LGBTQIA+ segna il tramonto dell’Occidente. Tanti auguri alle generazioni future

4 Giugno 2022

GLI EDITORIALI DI ADA FERRARI

Della foto, uscita in occasione della recente festa della mamma dal pensatoio pubblicitario dello stilista Calvin Klein, tutto o quasi è già stato detto. In effetti, il pugno nello stomaco è notevole: un barbuto transgender brasiliano offre all’obiettivo fotografico un roseo pancione prossimo al parto dividendo la dolce attesa con un giulivo trans che si sente donna ma, in realtà, è in parte rimasto uomo. Lo è talmente che l’incolpevole nascituro (cui toccherà lo sconvolgente enigma di chiamare mamma un uomo e papà una donna) è per l’appunto suo figlio. Mentre il barbuto incinto che si sente uomo e ogni mattina regola la folta barba e si compiace del bicipite palestrato è in parte rimasto donna. In caso di patria in pericolo e conseguente chiamata alle armi chi varrà arruolato: il lui che però si sente lei? Oppure lei che però si sente lui? Nel dubbio, al fronte entrambi. Prima linea, se possibile.

Non c’è che dire: pruriginoso modo di celebrare la maternità. Perché non la foto di un’ucraina in marcia verso la salvezza con un figlio caricato sulle spalle e l’altro per mano? Perché il marchettaro stilista newyorkese (famiglia di ebrei ungheresi) è, manco a dirsi, schierato coll’eroica pattuglia che difende i diritti delle minoranze. Che uno strapagato modello brasiliano e la sua compagna/o siano pur vagamente assimilabili allo status di minoranza perseguitata è una stravagante spiritosaggine tragicamente smentita dall’andazzo generale. Si direbbero piuttosto avanguardie di un costume coccolato con smaccata compiacenza da chiunque ne ricavi dividendi da indotto pubblicitario o elettorale. Quel che resta da capire è cosa mai abbiano in comune con il valore libertà o diversità decentemente inteso queste sensazionalistiche esibizioni di procurati ‘scherzi di natura’ che un tempo le pietose mura del Cottolengo avrebbero protetto dalla morbosa curiosità esterna e ora vengono orgogliosamente sbandierate come una specie di versione politicamente aggiornata della Sacra famiglia.

Apriti cielo. Prevedo l’obiezione: siamo gente di mondo, siamo occidentali, eredi della civiltà che ha inventato lo straordinario e non cedibile valore che si chiama libertà personale. Perimetrarla e darle confini ci metterebbe in contraddizione coi valori fondanti del nostro liberalissimo umanesimo. Vedendo in che salsa viene ormai cucinato il famoso ‘umanesimo liberale’ temo che il ragionamento faccia penosamente acqua. Proviamo a ribaltarlo con una domanda. Le forzature di un sensazionalismo che spinge sempre più in alto l’asticella della manipolazione dei ruoli maschile e femminile, paterno e materno hanno realmente a che fare con il senso profondo della civiltà occidentale? Nessuna delle culture che l’hanno storicamente costruita nei secoli in realtà s’è mai sognata di svincolare i comportamenti individuali e le relative libertà dall’obbligante orizzonte del bene collettivo e dell’interesse generale della comunità. Siamo eredi – purtroppo sempre meno consapevoli – del famoso ‘contratto sociale’ per cui se vuoi godere dei vantaggi di vivere in società e nel sistema di regole chiamato Stato devi pur cedere qualcosa in cambio qualcos’altro. Non a caso è un contratto. Pur con differenze di accenti e scale di valore, dal fondamento greco romano in poi, passando per cristianesimo, illuminismo, liberalismo e marxismo si è sempre ragionato in termini di etica della responsabilità personale e di necessità che l’individuale diritto a realizzarci nel modo che più ci aggrada – compreso quello a un libero orientamento sessuale – si mantenga entro limiti di sopportabilità sociale. Difficile, difficilissimo vedere in questi eccentrici avventurieri della genetica che non vogliono regole ma solo diritti qualche significativa continuità coi valori autenticamente liberali e umanistici della nostra
civiltà e della sua traiettoria storica. Caso mai, cresce di giorno in giorno il sospetto che troppi costruttori dell’immaginario collettivo nonché detentori delle preziose leve che orientano il costume sociale e ne ridefiniscono i valori siano da tempo sul libro paga di chi punta alla distruzione della civiltà occidentale, assecondandone la deriva in una debole e sbracata periferia geopolitica futilmente modaiola.

Pare pensarla così anche Carlo Calenda nel suo recente saggio ‘La libertà che non libera’. Se sappiamo ancora distinguere le cose serie dalle baggianate, questo libro, nel suo lineare realismo, merita attenzione e fortuna. E merita anche, perché no, di suscitare qualche imbarazzo in una certa sinistra che non riuscendo a mettere efficacemente le mani nella materia, più che mai urgente, dei diritti economici e sociali investe testa, cuore e soprattutto retorica in tutt’altro. Calenda invita a non regalare la preziosa parola ‘libertà’ a roba che va catalogata sotto tutt’altra voce. Ci sono libertà che liberano e libertà che non liberano. Le prime concorrono a tenere in sicurezza le vitali basi liberaldemocratiche del nostro sistema. Le altre non sono che eccentriche provocazioni individualistiche destinate, passo dopo passo, a indebolire e decostruire quel sistema di regole condivise e conseguenti discipline senza il quale una comunità non si regge e fatalmente s’avvia alla dissoluzione. Decidiamoci a chiamarlo col nome che gli è proprio: il problema delle nostre società è il gigantesco deficit educativo e culturale che fa ritenere odioso residuato autoritario tutto quanto abbia a che fare con principi normalmente costitutivi di qualunque comunità come quelli di gerarchia e di autorità.

Se il pontefice stesso, con problematico minimalismo, apertamente ama chiedersi “chi sono io per giudicare?” figuriamoci quale margine di autorevolezza può accampare un povero genitore o insegnante o poliziotto dovendo stabilire o ristabilire qualche linea di confine fra libertà e arbitrio. Riflessioni inevitabili, condotte quando il tempo ormai stringe e l’Europa, con l’intero Occidente, è palesemente entrata in una parabola discendente che peraltro ne asseconda il nome. Occidente significa appunto ‘ là dove tramonta il sole’. Per nostra fortuna la giornata dell’Occidente storicamente parlando è stata lunghissima e tardivo il tramonto. Ma è col suo tramonto che ci tocca vedercela. E la faccenda è assai complicata. Il futuro riserva alla nostra area geopolitica prove paurosamente impegnative. Dovremo misurarci con sistemi di ben altra stazza muscolare come Cina o Russia, dove la persona è niente e la disciplina è tutto.

Se pensiamo di presentarci con le credenziali radical chic dei barbuti incinti e dei maschi-mamma in tacchi a spillo, patinate icone del favoloso luna park in cui tutto è concesso, poveri noi. Vivissimi auguri alle future generazioni.

 

Ada Ferrari

11 risposte

  1. Sarebbe una società ben triste e fragile quella che si senta minata nelle proprie fondamenta dalla richiesta di alcuni di poter usufruire dei diritti di tutti (senza nulla togliere ad alcuno. Solo aggiungendo).
    Questo articolo in realtà, vecchio nei contenuti e inadeguato al pensiero di larga parte della popolazione reale, punta i riflettori su un caso estremo (anche se pur sempre indicatore di situazioni esistenti intorno a noi, che sarebbe incomprensibile ignorare), per evitare di guardare in faccia la quotidianità delle ancora tante violenze fisiche, verbali e psicologiche perpetrate nei confronti del mondo LGBTQI+ e di ogni forma di unicità che non si omologhi al modello della “sacra famiglia tradizionale”.
    Pubblicarlo nel giorno di una importante manifestazione di civiltà e orgoglio, che larga parte della popolazione Cremonese, del tessuto socio-culturale e delle istituzioni ha per fortuna invece salutato con favore e adesione, rivela una scelta editoriale legittima, ma perdente, retrograda e miope.
    Peccato…

    1. Ci sono giorni deputati a divulgare le idee e altri invece sbagliati? Non credo. Rispetto la sua opinione come pure quella di esponenti del mondo LGBT. Accetto anche le sue critiche che ritengo ingiuste. Sono lieto di pubblicare commenti e anche editoriali che manifestano posizioni diverse dalle mie come peraltro è già accaduto. L’editoriale di Ada Ferrari esce in concomitanza col Cremona Pride per stimolare un confronto che ritengo prezioso. Le faccio presente che oggi ho pubblicato anche l’intero programma con il percorso che la manifestazione osserverà tratto dal sito del Cremona Pride riconoscendo l’importanza dell’evento.

    2. Se le basta qualche ora di Gay Pride per sentirsi, al contrario di me, “progressista e vincente” me ne rallegro per lei. Quanto ad essere “inadeguata” al pensiero della gran parte del Paese “reale” non credo spetti né a me nè a lei la presunzione di interpretarlo.

  2. La comunità LGBTQIA+ e chi più ne ha più ne metta si sarebbe dovuta sentire molto offesa e strumentalizzata dall’utilizzo della storia della coppia in questione. Chi vede nella pubblicazione dell’editoriale di Ada Ferrari il motivo per giudicare negativamente forse non coglie questo aspetto. Si tratta quasi di un autogol. Si parla di una persona nata femmina che ha avuto l’esigenza di diventare maschio , con tutta la sofferenza di un percorso lungo e difficile, che però non ha resistito alla realizzazione femminile per eccellenza, la maternità. Uomo per tutti e donna dentro con tanto di stato interessante. E il contrario per la/il compagna/o. La confusione in questo caso specifico, quello da cui parte la riflessione di Ada Ferrari, non è fuori ma dentro le persone e la coppia. Immaginiamoci per il nascituro che cosa potrà rappresentare avere due genitori così. Da qui prendono avvio le considerazioni personali dell’autrice che riguardano la nostra società occidentale. Inoltre prestarsi alla campagna pubblicitaria dandosi in pasto al mondo ( dubito a titolo gratuito) significa voler provocare reazioni e discussione.

  3. Non solo condivisibile ma da incorniciare la lettura che Ada Ferrari dà del tramonto occidentale (che deriva ahimé proprio da occasus). Il fenomeno però trascende purtroppo la sfera sessuale, che forse non ne è neppure l’aspetto più importante. Ne parla incisivamente Rampini nel suo “Suicidio occidentale”. Diciamo che di veramente ‘fluido’ ritroveremo tra non molto i nostri neuroni.

  4. Senza entrare nel merito della questione relativa alla esibizione di comportamenti che la più parte delle persone considera privati, l’ articolo di Ada Ferrari se non altro è ben argomentato e mostra un buon utilizzo delle facoltà cerebrali superiori, mentre il commento critico, per quanto educato (aspetto assai apprezzabile di questi tempi) non sembra argomentare un bel nulla e rappresenta solamente un elenco di dichiarazioni. Ragazzi, un po’ di sforzo: per un confronto di idee ci vogliono dei ragionamenti, le affermazioni non bastano.

  5. Trovo come sempre molto stimolanti le riflessioni di Ada Ferrari che, ogni volta, sceglie di mettere il coraggio di fronte al politically correct, qualunque esso sia.
    Trovo il suo j’accuse molto opportuno in un momento in cui si stanno sciogliendo come neve al sole tutti i confini e i valori sui quali la nostra società è fondata. Siamo proprio così certi che l’immagine distopica che ci viene proposta rappresenti la strada maestra verso il progresso? Senza voler mancare di rispetto alle scelte di ciascun individuo e nel pieno riguardo del diritto di ognuno di manifestare se stesso e la propria essenza, siamo davvero convinti che quella proposta nella foto sia la strada più efficace per il progresso della razza umana?
    E siamo veramente così in pochi a percepire quel tipico odore sulfureo che ha la manipolazione?

  6. Una domanda importante: perché Ada Ferrari non doveva pubblicare l’articolo? Se c’è rispetto (non necessariamente condivisione) per il pensiero di tutti, tutti devono portare rispetto, proprio tutti , nessuno escluso. Siamo alle solite; l’omologazione di pasoliniana memoria appare sempre più come l’anticamera della censura.

  7. Ada Ferrari esprime con grande acutezza la progressiva attuale decadenza della nostra civiltà occidentale, l’immagine ne è lo spunto ; trovo lo scritto estremamente attuale ed adeguato e ne condivido il contenuto.

  8. Quella foto non mi trasmette nulla di autenticamente progressista, mi suscita solo pietà. Se rappresenta un caso estremo. perchè non mantenerlo nell’ambito privato? Perchè ha un prezzo, a livello ideologico ed economico. E’ vera la lotta rappresentata contro tutte le discriminazioni? Non mi pare affatto.In piazza è scesa senza indugi persino l’ANPI, così ambigua verso gli ucraini oppressi; in nome della tutela della salute non ci si è fatti scrupoli a soffocare la libertà vaccinale, e la legge Zan a cosa mira, se non a soffocare la libertà di pensare diversamente, in barba a Turati? Chicca finale: la Madonna blasfema. Di che ci stupiamo? Per una dottrina fondata sull’assoluto arbitrio, la blasfemia è connaturata.

  9. Ada Ferrari si dimostra ancora una volta diretta ed efficace. Probabilmente troppo cruda e sincera per i meno realisti, troppo lucida per i più sognatori…

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