Una vampa nella nebbia

25 Marzo 2022

Nella pianura padana centrale è in corso da almeno una ventina d’anni un cambiamento climatico. La nebbia, quella talmente fitta da rendere difficile anche trovare la via di casa, è sparita. Quando la coltre ovattata nascondeva le strade della campagna cremonese, in auto prudenza voleva che ci si fermasse prima di attraversare un incrocio e si capiva soltanto dal rumore, abbassando il vetro dei finestrini, se stesse sopraggiungendo qualche veicolo. Chi viaggiava in moto o in bicicletta arrivava a destinazione con baffi e sopracciglia ricoperti come da una bianca brinata. La circolazione diventava difficile e, al calar della sera, il rischio di collisioni o di investimenti era molto alto. I tamponamenti a catena spedivano al pronto soccorso guidatore e passeggeri, spesso colpiti dal cosiddetto colpo di frusta.

Per migliorare la visibilità, auto e camion venivano dotati di una coppia di fari fendinebbia: quello montato sul lato della guida, di profondità, col suo fascio di luce stretto e penetrante, illuminava il centro della strada, l’altro rischiarava la sede stradale in larghezza. Ma il risultato era pessimo: la nebbia con le sue microscopiche goccioline d’acqua rifrangeva i raggi luminosi alzando davanti agli occhi del guidatore un muro bianco ancora più impenetrabile. La pubblica illuminazione, che dall’imbrunire all’alba rischiara oggi numerosi tratti di strade provinciali e statali, era limitata alle vie cittadine. Le autorità sconsigliavano di mettersi in viaggio, se non per motivi inderogabili, in cui rientravano non soltanto quelli lavorativi, ma ve n’erano di altra natura ancora più urgenti.

Tino, studente universitario che abitava a una decina di chilometri da Cremona, era finalmente riuscito a strappare a Isabella, conosciuta all’università, un appuntamento serale dopo mesi di tentativi andati a vuoto. Era stato attirato non soltanto dal viso ma anche dal corpo della ragazza, caratterizzato da un susseguirsi di superfici lisce e di perfette rotondità in un equilibrio che non sarebbe sfuggito a Fidia, il più celebre scultore di nudi dell’antica Grecia.

Il nebbione, calato al termine di un giorno di sole primaverile, non impedì a Tino di mettersi in viaggio nonostante il parere contrario dei genitori, preoccupati per i rischi legati alla scarsissima visibilità. Dopo una discussione con il padre, un facoltoso ingegnere meccanico, si diresse verso la sua Fiat 850 coupé, inseguito da: ‘Se ti succede qualcosa non far conto su di me, arrangiati’. L’arrivo in città non fu privo di momenti di angoscia. Lungo il percorso in certi punti la visibilità era quasi nulla, ma il desiderio di sancire, almeno con un bacio, il suo sogno d’amore, gli fece superare l’inquietudine che lo prendeva nell’affrontare i tratti di strada più ciechi. Si fermò davanti all’abitazione dell’amica e aspettò.

Dopo un’attesa di un quarto d’ora, in cui il sogno incominciava a diventare incubo, si aprì il portone, l’amica si avvicinò al finestrino e gli disse che a causa della nebbia i genitori le impedivano di uscire, ma aggiunse che era invitato a trascorrere la serata in casa sua. Avrebbe voluto rifiutare l’invito, ma sarebbe stato un atto di maleducazione tale da compromettere il futuro del suo disegno amoroso.

Parcheggiata la macchina, entrarono nell’ascensore. La serata stava trascorrendo in modo ben diverso da come se l’era immaginata. Davanti alla televisione in compagnia di papà e mamma ebbe inizio una serie di domande da parte dei genitori atte a capire se fosse un buon partito. L’inchiesta puntava a scoprire quali fossero le sue ambizioni professionali, a che punto fosse con il corso di laurea, quali i suoi interessi e quale fosse il livello sociale e soprattutto economico della sua famiglia. Verso le 23 venne con cortesia congedato perché all’indomani Isabella doveva sostenere l’esame scritto di inglese e quindi era necessario che andasse a riposare.

La nebbia era ancora più fitta. Tino raggiunse la macchina e, con il morale a terra, ripartì verso casa. Un’autentica imboscata, si ripeteva, che gli era stata tesa dalla fanciulla in cerca di marito, ben lontana dal desiderio di avviare una storia d’amore che non fosse coperta da un cospicuo conto in banca. Lo sguardo sempre attento alla strada gli aveva impedito di controllare gli strumenti e non si era accorto della spia rossa accesa a segnalare la scarsità di carburante.

A quattro chilometri da casa, sussultando, il motore si fermò. Che fare? Telefonare, nonostante l’ora, a suo padre per chiedere aiuto poteva essere l’estrema soluzione. Ma da quale telefono? Intorno non c’erano case né osterie né tantomeno cabine telefoniche. Nascosta dal buio e dal nebbione, soltanto una muta distesa di terreni agricoli. Avrebbe voluto chiedere un passaggio. Ma a chi? Non passava anima viva. Lasciò la macchina sulla strada dove si era fermata. Si avviò a piedi verso casa. Fatti pochi passi sopraggiunse il camion del latte. Nella nebbia, lo schianto. Poi, nel buio, una vampa, a rischiarare la notte.

 

Sperangelo Bandera

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