Crisi della politica ed elezioni: il Paese non merita questo teatrino dei pupi

26 Luglio 2022

GLI EDITORIALI DI ADA FERRARI

A campo largo funestamente convertito in campo stretto, la fantasia creativa di Enrico Letta non s‘arrende e già lavora a un nuovo schema di gioco. Detta dunque ai fedeli la strategia vincente: ”dovrete avere occhi di tigre”. Ed ecco la festa de L’Unità di colpo convertita in raduno dei tigrotti di Mompracem. Chi avrebbe detto che dietro quell’aria compostamente curiale, da frequentatore di lungo corso dei più felpati meandri del Sinedrio politico, covasse un novello Sandokan di sguardo magnetico e mossa felina? Un attimo di sconcerto e il da farsi mi appare in luminosa chiarezza. Non esiti Giorgia Meloni, favorita da occhio ceruleo e chiome bionde, a vestire le fluttuanti sete dell’indimenticata Perla di Labuan. E lasciamo che il leggendario idillio migri dalle pagine di Salgari alle stanze di palazzo  Chigi regalandoci -nuovo di zecca e a costo zero- un rinato patto di unità nazionale. E vissero tutti felici e contenti. Miraggi di una torrida notte di mezza estate.

Ben altra e di desolante modestia è la realtà di una politica che, alle prese col dopo Draghi e l’elaborazione del lutto, ripiega sul classico ‘Il Re è morto. Lunga vita al Re’. E si disputa la divisione delle spoglie in spudorato crescendo di rivendicazioni ereditarie, a cominciare ovviamente dalla celebre Agenda ormai assurta a novella appendice del Nuovo Testamento. Se persino per il maschio alfa di cui il Paese disponeva le tappe del Piano di Ripresa e Resilienza furono scalata impervia e non sempre spedita, figuriamoci quando garanti dell’impresa saranno i mezzi busti dell’odierno teatrino. Il miglior commentatore dell’attualità politica? Un certo Francesco Guicciardini che, benché morto nel lontano 1540, aveva capito tutto: il capitale vizio che azzoppa la storia d’Italia è quell’attaccamento del singolo al suo interesse ‘particulare’ che sistematicamente prevale sull’interesse generale. Ovvio che, oltre al Santo Graal dell’Agenda, tre parole si spartiranno scena e retroscena della campagna elettorale: progressismo, populismo e sovranismo. E poco conta che si tratti di parole usurate fino ai limiti dell’insignificanza e con lo stesso tasso di verginità dei politici che, a secco di più pertinenti e solidi ragionamenti, ne usano e abusano trasformandole nella fiammeggiante linea di confine fra Bene e Male, salvezza e perdizione.

Prendiamo, per esempio, la parola progressismo che  palesemente evoca il progresso e come tale può contare su una diffusa predisposizione favorevole. Chi non ama il progresso?  Senonché parliamo di un concetto che più di ogni altro ha subito il lento lavorio di erosione e rimodellamento che la Storia nel suo procedere non risparmia a nessuno. Cos’è il progresso nell’anno di grazia 2022? Ogni epoca e generazione ne riscrive a modo suo profilo e sostanza. Se ieri era costruire fabbriche e innalzare ciminiere in nome dello sviluppo e della modernità industriale, oggi – sperimentato che di un certo sviluppo si può anche morire –  ecco che il progresso tende quasi a identificarsi con la famosa ‘decrescita felice’ che molti seduce per l’appunto in  quell’area politica. Lecito pertanto chiedersi come il progressista doc si collochi, per esempio, dovendo concretamente  trovare la quadra fra la difesa dell’ecosistema e quella, altrettanto prioritaria, dei posti di lavoro senza i quali  le sue amate classi lavoratrici  sono  destinate a  ulteriore tiro di cinghia. Ed ecco che l’apparente linearità delle astratte etichette identitarie è destinata a sfarinarsi  nel cruciale passaggio dal dire al fare. E se il dire suona di lapidaria intransigenza, il fare è assai più elastico, come ampiamente illustra il lungo fidanzamento fra progressisti Dem e populisti Pentastellati giunto fino a programmare di metter su casa insieme. Una volta ‘sfidanzati’ a chi resta il marchio?  Conte non ha dubbi: ‘I veri progressisti siamo noi’. Ma non era l’avvocato del popolo? La confusione è servita.

Ma, in fondo, vespaio analogo solleva anche la parola sovranismo che, avendo a che fare col concetto di stato sovrano, suscita nei ‘politicamente corretti’ anatemi al solo pronunciarla,  come sommatoria delle più beluine pulsioni umane: egoismo nazionalista, oscurantismo, antieuropeismo, sfascismo e così via. Osservo, a scopo di pacifica provocazione, che se non fossimo assatanati retroscenisti tuttora chini sulle ultime ore del governo Draghi, non  saremmo qui a commentare una crisi di governo bensì la crisi della politica in quanto tale. E il fenomeno ha, sì, a che fare col declino qualitativo di ceti politici e classi dirigenti  ma anche e soprattutto col nuovo e stressante quadro operativo cui le politiche nazionali sono costrette dopo che la costruzione dell’Europa Comunitaria ha richiesto agli stati cessione di significative quote di sovranità, cioè autonomia, cioè libertà. Mettiamola così: la politica ha gli stessi compiti del passato, risolvere i problemi domestici, ma a differenza del passato non ha più completa disponibilità delle leve e degli strumenti che consentono di farlo. Leve e strumenti sono in parte migrati altrove, finiti sia nel ginepraio della globalizzazione che nelle sfiancanti complessità delle concertazioni imposte dalle burocrazie comunitarie. Vedi stallo, o fallimento, del tentativo di mettere un tetto al prezzo del gas perché Olanda e altri si sono messi di traverso. Come se un medico dicesse: ho diagnosticato la malattia, so che farmaco occorre, ma arrivare a metterci le mani è un rebus, darlo al paziente è una corsa a ostacoli.

Se, operando in queste condizioni, la politica non è più in grado di mantenere le promesse e più che mai genera legioni di delusi, di orfani, di gilet gialli e forconi , si potrebbe forse realisticamente riconoscere qualche elemento di sensatezza in chi rimpiange l’agilità decisionale e operativa del vecchio stato sovrano.  La verità storica è un prisma di cui nessuna faccia può essere pregiudizialmente ignorata.  Il Paese non merita questo teatrino dei pupi che s’illude di farla franca e superare la tagliola del voto esasperando il gioco delle identità contrapposte e presuntamente vergini. Dopo una campagna elettorale giocata su questa rabbiosa delegittimazione reciproca dove troveremo il minimo di convergenze necessario per fare le riforme e onorare gli impegni a cui gli aiuti europei ci vincolano?  Per dirla con Sgarbi: capre, capre, capre.

 

Ada Ferrari

 

2 risposte

  1. interessante la riflessione sulle parole “usurate al limite dell’insignificanza”. Gli “ismi”: progressismo, populismo. sovranismo. Neanche chi le ripete da decenni, immagino abbia un’idea chiara del loro significato. Che importa? Conta l’effetto emotivo che esse producono, ormai assodato. Positivo a pelle e a priori per “progressismo” , negativo per le altre due. Non merita neanche perdere tempo a spiegare, a cercare un significato consono, perchè anche i significati. almeno in certi ambiti della vita pubblica, hanno perso valore. Forse l’esperienza politica ha insegnato che si converte la gente di più coi diktat, con le parole/frasi ad hoc, ad effetto, che con le argomentazioni. Forse la gente di chi argomenta si stufa, perchè bisogna impegnarsi a leggere, a capire. Anche nelle lettere, meglio due righe in croce,facili da capire. Forse non è assolutamente fuori luogo l’accostamento a quell’Immunità di gregge recentemente trattata in altro ambito nel senso che in questo modo si rischia di diventare sempre piu'”gregge immune” da un lavoro mentale di approfondimento. Una delega in bianco all’uso del proprio cervello al primo che si propone. Ma sorge un dubbio amletico: un gregge di “capre”, come tu dici, o di pecore?

  2. Condivido lo sconforto. Il ‘capre’ era ovviamente riservato ai protagonisti politici dell’insopportabile rissa quotidiana. Quanto alle pecore, occorrerebbe una onesta riflessione sulle opinioni pubbliche contemporanee, oggetto di un bombardamento di sollecitazioni mediatiche senza avere adeguati anticorpi per valutarle criticamente. Lupi travestiti da agnelli…e pecore che ci cascano.

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