Ospedale di Cremona, sedie rotte e pc vecchi

16 Febbraio 2022
Rispettosi della consegna del silenzio,  Regione e politici di vario lignaggio lavorano nell’ombra sul progetto del nuovo ospedale di Cremona del quale si conosce solo a grandi linee il contenitore e nulla dei contenuti. Intanto che si vagheggia della sanità del terzo millennio e di quell’avveniristico nosocomio, il personale in servizio al monoblocco di viale Concordia si scontra con una realtà quotidiana lontana anni luce da quel futuro radioso.  Scrivono dei loro problemi i dipendenti, che temendo ritorsioni chiedono l’anonimato. Il che la dice lunga sull’aria che tira sul loro luogo di lavoro.   ‘Ma di che cosa parlano! Ospedale del futuro? – si sfoga una dipendente -. E noi non abbiamo le seggiole o meglio, abbiamo seggiole semi distrutte che ci obbligano a stare seduti in modo precario e alla sera facciamo il bagno nel Voltaren per lenire le contratture. Ospedale del futuro… e questo del presente? Con che cosa lo facciamo funzionare che abbiamo pc del 2009 e programmi che sembrano trovati nelle patatine invece che acquistati per farci lavorare in maniera civile? Siamo allo sbando. E’ una vergogna! Chissà in che tasche finiranno i miliardi del nuovo ospedale.’  ‘E’ proprio così – le fa eco un altro dipendente -. In un reparto sono tre gli infortunati da trauma per caduta da sedia rotta. Per fortuna abbiamo ricevuto sedie nuove e frigoriferi attraverso la lista di nozze di un benefattore’. Altri commenti descrivono analoghe situazioni di ordinario disagio riscontrabili non solo a Cremona.

Il mito già incrinato dell’eccellenza sanitaria lombarda è crollato all’inizio della pandemia che ha messo tragicamente a nudo l’inadeguatezza della medicina del territorio e non solo. Parte da questo fallimento il libro scritto da Maria Elisa Sartor, docente a contratto di Programmazione, organizzazione e controllo nelle aziende sanitarie presso il Dipartimento di Scienze cliniche e di comunità dell’Università degli studi di Milano, ‘La privatizzazione della sanità lombarda dal 1995 al covid-19. Un’analisi critica‘  è il titolo della ricerca, disponibile su Amazon, che non è il Vangelo ma che costituisce uno strumento utile per capire che cosa non funziona e perché nel campo dell’assistenza sanitaria della regione locomotiva d’Italia. Dovrebbero leggere quel libro politici, amministratori pubblici, medici, studenti e i cittadini che vogliono vedere oltre gli stereotipi e i luoghi comuni.
La narrazione di una sanità lombarda d’eccellenza nasce sotto le presidenze regionali di Roberto Formigoni e Roberto Maroni e prosegue col governatore Attilio Fontana, in carica dal 2018. L’analisi della professoressa Sartor parte da un dato di fatto: la Lombardia che ha un sesto della popolazione italiana ha registrato un quinto delle vittime. A questo smacco si aggiunge quello certificato dai dati Lea, Livelli essenziali di assistenza, ovvero le prestazioni che il Servizio sanitario deve fornire alla popolazione mediante le risorse pubbliche. La Lombardia figura al quinto posto nell’apposita classifica diffusa dalla Direzione generale della programmazione sanitaria del ministero della Salute. Viene certificato il disastro del progetto di privatizzazione della sanità perseguito tuttora e che non giustifica la mole di finanziamenti erogati dalla giunta regionale alle strutture private che peraltro scricchiolano sotto il peso dei debiti accumulati durante la pandemia. Oltre al mito dell’eccellenza è sfatato anche quello dell’efficienza. Sotto gli occhi ignari di tutti noi si è consumata una progressiva destrutturazione della sanità pubblica culminata in una vera e propria distruzione. L’obiettivo era scardinare il modello del Servizio sanitario nazionale, perseguito dai zelanti amministratori regionali. Si è partiti dalla contrazione della ricettività degli ospedali pubblici compensata dall’aumento dei posti  nelle strutture private, passando per il razionamento delle risorse destinate agli ospedali e alla riduzione del personale. Tutto ciò è avvenuto con la copertura mediatica di una stampa perlopiù compiacente, finanziata da potenti gruppi economici che hanno tutto l’interesse a favorire l’avanzata dei privati che hanno occupato, monopolizzandoli, tutti gli spazi del Sistema sanitario regionale, dai servizi di ricovero e cura ai centri diagnostici e di prelievo, ai poliambulatori, agli ambulatori di medicina sportiva, ai consultori, alle cliniche odontoiatriche, ai centri di salute mentale residenziali, semi residenziali e diurni, alla medicina del lavoro. Questo complesso di fornitori di servizi è cresciuto vertiginosamente e capillarmente in Lombardia a scapito del pubblico. Addirittura le facoltà di Medicina delle università private hanno eroso terreno a quelle statali. La sanità di base, quella presente sul territorio, è stata confinata in una riserva indiana che dalla pandemia ha ricevuto il colpo di grazia.  E la Regione che fa? Cerca di distogliere l’attenzione dei cittadini dalle magagne agitando lo specchietto per le allodole dell’eccellenza nelle aree specialistiche.
Questo fallimento dimostra come il modello di sanità pubblica, sicuramente migliorabile, non può essere sostituito da quello privato. E ammonisce gli amministratori regionali, richiamandoli al loro compito fondamentale che è quello della programmazione e del coordinamento, al quale sono venuti meno coi risultati che stiamo pagando.

 

 

Vittoriano Zanolli

2 risposte

  1. Anche chi, come la sottoscritta, ha per anni seriamente creduto ai poteri risolutivi di nobili parole come mercato, liberalizzazione e privatizzazione, di fronte ai loro concreti e misurabili esiti ha materia di non pochi ripensamenti

  2. Sarebbe necessario aggiungere che, come sostenuto da un’inchiesta di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera, le strutture sanitarie private sono in grado di scegliere le attività più remunerative e tralasciare quelle meno redditizie, mentre l’ospedale pubblico è costretto a garantire ogni tipo di prestazione sanitaria, anche quelle che vengono rimborsate meno di quello che costano. Tale situazione porta anche al rischio di inappropriatezza, parola apparentemente incomprensibile ma che, in soldoni, significa che se per esempio ti fanno male le ginocchia, nella struttura pubblica magari ti propongono delle infiltrazioni mentre nel privato è possibile che ti propongano una protesi (esperienza personale). Qual è il problema? Per le infiltrazioni la struttura prende una miseria, mentre per una protesi girano un sacco di soldi. Io ho fatto le infiltrazioni e per adesso sono soddisfatto, sia per le ginocchia che per avere contribuito a ridurre i costi di una sanità che guarda solo al profitto.

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