Caso Djokovic in Australia: cosa c’è dietro la sfida no-vax

8 Gennaio 2022

 

Non è un po’ strano che il numero uno del mondo Djokovic possa volare in Australia senza la certezza di entrare nel Paese? Di sicuro qualcuno nel suo staff deve averlo avvertito. Eppure Novak è partito lo stesso. Rinchiuso in un albergo di Melbourne in modalità martire, Djokovic si trova ora in attesa che il suo ricorso venga giudicato lunedì. L’ennesimo guanto di sfida lanciato dal serbo. Una dimostrazione di potere, simile a quella dell’Adria Tour 2020 (da lui organizzato e poi rivelatosi un covid-party), che potrebbe rivoltarglisi contro…oppure aprirgli la strada.

Cos’è successo in Australia

Le posizioni no-vax di Djokovic sono note ormai da tempo (il serbo non vuole rivelare se è vaccinato o meno, ma ha dichiarato ambiguamente di ‘non essere contrario in senso assoluto ai vaccini’) e l’incognita sulla sua partecipazione all’Australian Open 2022 è emersa dopo l’obbligo vaccinale imposto dagli organizzatori del torneo. Il 4 gennaio Djokovic è uscito allo scoperto con un post sui social, dichiarando di essere in viaggio per Melbourne con una fantomatica ‘esenzione vaccinale’ per motivi medici non meglio chiariti. Arrivato all’aeroporto, Djokovic si è visto però bloccato alla dogana a causa del visto irregolare. E ora si trova in un albergo circondato da ciurme di fan e no-vax, in attesa che il ricorso dei suoi avvocati contro l’espulsione dal paese venga valutato lunedì.

 

 

Visualizza questo post su Instagram

 

Un post condiviso da Novak Djokovic (@djokernole)

Cosa c’è dietro il ‘pugno duro’ australiano contro Djokovic

‘Le regole sono regole. E nessuno è al di sopra delle regole.’ (Scott Morrison, primo ministro australiano)

Per capire cosa sta succedendo a Djokovic bisogna considerare il clima sociale e politico in cui la vicenda si sta svolgendo. L’Australia è stato il Paese con il lockdown più lungo al mondo (quello di Melbourne, 9 mesi sommati) con una gestione del post-chiusura discutibile: niente mascherine obbligatorie e riapertura totale. Il messaggio è stato ‘liberi tutti’ ma con i casi ora di nuovo in rialzo, quella con cui il primo ministro Scott Morrison ha a che fare, è la rabbia dei cittadini verso chi non rispetta le regole. Morrison, sotto pressione per la gestione della pandemia e con le elezioni federali in arrivo a maggio, non può permettersi un caso come quello di Djokovic e deve mandare un messaggio chiaro. La provocazione di Djokovic, che ben conosce il peso della propria partecipazione a un torneo Slam, ha trovato di fronte uno scoglio forse inaspettato, un governo che dopo mesi di lockdown in attesa del 70% di vaccinati con due dosi, non accetta che si faccia un’eccezione, tantomeno illustre.

Se il ricorso del serbo dovesse fallire, Djokovic rischierebbe in teoria di restare 3 anni fuori dall’Australia per aver presentato un visto irregolare.

Scott Morrison, primo ministro australiano, e Novak Djokovic

I precedenti di Djokovic

Le modalità con cui Djokovic porta avanti le sue cause sono curiosamente simili, paragonabili ad un approccio soft-skill, mai completamente diretto, ma sempre per vie traverse. Con tempistiche renziane (piena pandemia) nel 2020 Djokovic aveva annunciato la nascita di PTPA, una sorta di associazione giocatori, esterna all’ATP (di cui si criticava l’inefficienza del board troppo in favore degli organizzatori dei tornei) e che però, sempre secondo Djokovic, ‘non aveva alcuna intenzione di sostituirsi all’ATP’, cosa di fatto molto difficile. Uno scisma di cui risentiremo presto parlare.

Ancora nel 2021, Djokovic era stato tra gli organizzatori di quel pasticcio dell’Adria Tour, torneo di esibizione che in luglio aveva violato tutti i protocolli anti-covid, con lo stesso Djokovic risultato poi positivo insieme alla moglie e ad altri partecipanti come Zverev, Dimitrov e Thiem. Le regole esistono ma non per Djokovic. Prove generali di una presa di potere.

Il messaggio tra le righe di Nole: se mi volete…

E ora stiamo assistendo al caso Australia 2022, dove Djokovic fondamentalmente sa di presentarsi fuori regola (con un’esenzione vaccinale che non specifica i reali motivi medici) ma gioca sulla propria posizione di forza sul torneo (essendo numero uno al mondo).

Incarna così il ruolo della vittima e al tempo stesso crea un caso esemplare che mandi un monito agli organizzatori di tutti i tornei del 2022: se mi volete, non devo vaccinarmi.

Che il ricorso di lunedì di Djokovic vada in porto oppure no, al serbo interessa poco. Il messaggio è stato lanciato. O gli organizzatori troveranno un modo per farlo giocare senza vaccino, o perderanno l’attrazione numero uno (ma forse la meno divertente?) del circo tennistico. La partita si giocherà nelle prossime ore.

 

Marco Massera

2 risposte

  1. Finito un Djokovic se ne farà un altro…..come per il papa….il delirio di onnipotenza mal si sposa con questi ottimi e grandi campioni che dalla vita hanno già avuto molto e di più….aggiungo anche con pieno merito….però a questo punto un po’ di umiltà gioverebbe al loro prestigio come persone.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.