I vetri appannati della Simca 100

11 Novembre 2022
Agli inizi degli anni ’60, quando la collettività si mostrava critica verso le nuove mode del vestire e non tollerava abbigliamenti diversi da giacca e cravatta, c’era chi rifiutava le regole del vivere comune e sfidava il giudizio dei benpensanti indossando capi trasgressivi. Come Alberto, che calzava scarpe a punta e col tacco più alto del solito, indossava pantaloni celesti di tela e casacche variopinte. Uno stile che completava fumando sigarette col filtro e portando occhiali scuri anche di sera. Si era trasferito a Cremona da una località del Bresciano dov’era nato e, interrotti gli studi di ragioneria, si guadagnava da vivere come rappresentante di un’azienda americana che costruiva jukebox. Aveva il compito di venderli oppure di darli in affitto ai gestori di quei bar che erano frequentati da compagnie di giovani desiderosi di ascoltare gli ultimi successi discografici.
Con tanti amici seduti attorno a un tavolino del bar Ariston, Alberto teneva banco. Raccontava delle sue avventure con ragazze bellissime in quelle sere afose d’agosto, mentre la sua ragazza, Anna, trascorreva le vacanze a Ponte di Legno con i genitori. Parlava sempre di conquiste leggiadre, ma spesso erano soltanto immaginate. Lo faceva forse per sentirsi importante e vincere l’insicurezza del suo carattere. Alla fine, raccomandava all’uditorio, attento, di non farne parola con nessuno perché con la ragazza che aveva da tempo faceva sul serio e pensava a un futuro con lei. Passavano i giorni e il suo rapporto con la fidanzata sembrava viaggiare su solidi binari, quando a metà novembre del 1961 fece una scoperta di quelle che lasciano il segno. Per lo shock perse in poche settimane tutti i capelli. Insospettito da alcune uscite serali della sua ragazza, che diceva di andare al cinema con le amiche, decise di vederci chiaro e si appostò nella via in cui lei abitava. Verso la mezzanotte la vide tornare a casa con uno su una Simca 1000 bianca con i vetri ancora appannati a causa di una lunga sosta in campagna per operazioni amorose. Quella visione gli scolpì sul viso dieci inverni di colpo. Da quel momento passò molte sere a pensare e ripensare a ciò che gli era accaduto e ogni volta gli sembrava impossibile. La sua vita cambiò. Non fu più visto al bar e durante il fine settimana restava chiuso in casa. Se gli capitava di incontrare qualche conoscente, lo salutava e se ne andava via di fretta adducendo appuntamenti inventati.
Nella primavera successiva, una mattina, mentre stava entrando in un bar del centro per riscuotere l’affitto del jukebox, attraversando il parco pubblico incontrò Enzo, un vecchio compagno di scuola. Quest’ultimo era legato da un amore solido a una ragazza di qualche anno più giovane. Gli raccontò poco della sua disavventura e, a proposito di quella donna ormai lontana, si limitò a dire che si era comportata da grande puttana.
Enzo, impietosito dallo stato di depressione in cui versava l’amico, così cambiato da vestirsi con giacca e cravatta, lo invitò a partecipare a una gita al lago di Garda, con la fidanzata, Fulvia, commessa in un negozio di corso Mazzini. Quando, terminata la gita, tornarono a casa, Fulvia gli disse che Alberto non le era piaciuto. Aggiunse che, nonostante i difetti, doveva essere un ragazzo intelligente, ma concluse che non poteva piacere alle donne, anche perché era troppo pelato. Ben presto cambiò idea. Quando le mandò dodici rose scarlatte per il compleanno, lo definì molto gentile, tanto caro e non disse più una parola sulla pelata. Un giorno andarono tutti e tre a Milano per fare acquisti, un viaggio rituale per chi viveva in quella piccola città. Quando Fulvia confessò d’essere stanca di camminare, mentre Enzo le stava dicendo: ancora pochi passi e arriviamo alla stazione, Alberto, senza esitazione, gridò: taxi, taxi. Il destino fa e disfa gli amori anche senza preavviso e dopo qualche mese Fulvia comunicò al fidanzato che si era innamorata di Alberto, e aggiunse che gli era anche spuntato un capello.
Sperangelo Bandera

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