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L’inverno, di questi tempi in particolare per il clima spesso nuvoloso e anche piovoso, o per le nebbie che ostacolano la luce, appare il più delle volte una stagione buia, incolore, poco suggestiva e attraente, almeno da noi in pianura.  Eppure già a partire dalla città l’inverno sa offrire degli spettacoli cromatici fantastici e spontanei, senza cioè  l’intervento umano come invece nel caso delle rose di Vescovato già descritte. 

Spettacoli tuttavia non facili a vedersi, vuoi per la loro rarità, vuoi perché ben nascosti nel substrato, come nel caso in questione. 

D’altra parte la natura fa spesso così: ci regala gioielli bellissimi e preziosi, ma bisogna andare a  scovarli perché se ne stanno come aghi in un pagliaio, e quando il pagliaio è rappresentato da  ammassi di rovo selvatico, può rivelarsi un ostacolo difficilmente accessibile o addirittura  insormontabile per il loro reperimento. 

Si, il rovo,c hi l’avrebbe mai detto, ma non un rovo qualsiasi, bensì i suoi rametti o profondamente  interrati o staccati a terra marcescenti (foto 1) su cui spuntano nell’immagine proposta due  esemplari del nostro gioiello, ben distanziati. 

Si tratta di un fungo lignicolo, con quel gambo bianco sull’esemplare a destra raramente così  visibile e sviluppato; bianco perché ricoperto da una fitta peluria bianca, ben visibile in foto 2, e  che tra l’altro lo distingue dai funghi del genere Melastiza, morfologicamente simili ma dai peli  nerastri. 

Non solo, l’habitat di crescita deve essere fortemente umido. E infatti il nostro fungo disdegna il  sole, lo rifugge, perciò cresce tipicamente in stazioni ombrose. Un fungo dal palato fino dunque,  molto selettivo e perciò raro; e in effetti questa è l’unica stazione cittadina che io conosca e dove  cresce esclusivamente nel mese di febbraio. L’unica stazione, nonostante il rovo sia tra le piante  selvatiche una delle più diffuse nel territorio, e nonostante il fungo possa attecchire anche su altre  latifoglie. 

Vuol dire che tutto questo non gli basta per comparire. Vuol dire che ha bisogno di una qualche  magia.  

C’è poi un altro fattore che ne rende difficile il reperimento e cioè le piccole dimensioni, da 1 a 5  centimetri di diametro, anche meno in altezza/lunghezza; ma ha una peculiarità che non solo lo fa balzare  all’occhio nonostante la piccolezza, ma ne rappresenta una caratteristica talmente importante che  compare nei suoi nomi, tanto quello scientifico di Sarcoscypha coccinea (Gray) Boud 1907,  quanto quello popolare di Tazza scarlatta degli elfi, che tra l’altro stabilisce un affascinante  collegamento con la mitologia nordica, germanica e norrenica, e cioè il colore, quel rosso  scarlatto o coccinella, (foto 3) donde il nome “coccinea”, della superficie interna del corpo  dall’aspetto di una coppa o tazza, che spicca in maniera clamorosa e vivace rispetto alle pallide tinte invernali, creando un favoloso contrasto cromatico. 

Ma cosa c’entrano gli elfi? La tradizione vuole che gli elfi, esseri straordinari dotati di una bellezza  soprannaturale, si abbeverassero nei boschi raccogliendo l’acqua in queste piccole tazze, che  pertanto fanno pensare a un fungo molto diffuso nei paesi nordici. E in effetti, benché sia presente  anche in Africa e in Australia, è tipico dell’emisfero settentrionale. 

Saranno gli elfi, allora, a produrre quella magia che lo fa comparire? Può darsi, anche se gli elfi non è facile vederli nel bosco, perchè se ne stanno ben nascosti, come il loro fungo d’altronde. 

Analogamente possiamo dire che anche la sua bellezza, come quella degli elfi (foto 4) è talmente  esuberante da farla pensare di origine ultraterrena: un dono divino dunque. E in effetti così è la Creazione, per chi ci crede. Ma questo sembra proprio venire da un altro mondo, vista la sua rarità. 

La tazza degli elfi. Eppure non ci siamo col colore, perché gli elfi sono bianchi, la tazza è invece di  un rosso vivo. 

In realtà la figura dell’elfo è associata anche alla seduzione erotica, e quale colore migliore del  rosso cuore/sangue a rappresentare il rapimento seduttivo, la magia dell’estasi amorosa? 

Magia che però può anche essere molto pericolosa, violenta, guarda caso il fungo è considerato  persino mortifero, come l’elfo!! 

Gli esemplari (foto 5) singoli o in piccoli gruppi, hanno il bordo della tazza irregolarmente crenulato, e questa caratteristica, benché il criterio fondamentale di discriminazione sia quello  microscopico, è l’unica tra quelle macroscopiche presa in considerazione per una differenziazione  dalla specie più affine, la Sarcoscypha austriaca (O.Beck ex Sacc.) Boud.1907 che ha il bordo  più regolare. Si noti poi il fitto micelio bianco alla base del gambo, nell’esemplare a destra. 

Sperando che il fungo fosse comparso anche quest’anno, il 10 febbraio scorso sono andato a cercarlo nella stazione nota, e subito mi sono balzati all’occhio alcuni esemplari senza dover faticare molto a cercarli. (foto 6). Ho faticato invece a raggiungerli e a sedermi a fianco per fotografarli, coi guanti che  mi si sono tagliati per le spine del rovo. Allargando lo sguardo, ne ho visti altri poco più in là,con uno  sviluppo mai visto prima. 

Forse le pioggie recenti ed insistenti, rispetto agli inverni secchi edassolati degli anni scorsi,  avevano contribuito a questa sorprendente crescita. Si noti poi il colore rosa salmone della superficie esterna della tazza, altra peculiarità. 

La scena si amplificava sempre più (foto 7) con nuovi elementi che si addossavano ai primi, e di  grandezza variabile, così da dare a quel tratto di bosco una connotazione veramente fiabesca. E  quell’impatto cromatico sfacciato, nel grigiore invernale, lasciava stupefatti. 

Ma l’evoluzione non è finita. Avanzando con l’età il fungo tende a colorarsi di arancione (foto 8)  benché in questo caso il colore sia indotto dal colpo di flash che rende la tinta più calda. Immagine  comunque di grande suggestione che in visione ravvicinata (foto 9) fa ben capire a quale  meravigliosa opera della creazione ci troviamo di fronte. E benché la si ritenga per pochi eletti  appassionati, in realtà è alla portata di tutti. Tutti coloro che amano inebriarsi delle bellezze della  natura, delle loro fantastiche composizioni artistiche. 

Ma che succede ora? 

Un tonfo, un rumore sordo vicino a me qui nel bosco! Chi sarà mai……? Che sia…proprio un elfo? Non sarebbe strano, visto la presenza delle sue tazze. 

A volte basta prestarci solo un po’ più di attenzione, anche se lui di tempo ne ha per mostrarsi, noi un po’ meno per vederlo! 

 

Stefano Araldi

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