La tragica fine di Yara nel film rigoroso di Giordana su Netflix

14 Dicembre 2021

Lo confesso da subito: appena ho letto che Pietro Valsecchi e Graziano Diana hanno sceneggiato questo film sull’omicidio di Yara Gambirasio, e che la casa di produzione era la Tao Due, ho avuto un moto di diffidenza. Il legane con Canale 5 e i suoi serial sempre più approssimativi e melensi mi appariva sospetto, come del resto la possibilità di effettacci e intrusioni larmoyantes che spesso sono il marchio di fabbrica di simili produzioni. Mi ha rassicurato però la regia di Marco Tullio Giordana, che non ha partecipato alla stesura del plot, ma lo ha reinterpretato sulla base della sua squisita sensibilità cinematografica, anche se molto spesso ha diretto film per la televisione (però Yara, attualmente su Netflix, ha conosciuto un passaggio, sia pur breve, anche nelle sale cinematografiche). Giordana non è nuovo nella ricostruzione di casi di cronaca nera: basterebbe pensare solo all’impeccabile trasposizione cinematografica del delitto Pasolini, che è l’antecedente più diretto di quest’ultima opera. La mano ferma del regista si riconosce subito, chiunque abbia scritto la sceneggiatura. Giordana rifiuta le possibili cadenze effettistiche e melodrammatiche del triste caso, utilizzando uno stile rapido e severo, che lo apparenta al cinema di denuncia dei tardi anni Sessanta (modello dichiarato del suo cinema è Le mani sulla città di Rosi). Funzionale a questa esigenza di testimoniare la verità, risulta anche la cura nella ricostruzione ambientale: la campagna bergamasca, pochissimo rappresentata al cinema (a parte quella ormai arcaica che fa da sfondo a L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi) risalta nella sua veridicità fin dalla bellissima sequenza iniziale, che rivela anche una sua valenza simbolica: il volo del modellino aereo che sovrasta campi e fabbriche e si schianta infine al suolo, allude infatti alla giovane vita di Yara, stroncata brutalmente dall’assassino.

Attento al ritmo e alla ricostruzione minuziosa dei fatti, il regista concede poco all’attuale mitologia da rotocalco: tra le pochissime immagini convenzionali compare l’icona femminista della giudice, novella amazzone che sopraggiunge in motocicletta, e si trova ad allevare da sola una bambina senza marito né compagno. Nello stesso senso funziona lo scambio di sguardi, e il breve sorriso, tra la protagonista e la madre della vittima: sequenza girata con una discrezione che costituisce la cifra stilistica prevalente del film.

L’indagine su cui è incentrata la trama, viene condotta con un ritmo serrato ed incalzante, sulla falsariga appunto dei film di denuncia che seguono da presso, pur rimanendo fiction, lo stile e la dinamica del documentario. Isabella Ragonese presta una buona interpretazione, ma spicca nel film la recitazione e il phisique du role di Alessio Boni, che ricopre un ruolo modesto, e che tuttavia riesce e rendere la sua interpretazione memorabile.

 

Vittorio Dornetti

 

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