Pandemie nella storia, non tutto il male vien per nuocere

7 Dicembre 2021

Ogni morbo epidemico, esaurita la propria spinta infettiva, ha lasciato tracce indelebili, non necessariamente negative, nella economia, nella quotidianità e nella cultura. Nel presente articolo ci limiteremo a richiamare le grandi epidemie del passato per cercare di capire il tipo di ìeredità che hanno trasmesso e in che misura hanno contribuito a cambiare il mondo.

Peste d i Atene  (430 a.C.): il morbo contribuì alla decadenza della città che, in competizione con Sparta (guerra del Peloponneso), fu da questa sconfitta imboccando così una lunga, irreversibile decadenza.

Peste Antonina (165-180 d. C.): la virulenza del contagio ebbe drammatici risvolti sociali e conseguentemente economici, inoltre l’esercito decimato dal morbo portò ad un vuoto difensivo che negli anni seguenti favorì le incursioni dei barbari lungo il Danubio e dei Persiani lungo il Tigri. Gli studiosi sono divisi nel valutare il ruolo storico del contagio; alcuni (Niebuhr) attribuiscono a questo una primaria responsabilità nei cambiamenti sociali e politici, altri come Gibbon assegnano un’influenza minore rispetto ad una situazione politica ed economica già logorate.

Peste di Giustiniano ( 541 d.C): dalla situazione drammatica descritta da Procopio di Cesarea si intuisce come il morbo abbia una diretta responsabilità sul crollo della civiltà urbana. Il contagio poi influenzò l’andamento della guerra greco-gotica che consolidò la presenza degli
ostrogoti in Italia. La grande moria spopolò le campagne e la vita pubblica si bloccò in tutto l’Impero, l’inflazione durò decenni e la vita sociale degenerò in comportamenti ignominiosi. Carestia e fame completarono l’opera. Negli anni successivi l’Impero, fiaccato dagli eventi, fu coinvolto nella guerra con i persiani dopo la quale l’Islam iniziò la propria espansione a spese di
Costantinopoli.

Peste Nera (1346-52): la grande moria aveva favorito la formazione di considerevoli patrimoni che, secondo l’interpretazione di alcuni studiosi, non furono adeguatamente sfruttati per la ripresa delle attività produttiva. Inoltre molti patrimoni rimasero senza eredi diretti, vuoi per la simultanea scomparsa di interi nuclei familiari, vuoi per la morte dei notai che non avevano fatto in tempo ad ufficializzare le pratiche. Da questa situazione trassero sicuro beneficio gli ordini religiosi e le confraternite che poterono accumulare ingenti ricchezze. Anche gli apparati pubblici entrarono in sofferenza; la morte di moltissimi cittadini aveva impedito gli introiti fiscali, mettendo in serio pericolo la stabilità degli stati. Nei decenni successivi si verificò il declino definitivo della nostra penisola, declino dovuto alla sostituzione delle rotte mediterranee con quelle atlantiche. Da un punto di vista demografico se prima dell’epidemia la crescita aveva fatto sì che le città diventassero agglomerati di casupole addossate le une alle altre, dopo il flagello i sopravvissuti avevano a disposizione ampi spazi. Ciò stimolò la ristrutturazione delle città stesse che cambiarono volto e che videro sorgere i primi palazzi rinascimentali. Le case dei borghesi divennero più grandi; la nuova ricchezza toccava, in proporzione, tutte le classi: oltre ai lasciti dei defunti vi fu una impennata dei compensi anche per gli addetti ai lavori più umili, in altre parole la domanda superava l’offerta con le prevedibili conseguenze. La nuova ricchezza tuttavia, si rivelò presto effimera perché l’aumento dei costi di produzione causò un conseguente aumento del costo
della vita, annullando i vantaggi di partenza. A peggiorare la situazione contribuì il fatto che nelle campagne la manodopera scarseggiava e le terre divennero meno produttive.

Da un punto di vista culturale cambiò il modo di pensare degli uomini del tempo che diedero molto spazio ai piaceri del lusso e della cultura, ridimensionando quello dedicato agli affari. Quest’ultimo aspetto però non va inquadrato solo in termini negativi; probabilmente il nuovo modo di approcciare la vita fu il primo passo verso un cambiamento epocale che si identifica con l’avvento dell’Umanesimo e del Rinascimento.

Spagnola (1918-20): fece più morti (trentanove milioni secondo alcuni, cinquanta secondo altri) della guerra appena terminata. Il crollo del PIL e dei consumi ebbero forti ripercussioni sui mercati con un aumento spaventoso delle sperequazioni economiche. D’altro canto non mancarono gli effetti positivi; come per la peste nera, nei decenni successivi aumentò notevolmente il potere contrattuale dei sopravvissuti che videro migliorare il
proprio tenore di vita.

Covid-19 (autunno 2019, ma forse anche prima…): dai troppi pareri, sovente contraddittori, sentiti da medici, economisti, sociologi, filosofi ed esperti di ogni specie, risulta arduo farsi un’idea di cosa ci riservi l’odierna pandemia. Possiamo essere certi di una cosa: il progresso e la tecnologia non ci hanno liberato dalle malattie infettive, molte delle quali sono pronte a riaffacciarsi alla ribalta di un mondo progredito, automatizzato e tecnologicamente evoluto. Quel che è certo è che tutte le pandemie hanno messo e mettono a dura prova gli equilibri economici e politici dei Paesi colpiti, raramente attivando nuovi percorsi economici e culturali, più frequentemente palesando processi già in essere nelle società.

 

Giuseppe Pigoli

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