L’altra faccia della guerra: combattenti ucraini antiautoritari epigoni dei cosacchi ribelli

14 Luglio 2022

Nel multiforme movimento ucraino di resistenza all’invasione russa vi sono, inseriti nell’esercito nazionale o fiancheggiatori, non solo gruppi nazifascisti o ultrareazionari (che ci sono, eccome, e fanno molto parlare di sè). Alcune associazioni antiautoritarie o di ispirazione anarchica si sono riunite in un “Comitato di resistenza”, che raccoglie persone (alcune centinaia, secondo le fonti più credibili) con convinzioni anche assai diverse ma accomunate dal rifiuto di posizioni autoritarie, nazionalistiche e fasciste. Hanno elaborato anche un programma politico comune, che prevede forti misure sociali, come ad esempio cure mediche gratuite per tutti e sussidi economici per i meno abbienti. Chiedono pure la formazione di comitati locali di autodifesa e la distribuzione di armi alla popolazione, anche in vista del dopoguerra, quando i neonazisti saranno presumibilmente armatissimi ed in posizioni di potere. I gruppi antiautoritari, che  – dicono – concepiscono la guerra in Ucraina come “la continuazione della lotta per la liberazione dei popoli da ogni autoritarismo”, cercano di far parlare di sè, con scarso successo nel complesso.

Pressoché ignorati dai media, schiacciati fra due schieramenti ipernazionalisti armati fino ai denti, non so che ruolo potranno giocare in futuro. Personalmente, temo che il loro futuro non sia particolarmente roseo! In questa sede, tuttavia, mi preme parlare della loro ideologia, ideologia che dimostra come nella storia a volte riemergano dal passato idee e figure di cui si credeva persa fin la memoria. Questo tipo di resistenza, infatti, rivendica la filiazione dalle Comunità cosacche e dai movimenti contadini che ogni tanto, lungo i secoli, si sono ribellati ai signori feudali della Galizia, della Bucovina e della Transcarpazia, signori feudali per i quali i contadini erano servi della gleba, senza volontà autonoma e cedibili insieme a campi ed attrezzature.

Lo Zar Pietro il Grande (1672-1725) impresse, come è noto, una forzata modernizzazione alla Russia, per renderla una delle Grandi Potenze del tempo. Per molti anni fu impegnato in uno scontro mortale con Carlo XII, re di Svezia, a reprimere le rivolte dei Cosacchi ed a guerreggiare e trattare con il Sultano. La cosiddetta Seconda Guerra del Nord (1700-1721) vide all’inizio le strepitose vittorie degli Svedesi; poi Carlo XII decise, per infliggere il colpo mortale al nemico, di addentrarsi, affrontando anche un tremendo inverno che ne ridusse drasticamente le capacità militari, negli immensi spazi della pianura russa del Sud, in Ucraina appunto, dove i Cosacchi ribelli allo Zar, guidati da Ivan Mazepa, l’attendevano. A Poltava, nel luglio del 1709, l’esercito svedese venne sbaragliato ed i Cosacchi ucraini sconfitti e sottomessi. Carlo XII si rifugiò allora in Turchia, convinse il Sultano a riprendere le ostilità contro la Russia, attraversò da solo l’Europa, in una folle cavalcata divenuta mitica, per accorrere a difendere il suo Paese, ormai direttamente minacciato dai Russi, e morì, nel 1718, combattendo contro i Danesi, alleati di Pietro. La breve guerra Turco-Russa, subito dopo Poltava, si era già chiusa da tempo, con la cessione da parte di Pietro al Sultano della città-fortezza di Azov, conquistata dai Russi una decina d’anni prima. I Cosacchi furono tra i protagonisti di quegli anni ed in tutta Europa si diffusero, come anche negli anni successivi, storie e leggende su di loro. Ivan Mazepa, dal 1687 atamano dei Cosacchi dell’Ucraina, fu per molti anni importante alleato di Pietro; poi, nell’ottobre del 1708, si ribellò allo Zar. Pietro lo considerò un traditore, un “nuovo Giuda”, e lo fece scomunicare (la scomunica venne letta nelle chiese dell’Ucraina ogni prima domenica di Quaresima fino al 1869!). In realtà Mazepa, come i capi cosacchi della Piccola Russia immediatamente precedenti, era costretto ad oscillare tra la sottomissione allo Zar ortodosso e l’alleanza con sovrani cattolici o protestanti. La scelta avveniva di volta in volta, valutando chi, in una determinata situazione, meglio si prestava al fine di garantire il rispetto delle tradizionali libertà cosacche.

Negli stessi anni avvenne la ribellione guidata da Kondratij Bulavin (1660-1708), comandante dei Cosacchi del Don, scoppiata nell’autunno del 1707. Da anni la maggioranza dei Cosacchi di quell’area lamentava confische di beni ed usurpazioni di attività e prerogative cosacche da parte di uomini dello Zar. Ma la scintilla scoppiò quando Pietro pretese il rispetto di una legge che stabiliva la cacciata dei fuggiaschi, spesso disertori, rifugiatisi nella regione del Don dal 1695. La tradizionale accoglienza cosacca veniva messa in discussione! Bulavin si alleò allora con i lavoratori dei cantieri navali di Voronez, con i contadini, coi nomadi Calmucchi e Tartari, con i dissidenti religiosi. Accese focolai di ribellione in tutta l’area vastissima del Bacino del Don, suscitando enorme preoccupazione a Corte. In un certo senso replicò la grande ribellione di Sten’ka Razin del 1670-71 ed anticipò la non meno estesa e più nota rivolta di Pugacev del 1773-75; con la differenza che Bulavin non proponeva alcun pretendente al trono. Nell’aprile del 1708 Bulavin entrò da trionfatore nella città di Cerkassk, che per un breve periodo fu la capitale di uno Stato di fatto indipendente. La reazione di Pietro fu durissima. Inviò a reprimere la ribellione un esercito di 32.000 soldati, agli ordini del principe Vasilij Dolgorukij. Ordinò di impiccare i “ladri” di Bulavin sul posto, lungo le strade, appena catturati. Bulavin venne ucciso il 7 luglio 1708 e le ultime sacche di resistenza vinte entro i primi mesi dell’anno successivo. Ai Cosacchi sopravvissuti fu poi proposto di entrare nell’esercito dello Zar, proposta dai più accettata. Solo alcuni gruppi, sfuggiti alla decimazione, rifiutarono le offerte dello Zar ed abbandonarono il Paese, giurando di non farvi ritorno finché vi fosse uno Zar.

E’ ai Cosacchi ribelli che si rifanno i combattenti ucraini antiautoritari. Che sostengono di avere gruppi, per il momento silenti, nella Russia del nuovo Zar, Vladimir Putin Il “Comitato di resistenza” ha anche un altro punto di riferimento, più recente: l’anarchico Nestor Makhno, che prese le armi contro gli eserciti “bianchi” (filozaristi) nel corso della guerra civile russa 1917-1921. Il movimento di Makhno, al suo apice, contò più di centomila combattenti ed arrivò a controllare un territorio, tra Zaporizhie ed il porto di Mariupol, ove vivevano circa tre milioni di persone. Ma in tutta l’Ucraina aveva seguaci. Dopo aver contribuito alla sconfitta dei generali “bianchi”, si scontrò con i bolscevichi. La sua visione di comunità autogestite cozzava con l’idea leninista di “dittatura del proletariato”, seppure temporanea, e con la volontà bolscevica di costruire uno Stato forte, centralizzato, capace di far fronte ai tanti nemici. Meno incideva l’aspetto nazionalistico, prevalente in anni successivi ed ancor più oggi. Lo scontro con l’Armata Rossa vide la sconfitta di Makhno, che fu costretto a rifugiarsi a Parigi, dove visse di stenti fino al 1934. Morì, a 44 anni, di malaria. Ma, come dicevamo, vi è ancora chi si richiama al suo pensiero ed alla sua
figura.

Nella guerra in atto in Ucraina, e più in generale nel mondo di oggi, non so, dicevo, che sorte possano avere movimenti così. Sono abbastanza pessimista. Ma è curioso e significativo che idee libertarie ed antiautoritarie, magari confuse ed a volte strumentalizzabili, permangano nel corso dei secoli e di tanto in tanto riemergano grazie al coraggio e forse all’incoscienza di donne ed uomini determinati.

 

Gian Carlo Corada

Una risposta

  1. forse si è dimenticato di considerare a chi appartengono le idee più autoritarie del momento. E cioè allo zar di Russia, al quale delle” idee libertarie ed antiautoritarie” non gliene può fregar di meno. Si rilegga allora la storia, ne ha bisogno. Cosacchi ceceni circassi ucraini..e popolazioni confinanti furono a più riprese sterminate dall’orso russo/sovietico. A meno che all’Anpi da sempre filorusso e poco atlantista un dettaglio del genere possa non interessare.

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