai fascisti, liberali e cattolici popolari. Grande fu la responsabilità che liberali e popolari si assunsero! Ben presto, però, compresero che il fascismo non sarebbe stato fenomeno provvisorio e ‘gestibile’ e che la sua natura dittatoriale e totalitaria non era modificabile. Così Croce si schierò apertamente contro il Regime. Gentile, invece, nominato ministro da Mussolini con pieni poteri per la riforma della scuola, fu affascinato dalla figura del Duce e si schierò apertamente dalla parte del fascismo. Dopo il rapimento e l’uccisione di Giacomo Matteotti, quando veramente Mussolini fu in difficoltà ed il sistema sembrò sul punto di crollare come un castello di carte, Gentile si schierò dalla parte di Mussolini e nel gennaio del ’25 esaltò il pugno di ferro con cui Mussolini reagì alla crisi ed instaurò la dittatura. Durante il Ventennio, Gentile svolse il ruolo di ideologo del Regime, fino ad imporre il giuramento di fedeltà al fascismo per i professori universitari. Condizionò moltissimo la cultura italiana, piegando la storia e la filosofia alla politica fascista. Teorizzò un inesistente nesso risorgimento (Mazzini soprattutto)-fascismo. Immaginò una linea filosofica italo-tedesca Vico-Kant in opposizione all’empirismo inglese ed all’illuminismo francese! Parte dell’arretratezza della cultura italiana è stata sua responsabilità. Ed anche dell’immagine dell’intellettuale. Colpisce, infatti, l’attaccamento al potere, al prestigio e soprattutto ai danari che abbondantemente il Regime elargiva. C’è una nota a mano di Mussolini, sul foglio dell’ennesima richiesta: ‘Ecco un filosofo che sa fare i suoi interessi!’. L’incarico più prestigioso fu indubbiamente quello di direttore generale della Enciclopedia Treccani. In questo ruolo, fece lavorare anche intellettuali antifascisti, un po’ per desiderio di pacificazione ma soprattutto perché certo non potevano scrivere articoli antifascisti e poi in certi settori erano i migliori se non gli unici. E’ soprattutto nel ’43, però, che Gentile si assunse quella responsabilità che probabilmente portò i partigiani comunisti fiorentini a condannarlo a morte. Dopo l’8 settembre, superato un periodo di incertezza, si schiera apertamente con la Repubblica di Salò ed arriva ad inneggiare al ‘condottiero della grande Germania’. Franzinelli rivela che fra le ragioni che lo portarono ad una esaltazione così marcata del nazifascismo vi fu anche il ricatto vero e proprio messo in atto dalle autorità tedesche (e subìto passivamente dalle italiane), che avevano internato il figlio Federico in un campo di concentramento e facevano intendere che fosse necessario un più chiaro pronunciamento pubblico del filosofo. Infatti Gentile, fra i repubblichini rappresentava l’ala moderata, invocava la ‘pacificazione’ del Paese ed era odiatissimo dai fascisti intransigenti e filogermanici come Farinacci, Pavolini e, a Firenze, Carità. Subito dopo la sua uccisione, prima che venisse rivendicato dai partigiani, la voce corrente attribuiva l’attentato al criminale Carità. Ancora oggi qualcuno sostiene questa tesi. Altri attribuiscono la responsabilità ai servizi segreti britannici (che comunque approvarono l’uccisione, perché certo non volevano alcuna ‘pacificazione’ ma la resa senza condizioni).

Franzinelli dimostra, documenti alla mano, come sono andate le cose. Gentile non si rese conto della situazione, tanto che non aveva alcuna scorta armata: ogni ‘pacificazione’ era irrealistica, lo scontro era ormai diretto e feroce. A Firenze in particolare i nazifascisti mostrarono il loro volto peggiore (ed è tutto dire!). I partigiani comunisti colpirono senza pietà e facilmente, nell’aprile del ’44. Gli organi nazionali del Pci e del Cln approvarono, a posteriori, la scelta. Gli Alleati pure e Radio Londra (ove Treves commentava i fatti) fu durissima. Solo Parri e Valiani criticarono la scelta. Comunque la si pensi, il libro di Fanzinelli ‘fa il punto’, come si suol dire, ed è assolutamente da leggere.

Gian Carlo Corada

 

FRANZINELLIlocandina filo 2021-11-21

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