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	<title>Francesco Martelli, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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		<title>100 anni di Miles Davis, il più grande trombettista di tutti i tempi e inarrivabile icona di stile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2026 10:04:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Nasceva 100 anni fa ad Alton Illinois, negli USA, il più grande trombettista di tutti i tempi, Miles Davis. Benché afroamericana nell&#8217;America di quegli anni, la famiglia Davis era molto benestante, con il padre dentista e la madre violinista, e lui fu cresciuto negli agi del Nord dell&#8217;Unione, diversamente da tutti gli altri grandi musicisti [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Nasceva 100 anni fa ad Alton Illinois, negli USA, il più</span><span style="font-weight: 400;"> grande trombettista di tutti i tempi, <strong>Miles Davis</strong>. Benché afroamericana nell&#8217;America di quegli anni, la famiglia Davis era molto benestante, con il padre dentista e la madre violinista, e lui fu cresciuto negli agi del Nord dell&#8217;Unione, diversamente da tutti gli altri grandi musicisti neri che venivano quasi sempre da storie di estrema miseria se non addirittura di schiavitù dal profondo Sud. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La sua estrazione sociale, le sue raffinatezze, quei lineamenti da bianco e la sua pelle scurissima che in inglese si chiama blue-black, come il blu più nero del nero, quella criniera leonina di splendidi ricci e la sua voce bassa e sottile come un sospiro notturno gli fecero guadagnare l appellativo di Principe delle Tenebre. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E la tenebra notturna è certamente stata la più grande alleata della musica di Davis, una musica crepuscolare, notturna, magica, avvolta di mistero ma suadente e sensuale, tanto che proprio attorno a mezzanotte, <em>Round</em> <em>midnight</em>, è forse il suo pezzo più famoso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una volta a una cena alla Casa Bianca con <strong>Ronald Reagan</strong>, stizzito dal chiacchiericcio di una invitata molto wasp che gli chiedeva chi fosse, Davis la zittì brutalmente dicendo “io ho cambiato quattro o cinque volte la storia della musica, lei che ha fatto?” E la musica contemporanea Davis certamente l&#8217;ha rinnovata e innovata decine di volte, scavalcando delle barriere del suono inimmaginabili. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Era scorbutico e introverso Davis, secondo molti suoi detrattori addirittura un razzista al contrario. Severo, sprezzante e distaccato oltre che cocainomane, erotomane e alcolista, vizi devastanti che lo porteranno a un lungo declino e alla morte a poco più di 60 anni, devastò più di una volta se stesso e le sue spettacolari automobili in gravissimi incidenti sotto l&#8217;effetto degli stupefacenti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Modelli esclusivissimi e spettacolari di Ferrari e Lamborghini, bianche gialle e rosse; case meravigliose tra cui un leggendario appartamento in mogano scuro circolare a Manhattan, Davis era oltre che un principe della musica anche un principe dello stile. Aveva una collezione sconfinata di enormi  occhiali scuri di dimensioni veramente incredibili, che portava con uno stile raffinatissimo culminato negli anni 80 con l&#8217;incontro con <strong>GianniVersace</strong>, che riesce nella incredibile impresa di far coincidere i suoi abiti con la sua musica, producendo una icona perfetta: il Davis degli anni 80 vestito con grandi giacconi dai colori sgargianti e pieni di oro e paillettes, con la testa leonina ricurva sulla tromba rossa piegata verso il basso sono una immagine di stile assoluto, icona assoluta come la bottiglia della Coca Cola o la bambolina di <strong>Elvis.</strong> </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Davis è molto probabilmente l&#8217;unico artista della storia a cui sia riuscito di far coincidere perfettamente la propria immagine estetica e la propria arte. Egli stesso diceva che “la musica come la vita è solo questione di stile”, e credo che avesse perfettamente ragione. Questa coincidenza tra arte e vita nello stile, cioè quella armonia che caratterizza in modo univoco, incontrovertibile e perfetto un modo di essere, di vivere, di vestire e di suonare è certamente il più grande contributo di Miles Davis agli altri esseri umani. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Miles Davis rappresenta uno dei vertici assoluti della cultura occidentale contemporanea, una di quella vette che probabilmente non raggiungeremo mai più, che chi ha conosciuto continua a rivivere come un incantesimo nostalgico, un dormiveglia sinuoso e ipnotizzante di stile inarrivabile, come lo fu la New York di quegli anni incredibili, di cui la musica di Davis è la perfetta indiscutibile descrizione in suoni, oltre che il prodotto. Perché non bisogna mai dimenticare che ogni grande artista è al contempo prodotto e produttore del contesto che vive.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ogni volta che vi capitasse di osservare dei grattacieli all&#8217;imbrunire, ascoltate un pezzo di Davis e vivrete un momento di perfetta armonia, di vita che coincide con lo stile, di opera d&#8217;arte totale e riuscita. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cremona Contemporanea, dialogo perfetto tra luoghi del passato e arte moderna </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 May 2026 12:46:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Ha inaugurato venerdì la quarta edizione di Cremona Contemporanea, nuovo nome della kermesse di arte contemporanea che anima da quattro anni il centro storico della città.  Anzitutto occorre rendere merito al Comune che, nonostante l&#8217;uscita di alcuni importanti finanziatori, ha deciso di sostenere energicamente l&#8217;iniziativa con l assessore Luca Burgazzi, oltre che ovviamente al team [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Ha inaugurato venerdì la quarta edizione di <strong>Cremona Contemporanea</strong>, nuovo nome della kermesse di arte contemporanea che anima da quattro anni il centro storico della città. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anzitutto occorre rendere merito al Comune che, nonostante l&#8217;uscita di alcuni importanti finanziatori, ha deciso di sostenere energicamente l&#8217;iniziativa con l assessore Luca Burgazzi, oltre che ovviamente al team guidato da <strong>Rossella Farinotti</strong> che ha con tenacia tenuto la rotta nonostante i cambiamenti. </span><span style="font-weight: 400;">È probabilmente l&#8217;edizione più raffinata ed elegante, grazie anche alla apertura delle location più prestigiose della città, segno tangibile della assoluta credibilità che la manifestazione ha saputo conquistarsi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Prima fra tutte il maestoso Duomo con una installazione di <strong>Marinella Senatore</strong>, protagonista di questa edizione: una monumentale stella cometa che benissimo si sposa con le altezze vertiginose della Cattedrale. </span><span style="font-weight: 400;">Altra meravigliosa ed esclusiva location è </span><span style="font-weight: 400;">Palazzo Vescovile, elegantissimo edificio cinquecentesco che accoglie nei suoi magnifici ma sobri saloni una raffinatissima piccola selezione di opere. Un curatissimo posacenere di <strong>Federico Tosi</strong> perfettamente in nuance con i verdi drappi dipinti del soffitto del salone di ingresso, e un affascinante globo rosso di <strong>Gio Pomodoro</strong> nell&#8217;iconico salone dei ritratti dei vescovi, in perfetta pendant con le porpore dei dieci severi cardinali presenti. Sorrentiniana (nel senso di <strong>Paolo Sorrentino</strong>) ed elegantemente ironica la installazione alle pareti di due piccoli ritratti di suorine di <strong>Valerio Nicolai</strong>. Davvero una lode alla lungimiranza e alla disponibilità della Curia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Giò Pomodoro è un altro degli indiscussi protagonisti di quest&#8217;anno, con sei incredibili opere sparse tra il Palazzo Comunale, quello Vescovile e la nuova sede del Politecnico. Opere davvero strepitose del grande artista scomparso nel 2002 e che portano i loro 50 anni con una attualità impressionante, forme liquide e colorate stabilizzate in resine solide e risplendenti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Davide Allieri</strong> si impone con una monumentale installazione nella chiesa di San Benedetto e con un viaggio quasi alchemico nelle viscere del bunker di via Grado19.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Imperdibile anche solo per il luogo una visita alle tante installazioni del vecchio monastero del Corpus Domini, mentre <strong>Lorenzo Scotto di Luzio</strong> invade di suono la chiesa dei Santi Marcellino e Pietro svuotandola dei suoi arredi e riempiendola coi rumori della metropolitana milanese, regalando anche qui una sorta di emozione sorrentiniana. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una lode speciale ai volontari che accolgono i visitatori, i meno giovani entusiasti e preparatissimi fino alle più giovani, sorridenti ed educatissime, che leggono<strong> Stendhal</strong> e <strong>Jane Austen</strong> nel limbo silenzioso tra una visita e l&#8217;altra. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Certo forse questa edizione pecca un po’ di sperimentazione rispetto agli altri anni, lasciando spazio ad artisti più solidi e affermati e a scelte di indiscutibile rigore estetico in location super prestigiose, ma forse un po’ più patinate. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Si impone comunque un dialogo perfetto tra luoghi del passato ed arte contemporanea, inappellabile dimostrazione che l&#8217;armonia che regna nelle opere d&#8217;arte riuscite mette in perfetto rapporto luoghi e opere di secoli diversi, in una riscoperta gloriosa di una Cremona sempre più bella e sempre più affascinante. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
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		<title>Quarant&#8217;anni fa il disastro di Chernobyl e l&#8217;ostilità al nucleare: ora il dibattito è riaperto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Apr 2026 11:47:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Era la notte del 26 aprile del 1986 quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina esplose, causando un disastro senza precedenti. Venivamo dagli anni del terrore nucleare: dopo lo scontro tra Kennedy e Krusciov per i missili a Cuba l&#8217;incubo dell&#8217;olocausto atomico ci aveva accompagnati per tutta la Guerra Fredda: [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Era la notte del 26 aprile del 1986 quando il reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina esplose, causando un disastro senza precedenti. </span><span style="font-weight: 400;">Venivamo dagli anni del terrore nucleare: dopo lo scontro tra <strong>Kennedy</strong> e <strong>Krusciov </strong>per i missili a Cuba l&#8217;incubo dell&#8217;olocausto atomico ci aveva accompagnati per tutta la Guerra Fredda: film, documentari, perfino i cartoni animati ci terrorizzavano con la minaccia che la tensione tra USA e URSS sfociasse in una apocalisse nucleare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chernobyl cadde dunque nel momento peggiore, a confermare tutto il terrorismo psicologico che quei vent&#8217;anni avevano costruito, e l&#8217;effetto fu immediato e drastico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ricordo che per settimane ci venne di fatto proibito di mangiare insalata e bere latte a causa della nube radioattiva che si era sprigionata dal reattore e che vagava per l&#8217;Europa come un minaccioso spettro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chernobyl segnò la fine dell&#8217;URSS e parallelamente l&#8217;inizio dell&#8217;era green: energie pulite e rinnovabili, cibo biologico e tutto ciò che oggi è di fatto l&#8217;abc della nostra quotidianità e di cui prima di allora non si parlava. Portando con sé anche però il dannoso equivoco che l&#8217;energia nucleare non fosse pulita ma anzi la più pericolosa al mondo. Subito, in Italia, scattò il  referendum contro il nucleare, votato in massa sull&#8217;onda del terrore e venne chiusa la centrale di Caorso, che ci avrebbe invece garantito energia pulita a costi bassissimi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da allora la nostra dipendenza energetica è diventata un dramma quotidiano a spese delle nostre tasche.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma Chernobyl non accadde per colpa del nucleare, accadde per colpa di un collasso strutturale dell&#8217;URSS che era iniziato a metà degli anni 70 e che la abilissima propaganda sovietica aveva nascosto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chernobyl fu anche dunque uno shock politico: per il mondo occidentale fu la prova provata e improvvisa che il blocco sovietico cascava a pezzi, e per il blocco comunista la tragica ammissione della fine di un sogno.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;URSS era lentamente ma inesorabilmente invecchiata come Il suo leader supremo, quel <strong>Leonid Breznev</strong> che negli ultimi anni del suo regno sembrava un automa arrugginito circondato da una gerontocrazia incapace di uscire dal suo zastoj, la grande stagnazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eppure, i geronti del PCUS sapevano bene quello che accadeva. <strong>Yuri Andropov</strong>, il grande capo del KGB, raccoglieva dal 1974  tramite le sue migliaia di spie centinaia di rapporti sull’andazzo generale: operai che fumavano invece di lavorare e dirigenti che giocavano a scacchi invece di controllare, e questo  non solo nelle fabbriche ma anche negli  ospedali e, appunto, nelle centrali nucleari.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Toccò al povero Gorbacev raccogliere i frutti avvelenati di quegli anni di pantano, al quale  non rimase altro che issare bandiera bianca. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fu l&#8217;inizio della fine della Guerra Fredda: nel giro di tre anni crollarono come pedine tutti i regimi del Patto di Varsavia. Nel 1991 l&#8217;URSS si dissolse e noi restammo senza nucleare, comprando energia dalla stesse centrali francesi d&#8217;Oltralpe che siccome sono ben tenute non sono mai esplose. Ora il dibattito sul nucleare buono in Italia è riaperto, e speriamo porti buoni frutti. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>Nella foto centrale il reattore di Chernobyl</p>
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		<title>Milano Art Week 2026. Alla Cittadella degli Archivi le rose purpuree di tre artisti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 12 Apr 2026 22:32:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In occasione della Milano Art Week 2026,  Cittadella degli Archivi ospita come da tradizione un triplice evento dedicato all&#8217;arte contemporanea.  &#8220;Lettere dall&#8217;uragano&#8221; di Alfredo Rapetti Mogol,  in collaborazione con Isorropia Homegallery e Galleria Ferrero. &#8220;Something new: lights, lines, shapes&#8221; di Sergio Limonta, in collaborazione con Building Gallery.  &#8220;Riscoprendo Munari&#8221; di Albert Pinya, in collaborazione con [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">In occasione della <strong>Milano Art Week 2026</strong>,  </span><span style="font-weight: 400;"><strong>Cittadella degli Archivi</strong> ospita come da tradizione un triplice evento dedicato all&#8217;arte contemporanea.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> &#8220;Lettere dall&#8217;uragano&#8221; di <strong>Alfredo Rapetti Mogol</strong>,  in collaborazione con Isorropia Homegallery e Galleria Ferrero.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">&#8220;Something new: lights, lines, shapes&#8221; di <strong>Sergio Limonta</strong>, in collaborazione con Building Gallery.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> &#8220;Riscoprendo Munari&#8221; di <strong>Albert Pinya</strong>, in collaborazione con ACE Creative Engeneering.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alfredo Rapetti Mogol è nel DNA della musica Italiana almeno quanto essa lo è nel suo: il nonno <strong>Mariano</strong> fondo’ la Dischi Ricordi, il padre <strong>Giulio</strong> assieme a <strong>Lucio Battisti</strong> ha scritto la storia della musica leggera e <strong>Alfredo</strong> è l’autore di <strong>Laura Pausini</strong> oltre che di <strong>Raf</strong>, <strong>Marcella Bella</strong>, <strong>Ivan Graziani</strong>, <strong>Fiorella Mannoia</strong> e molti altri. Insomma la storia musicale d&#8217;Italia. Ma la musica non è l&#8217;unico media che Alfredo utilizza per canalizzare la sua straordinaria creatività: quella parola che così abilmente mette in musica diventa anche pittura bianca e pittura nera, disposta con grande raffinatezza su tele di panno grezzo e carte ammuffite dal tempo, in un gioco elegantemente  minimalista che è quasi una ricomposizione in pittura di quello straordinario software neuronale che è la sua capacità di usare la parola.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sergio Limonta è un artista fuori dal tempo, un artigiano dell&#8217;arte di stampo quasi ottocentesco che vive alle pendici del lago di Lecco in uno studio che sembra uscito da un romanzo di <strong>Emilio De Marchi</strong>. Quella lombardita’ operosa e serissima che lavora instancabile facendo dell&#8217;artigianato un&#8217;arte. Limonta trasforma con una precisione quasi ossessiva ciò che va gettato in opera di perfezione: gli scaffali in ferro d&#8217;archivio danneggiati prendono la forma di una entità luminosa quasi extra terrestre, fogli di banale compensato diventano lucidissimi marmi dai caldi toni del biscotto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Albert Pinya vive nell&#8217;isola di Mallorca, e la sua arte si porta dietro tutta la magia di quella terra: colori sgargianti e allegri camuffano maschere di arcana memoria, facce di spiritelli tribali che ricordano il voodoo haitiano e l&#8217;Africa Nera, connessione tra terre circondate dall&#8217;acqua del mare e dai caldi venti d&#8217;estate. Grazie alla generosità di ACE, Albert regala a Cittadella cinque installazioni in omaggio a B<strong>runo Munari</strong>, cinque maschere  in alluminio  giallo ironiche e iconiche ispirate alle famosissime variazioni sul volto umano del grandissimo designer milanese.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Queste facce troveranno posto nei nuovi giardini di Cittadella, rinnovati con oltre 1.500 nuove essenze arboree: aceri, viburni, loropetali, cornioli e sopratutto 1.000 nuove piante di rose rosse, da cui prende nome l’evento.</span></p>
<p>L&#8217;appuntamento è martedì alle 14 alle 18.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>Nella foto centrale &#8216;Lettere dall&#8217;uragano&#8217;</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/milano-art-week-2026-alla-cittadella-degli-archivi-le-rose-purpuree-di-tre-artisti/">Milano Art Week 2026. Alla Cittadella degli Archivi le rose purpuree di tre artisti</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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		<title>Addio alla leggenda Gino Paoli: meglio di ogni altro ha cantato e celebrato l&#8217;amore</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Mar 2026 22:04:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo abbiamo visto invecchiare alla grande, sempre incredibilmente uguale a se stesso, fino a passare i 90 anni come se dovesse vivere per sempre: baffoni bianchi, occhiali a goccia con le lenti sfumate, le immancabili camicie denim e le giacche di çamoscio o di pelle. Era se stesso da almeno 50 anni Gino Paoli, e [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Lo abbiamo visto invecchiare alla grande, sempre incredibilmente uguale a se stesso, fino a passare i 90 anni come se dovesse vivere per sempre: baffoni bianchi, occhiali a goccia con le lenti sfumate, le immancabili camicie denim e le giacche di çamoscio o di pelle. Era se stesso da almeno 50 anni <strong>Gino Paoli</strong>, e sembrava davvero non doversene andare mai, il che per un mito della canzone è un vera iattura, perché per entrare nella leggenda occorre morire giovani.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa abitudine a vederlo come un monumento nazionale in pensione ci ha fatto un po’ perdere di vista che cosa è stato davvero Gino Paoli non solo per la musica Italiana, ma per gli italiani.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È per tutti indiscutibilmente il cantante dell&#8217;innamoramento Gino Paoli, l&#8217;autore che come nessun altro ha saputo descrivere il sentimento dell&#8217;amore nel suo esplodere passionale, senza mai scadere nella banalità o nel sentimentalismo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questa lunga storia d&#8217;amore, Ti lascio una canzone, Io ci sarò e molte altre, sono la dimostrazione incontrovertibile che nessuno come gli artisti riesce a tirare fuori quello che sta dentro l&#8217;umano, ciò che tutti noi proviamo ma non riusciamo a descrivere e che invece capiamo e riviviamo massimamente quando lo sentiamo in una canzone o le vediamo in un dipinto. Gino Paoli era una sorta di sublimazione perfetta dell&#8217;amore adolescenziale, quello travolgente e sconvolgente, che non conosce limite se non quello dello struggimento. Fin qui tutto come da copione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Poi ci sono Sapore di sale e Il cielo in una stanza, che invece sono tutt&#8217;altra storia. Sono due canzoni che per una generazione hanno rappresentato molto di più. In quella Italia bigotta è borghesissima del boom economico, dello strapotere della DC fanfaniana e del severissimo PCI di Togliatti, Gino Paoli sconvolse i giovani con due canzoni scandalose, che oggi a noi in realtà sembrano più innocenti di un cartone animato ma che per l&#8217;epoca furono una vera rivoluzione. Quel sapore di sale “che hai sulle labbra quando esci dall&#8217;acqua e ti vieni a sdraiare” fu una vera e propria bomba sessuale, perché il sotteso erano le labbra che si assaporavano in un bacio e un corpo di donna bagnato che usciva dal mare e ti si sdraiava accanto…un vero e proprio sconvolgimento ormonale generazionale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E poi, Il cielo in una stanza: probabilmente la canzone più romantica della storia della musica leggera universale, che ha fatto sognare e innamorare milioni di coppie di ogni età era stata scritta per una puttana. Gino Paoli ha sempre ammesso con burbero candore di essere stato un frequentatore seriale di case chiuse e prostitute, con cui sosteneva fossero le uniche donne con cui si poteva parlare liberamente. Era questo che faceva di Paoli un vero poeta e non lo faceva mai scadere nel romanticismo banale: non c&#8217;è poesia senza perversione diceva <strong>Prevert</strong>, e Paoli sapeva rendere massimamente romantico ciò che invece era quasi triviale, perché non era borghese. Era comunista, era un intellettuale impegnato, era oscuro e scorbutico, intelligente e severo, era incazzato e superiore nei confronti della società come riusciva solo ai comunisti di allora. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Certo aveva le sue contraddizioni Gino Paoli: era milionario, aveva una splendida Ferrari cabriolet azzurra con gli interni in pelle rossa, splendide barche e anche i soldi in Svizzera, ma chi se ne frega…del resto anche la moglie di <strong>Bertold Brecht</strong> si faceva pagare i diritti in Svizzera se no la tassazione socialista della DDR le portava via tutto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gino Paoli è la musica leggera italiana, ed è l&#8217;amore fatto musica per generazioni, tanto che sui social tutti, di tutte le età, gli hanno tributato un piccolo omaggio, sorprendendo anche chi scrive per la giovanissima età. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Paoli se ne è andato, ma la sua musica è ancora tra noi e lo sarà per chissà quanto, eternamente viva e nuova come lo è sempre l&#8217;opera d&#8217;arte quando è riuscita. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gino Paoli</strong></p>
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<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
</div>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400;"> </span></p>
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		<title>Umberto Bossi, il tribuno artefice della riscossa dei padani vessati da Roma ladrona</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 08:46:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella Roma antica il tribuno della plebe era la carica pubblica elettiva di chi, scelto dal popolo tra il popolo, lo difendeva dai soprusi dei patrizi. Ci furono momenti in cui i tribuni arrivarono a detenere un potere enorme, dovuto dal sostegno della enorme massa popolare e dalla inviolabilitá fisica stabilita per legge (la sacrosantitas) [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div class="body">
<p>Nella Roma antica il tribuno della plebe era la carica pubblica elettiva di chi, scelto dal popolo tra il popolo, lo difendeva dai soprusi dei patrizi. Ci furono momenti in cui i tribuni arrivarono a detenere un potere enorme, dovuto dal sostegno della enorme massa popolare e dalla inviolabilitá fisica stabilita per legge (la <em>sacrosantitas</em>) , e in alcuni casi a entrare nella leggenda, come per i fratelli <strong>Tiberio</strong> e <strong>Gaio Gracco</strong>, a tutti noti come I Gracchi. Erano grandi oratori, capi popolo dall’atteggiamento rude e volutamente lontani dalle eleganti raffinatezze degli aristocratici.</p>
<p><strong>Umberto Bossi</strong> è stato, almeno all&#8217;inizio degli anni 90, il <strong>Tribuno della Valle del Po</strong> , ossia il rude rappresentante dei popoli padani stanchi delle vessazioni romane.</p>
<p>Un uomo rude, dalla voce roca e urlante, spesso in canottiera e con due piccole ali di bava che incorniciavano i suoi feroci strali contro <strong>Roma ladrona</strong>. Un uomo a tratti bislacco, quasi truce nella sua fierezza un po’ volgare, eppure dotato di un grande carisma e di quel fiuto animalesco ma geniale tipico dei capi popolo. Veniva dalle file del Partito Comunista, Bossi, anche se ci era stato ovviamente a modo suo, cioè disorganico e un po’ anarchico, ma dal Pci si era portato via due cose: l&#8217;organizzazione della macchina di partito e l&#8217;idea della comunità politica. Comprò gli uffici di una vecchia azienda farmaceutica all&#8217;estrema periferia nord di Milano in via Bellerio con l&#8217;idea di farci non solo la sede di un partito ma un luogo comunitario dove si poteva mangiare assieme, bere assieme, guardare il cinema, giocare a pallone, fare riunioni e stampare giornali e manifesti.</p>
<p>Organizzò il movimento come una perfetta macchina da guerra politica in stile sovietico: ce lo testimoniano i preziosi archivi della Lega di quegli anni, tenuti con un rigore e una dovizia da Kgb.</p>
<p>Bossi capì prima di tutti i democristiani e comunisti che dagli anni 80 in poi  gli operai stavano cambiando, che non volevano più essere massa combattiva in piazza, ma dei borghesi con una bella macchina e dalle vacanze in giro per il mondo.</p>
<p>Bossi diede voce al fortissimo malcontento che negli operosi cittadini del nord, schifati da tangentopoli e oppressi da una vergognosa tassazione che finiva per lo più per mantenere in vita le sacche di malaffare del Sud, aveva superato l&#8217;esasperazione. E quel malcontento lo premiò in maniera strabiliante: lo portò trionfalmente al Senato in quel lunedì del 1992 di cui io ricordo ancora perfettamente la vignetta di <strong>Giannelli</strong> con un enorme Bossi-Nettuno che inghiottiva i leaders del penta-partito al grido roboante di <strong>“TERÙ!”</strong>.</p>
<p>Bossi è stato anche un geniale stratega politico, capace di governare quella galassia di Leghe nordiste autocefale che sorgevano come funghi e che lui porto’ abilmente alla auto-eliminazione o alla inglobazione graduale ma inevitabile dentro quella Lega Nord nave ammiraglia delle leghe che oggi è il partito più vecchio del nostro Parlamento. Quella Lega Nord dei primi anni 90 era tutta controcorrente: difendeva il pool di Mani Pulite per dare addosso alla Dc al Psi e al Pci, era federalista e incredibilmente europeista in anni in cui lo erano ben pochi, tanto che il primo sindaco milanese tutto leghista fu proprio un funzionario dell&#8217;Unione Europea, <strong>Marco Formentini</strong>. La furia politica di Bossi lo porterà fino alla secessione e alla costituzione di uno stato padano separato, il cui inno, vero colpo di genio, fu il <em>Va’ Pensiero</em> di <strong>Verdi</strong>, il canto del popolo oppresso.</p>
<p>Anche lui arrivò al Governo solo grazie a quel <strong>Berlusconi</strong>, anche lui lo tradì, salvo poi riappacificarsi divenendo forse davvero l&#8217;unico suo amico in politica.</p>
<p>Non mancarono, come sempre accade all&#8217;ombra dei grandi fondatori, gli scandali, i cerchi magici, i guai familiari e poi addirittura quel tremendo ictus che costrinse il possente Tribuno alla carrozzella e al silenzio, una pena terribile per un leader che aveva fatto della sua voce e dei suoi gesti la sua bandiera.</p>
<p>Con Bossi se ne va davvero un pezzo di storia della Nazione, il <strong>Rasputin del Po</strong> che aveva galvanizzato un popolo operoso e spento e che, se non riuscì a guarirlo dai mali della Repubblica, ha certamente contribuito a dargli una dignità e un peso sulla bilancia degli scambi romani che mai esso aveva posseduto.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="author"><strong>Francesco Martelli</strong></div>
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<p>sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
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<p>docente di archivistica all&#8217;Università degli studi di Milano</p>
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<p>Nella foto centrale Umberto Bossi con Italico Maffini a Cremona</p>
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		<title>A 2070 anni dalla sua morte, Gaio Giulio Cesare resta l&#8217;uomo più famoso della storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 17:34:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel calendario romano le &#8216;Idus&#8217;, idi, cadevano il 15 esatto dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre e segnavano l&#8217;esatta metà del mese. Quelle di marzo cadevano nel mese dedicato al Dio della Guerra, quel Marte su cui di fatto si fondava tutta la grandezza di Roma: la guerra. E anche se dice Mastro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Nel calendario romano le &#8216;Idus&#8217;, idi, cadevano il 15 esatto dei mesi di marzo, maggio, luglio e ottobre e segnavano l&#8217;esatta metà del mese. Quelle di marzo cadevano nel mese dedicato al Dio della Guerra, quel Marte su cui di fatto si fondava tutta la grandezza di Roma: la guerra.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E anche se dice Mastro Yoda in <em>Guerre Stellari</em> che “guerra non fa nessuno grande” , gira e rigira gli uomini più famosi della Storia sono sempre quelli che hanno ammazzato più persone, e cioè i grandi condottieri o i grandi dittatori. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Gengis Khan</strong>, <strong>Napoleone</strong>, <strong>Alessandro Magno</strong>, <strong>Tamerlano</strong>, il <strong>Feroce Saladino</strong>, <strong>Solimano Il Magnifico</strong>, <strong>Hitler</strong> o <strong>Stalin</strong>, con le debite distinzioni, avevano tutti in comune due cose: la costruzione di nazioni potentissime e centinaia di migliaia di morti sulla coscienza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Eppure, tutti loro sono ben più famosi di <strong>Einstein</strong>, <strong>Marconi</strong> o <strong>Pasteur</strong>, che non hanno ucciso nessuno e invece hanno regalato all&#8217;umanità degli incredibili balzi in avanti in campo medico o scientifico. </span><span style="font-weight: 400;">Questo perché, ci piaccia o no, il sangue versato dei propri simili rimane il prezzo più alto che si paga alla Storia, ed ecco perché ne garantisce un ingresso privilegiato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ebbene di tutti costoro nessuno è più famoso di lui, <strong>Gaio Giulio Cesare</strong>, l&#8217;uomo più famoso di tutti i tempi e uno dei pochi conosciuti in quasi tutte le nazioni e culture. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le ragioni sono molteplici e non è possibile elencarle tutte: la gloria militare, le vittorie, i bottini di guerra, la grandezza politica e la statura di statista, il talento letterario e storiografico, l&#8217;essere stato al vertice del più importante impero della storia ed esattamente al suo centro cronologico, il fascino dell&#8217;Egitto e l&#8217;amore di <strong>Cleopatra</strong>, l&#8217;aver sepolto una Repubblica moribonda e aver fondato un Impero plurisecolare. Oltre a ciò, l’ essere stato per millenni dalla parte giusta della geografia mondiale, è cioè in mezzo a quell&#8217;Occidente che ancora oggi detta legge in materia di influenza, costumi, stile di vita, modello storico etc etc…</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non ultima ragione, la sua tragica morte: ucciso a tradimento dai suoi pari e amici,  tra cui addirittura il figlioccio <strong>Marco Giunio Bruto</strong> passato alla storia come la personificazione del traditore. Il luogo fu nientemeno che una seduta della più importante istituzione di Roma, il Senato, riunito quel giorno di marzo nella Curia di<strong> Pompeo</strong>, il più acerrimo nemico di Cesare da lui sconfitto, ironia severa della storia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tutti hanno attinto e sguazzato nel fattaccio: dalla pittura alla letteratura, dal cinema al teatro, da <strong>Dante</strong> a <strong>Shakespeare</strong>, da <strong>Marlon Brando</strong> ai cartoni animati, nessuno ha mai resistito al fascino di Cesare e dalla sua morte. Perfino lo sbirro <strong>Sean Connery</strong> ne <em>Gli Intoccabili</em> esclama davanti a un gangster crivellato di colpi “ è più morto lui di Giulio Cesare”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tanta fu la gloria che addirittura gli zar russi, 1500 anni dopo, scelsero il suo nome come titolo imperiale ufficiale, e nella cultura di massa è arrivato perfino nelle cucine più kitsch: ancora oggi si vendono decine di versioni di porta-coltelli con la sua sagoma infilzata delle lame da pietanza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La grandezza vera di Cesare in verità, molto più che nelle vittorie militari o nella carriera politica, sta nella sua vicenda personale. Nato da una ricca e antica famiglia del patriziato romano, ma finanziariamente caduta in disgrazia, anziché starsene a Roma a vivacchiare al riparo del prestigio familiare che gli aveva consentito le cariche di pretore ed edile, Cesare molla tutto e si prende la Consolatura delle Gallie, uno dei posti più inospitali e pericolosi del mondo, una infinita landa desolate, boschiva e fredda,  infestata dai più crudeli e combattivi nemici di Roma, i Celti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Gallia gli regalerà gloria imperitura, consentendogli di ascendere fino alla carica di dittatore a vita e forse a quella di imperatore proprio in quel giorno di marzo di 2070 anni fa in cui un gruppo di suoi pari, chi per invidia chi per rancore,  chi per orgoglio repubblicano e chi per paura di un regime, straziò il suo corpo con 23 colpi di pugio (il grosso pugnale dei soldati romani), ma non impedì la nascita dell&#8217;impero, a conferma che Cesare aveva visto giusto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E infatti, il figlioccio <strong>Ottaviano</strong> raccogliendone con astuzia il progetto politico, consentì a Roma altri 400 anni di gloria e splendore senza eguali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cesare aveva capito, altro suo merito assoluto, che la sopravvivenza di Roma passavgiulia dall&#8217;assassinare non lui ma la Repubblica, e che come ebbe a dire cento anni prima <strong>Catone il Censore</strong>, la Repubblica è fatta dagli uomini piccoli, e l&#8217;uomo piccolo prima o poi si stanca e cerca l&#8217;uomo grande…</span></p>
<p data-asw-org-font-size="16"><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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		<title>I 150 anni del Corriere: la storia d&#8217;Italia s&#8217;intreccia con quella del &#8216;suo&#8217; giornale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Mar 2026 23:43:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Alle nove di sera del 5 marzo 1876 in piazza della Scala a Milano gli strilloni, ragazzini che vendevano per strada i giornali strillando le notizie, davano l&#8217;annuncio della nascita di un nuovo quotidiano, il Corriere della Sera.  Era la prima domenica di Quaresima, giorno in cui al tempo i giornali non uscivano: quella scelta [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/i-150-anni-dellinossidabile-corriere-la-storia-ditalia-intrecciata-a-quella-del-suo-giornale/">I 150 anni del Corriere: la storia d&#8217;Italia s&#8217;intreccia con quella del &#8216;suo&#8217; giornale</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Alle nove di sera del 5 marzo 1876 in piazza della Scala a Milano gli strilloni, ragazzini che vendevano per strada i giornali strillando le notizie, davano l&#8217;annuncio della nascita di un nuovo quotidiano, il Corriere della Sera. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Era la prima domenica di Quaresima, giorno in cui al tempo i giornali non uscivano: quella scelta editoriale astuta e aggressiva denota il carattere del nuovo giornale e del suo fondatore,<strong> Eugenio Torelli Viollier</strong>, un napoletano di buona famiglia ma dalla vita drammatica, tormentata e avventurosa come in ogni buona storia ottocentesca che si rispetti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un paio di stanze e tre soli giornalisti nella centralissima (e neonata) Galleria Vittorio Emanuele II, quando ancora un emergente poteva permettersi un affitto in quello che oggi è uno degli spazi più costosi e desiderati dai grandi marchi di tutto il mondo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il nostro Torelli sapeva bene che si trattava di una impresa titanica, fondare un nuovo giornale e fare concorrenza a colossi come Il Secolo. Era l&#8217;Italia appena fatta dai Savoia, che avviava la sua rivoluzione industriale, la sua modernizzazione urbanistica, in cui la borghesia si faceva strada a grandi bracciate tra capitalismo spinto e spinte socialiste di un&#8217;altra nuova classe, gli operai.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Milano, <em>ça va sans dire</em>, è la capitale italiana di questi veloci mutamenti, centro industriale di capitalisti a volte illuminati altre sfruttatori e covo di anarchici bombaroli e socialisti rivoluzionari.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel giro di pochi anni, quel piccolo giornale diverrà uno dei simboli assoluti di Milano, sopratutto grazie alla guida di un gigante della editoria, quel <strong>Luigi Albertini</strong> che dal 1900 in poi ne fu direttore e padre padrone, superando nel 1906 Il Secolo con oltre 150.000 copie.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ad Albertini si deve ciò che il Corriere è diventato, e anche se in lui non mancarono talune iniziali simpatie fasciste ebbe un terribile rapporto con Mussolini, negandogli ogni richiesta di adeguamento ai suoi voleri e finendo ovviamente per essere cacciato dal suo stesso quotidiano, dopo assalti squadristi e sequestri di copie. Tuttavia, in seguito al delitto <strong>Matteotti</strong>, il Corriere raggiunse il record di quasi un milione di copie, segno che tutto sommato Milano il fascismo lo digeriva ben poco sebbene gli avesse dato i natali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La proprietà passò interamente alla famiglia <strong>Crespi</strong>, una delle più ricche e prestigiose della borghesia illuminata d&#8217;Italia, e il suo prestigio crebbe al punto da diventare nel &#8217;68 il simbolo del potere borghese tanto da subire stavolta dopo gli assalti fascisti quelli degli studenti di sinistra, regnante quale direttore un altro pezzo da novanta della nostra storia, <strong>Giovanni Spadolini</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 1968 è anche per il Corriere come per tutta la società italiana l&#8217;anno spartiacque: la tradizionale indipendenza cede il passo a una sempre maggiore influenza politica sul giornale, e di tutte le parti politiche, anche se in quegli anni il Corriere vira a sinistra, non senza guai, con <strong>Piero Ottone</strong>, che dal canto suo pur se di sinistra era abituale compagno di navigazione di <strong>Gianni Agnelli</strong> sulle sue splendide barche…</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Da lì in poi, come sempre in Italia quando la politica prendeva possesso, i guai del Corriere non ebbero più fine: politicanti e finanzieri, pressioni e misteri, accordi complicatissimo e scontri violenti caratterizzano la sua gestione che in poco tempo porta nella proprietà nientemeno che i <strong>Rizzoli</strong>, gli <strong>Agnelli</strong> e i <strong>Moratti</strong>, il gotha del capitalismo italiano, che fanno accordi con la base comunista del giornale ma dettano una linea assai più borghese.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nasce in quegli anni l&#8217;oramai mitologico “patto di sindacato del Corsera”, che per anni è stato lo specchio del complicato sistema di governo del Paese, tanto che si diceva che chi controllava il Corriere controllava l&#8217;Italia e viceversa, e anche che chi entrava nel Corriere ne usciva puntualmente colpito se non affondato…Perfino il venerabile <strong>Licio Gelli</strong> ai tempi d&#8217;oro della sua P2 ebbe il comando del Corriere, in quel fumoso letale incrocio di denari oscuri e poteri occulti, patti di governo e accordi sottobanco tipico della nostra Italia al centro della Guerra Fredda. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quella Italia ormai non esiste più. La Prima Repubblica cede il passo alla seconda a traino berlusconiano, a cui il Corriere non si riesce ad adattare, pur rimanendo un punto di riferimento per l&#8217;informazione della classe media, ma essere il direttore del Corriere rimane uno dei compiti più prestigiosi e più complessi e delicati d&#8217;Italia, tanto che si diceva che per dirigerlo occorreva conoscere più la politica che il giornalismo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quel che certamente rimane del Corriere è la sua straordinaria progenie di talenti giornalistici: da lì sono passate tutte le più grandi firme del giornalismo italiano, e la sua capacità di racconto serio ed equidistante ne ha fatto un punto di giudizio imprescindibile della nostra società, oltre che uno dei simboli indiscussi di Milano e della Lombardia, e del suo modo di essere, lavorare e comportarsi.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/i-150-anni-dellinossidabile-corriere-la-storia-ditalia-intrecciata-a-quella-del-suo-giornale/">I 150 anni del Corriere: la storia d&#8217;Italia s&#8217;intreccia con quella del &#8216;suo&#8217; giornale</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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		<title>10 Marzo 1946, svolta epocale nella storia d&#8217;Italia: donne al voto, votate ed elette</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 22:41:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con il mese di marzo l’Italia entra nel vivo delle celebrazioni per gli 80 anni dal ritorno alla democrazia e dalla nascita della Repubblica. Il 1946 è un anno assolutamente cruciale della nostra storia che da sempre nell’interesse generale ha un po&#8217; pagato lo scotto di venire dopo il 1945, l’anno della fine della guerra [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Con il mese di marzo l’Italia entra nel vivo delle celebrazioni per gli 80 anni dal ritorno alla democrazia e dalla nascita della Repubblica. Il 1946 è un anno assolutamente cruciale della nostra storia che da sempre nell’interesse generale ha un po&#8217; pagato lo scotto di venire dopo il 1945, l’anno della fine della guerra e soprattutto della fine della dittatura fascista. Il 1945 è l’anno eroico, quelle delle lotte partigiane, della sconfitta delle terribili armate naziste, delle città liberate dagli Alleati. L’anno, insomma, della nostra narrazione nazionale, che è quella della libertà e dell’antifascismo, e che quindi è sempre stato molto più celebrato del 1946, che viene di fatto ridotto al referendum del 2 giugno che vide la fine della Monarchia e la nascita della Repubblica. Eppure, quel 1946 è un anno pieno di avvenimenti straordinari, di passaggi delicatissimi ed epocali, di scelte drastiche e rapidissime, di passaggi istituzionali a volte ben poco ortodossi, altre volte improvvisati, che però hanno portato in pochi mesi a quella struttura istituzionale che ancora oggi determina, nel bene e nel male, la nostra quotidianità e il funzionamento, spesso faticoso, dello Stato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I due veri protagonisti sono due uomini agli antipodi politici, eppure necessariamente alleati per ragion di stato, due dei migliori uomini politici che l’Europa del Dopoguerra abbia mai avuto: <strong>Alcide De Gasperi</strong> e <strong>Palmiro Togliatti</strong>. Cattolico austroungarico e filo americano il primo, stalinista inossidabile e intellettuale rivoluzionario il secondo, uniti soltanto dal fervore antifascista e da un profondo senso dello Stato e da uno straordinario pragmatismo politico. Sono loro il vero centro decisionale dello Stato, con buona pace del principe di Piemonte, quell’<strong>Umberto di Savoia</strong> che il 5 giugno 1944, a seguito del congelamento della questione istituzionale concordato con il Comitato di Liberazione Nazionale, fu nominato dal dimissionario re <strong>Vittorio Emanuele III</strong> “Luogotenente del Regno”. Diventerà Re d’Italia solo nel 1946, e solo per 35 giorni, passando alla storia come il Re di maggio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo le presidenze del consiglio di <strong>Ivanoe Bonomi</strong> e <strong>Ferruccio Parri</strong>, sarà De Gasperi a prendere ufficialmente le redini del Paese fino a pochi mesi dalla sua morte nel 1954, ma di fatto sono lui e Togliatti a prendere tutte le decisioni cruciali, compreso il voto alle donne. E’ questo un anniversario che, due giorni dopo al festa della donna, il 2026 dovrebbe celebrare adeguatamente. Infatti, uno dei capisaldi del ritorno alla democrazia fu il suffragio universale, ottenuto grazie al decreto legislativo luogotenenziale n. 23, emanato dal governo Ivanoe Bonomi il 31 gennaio 1945 e pubblicato il 1° febbraio, che estese il diritto di voto anche alle donne italiane con almeno 21 anni di età, e pare proprio in ragione delle sollecitazioni di Togliatti a De Gasperi: i comunisti sovietici erano avanti a tutti in termini di parità tra uomini e donne, come spesso l’iconografia stalinista testimoniava esaltando le sue donne rivoluzionarie in divisa e coperte da decorazioni militari. Unica limitazione era prevista dall’articolo 3: erano infatti escluse dal voto le prostitute che avevano esercitato il meretricio fuori dai locali autorizzati, norma poi abrogata nel 1947.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel frattempo De Gasperi diviene capo del Governo: i problemi dell’Italia sono terrificanti, in un Paese devastato dalla guerra, senza trasporti, senza ospedali, senza cibo e senza vestiti. Ce lo siamo dimenticati troppo, quanto eravamo disgraziati appena dopo la guerra… Inoltre, un Paese ancora diviso tra monarchici e repubblicani, tra ex fascisti e antifascisti, tra filo sovietici e clericali. Eppure, in tutto questo mare infinito di problemi insormontabili, ai due non sfugge un dettaglio con l’avvicinarsi delle prime elezioni, quelle amministrative dell’aprile 1946. Scrive Togliatti a De Gasperi che sì, ora le donne possono votare, ma non possono essere votate, ci era dimenticati di dar loro il cosiddetto “elettorato attivo”. De Gasperi risponde prontamente di aver già preso in considerazioni il problema, ed è così che a meno di un mese dalle elezioni, arriva il decreto legislativo luogotenenziale del 10 marzo 1946, n. 74, a firma sempre di Umberto Di Savoia,  principe Di Piemonte, luogotenente generale del Regno, che all’art. 7 determina che “Sono eleggibili all&#8217;assemblea costituente i cittadini  </span><b>e </b><b><i>cittadine</i></b><span style="font-weight: 400;"> italiani che, al giorno delle elezioni, abbiano compiuto il 25°  anno di eta&#8217;”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sarà grazie a questo decreto che il 7 aprile 1946 a Milano, primo grande Comune al voto, verrà nominata la prima donna in Italia a ricoprire un incarico pubblico come assessore all&#8217;Assistenza e Beneficenza a Milano, <strong>Elena Fischli Dreher</strong>, partigiana di Ferruccio Parri, di famiglia brianzolo/svizzera e di fede valdese. Per la verità, la prima donna in assoluto in  Italia ad avere una carica pubblica fu <strong>Anna Kuliscioff</strong>, medico ed eroina socialista, compagna di <strong>Filippo Turati</strong> e che durante le giunte socialiste degli anni ’20 fu nominata quale membro della commissione comunale per il Famedio dei milanesi illustri del cimitero monumentale, carica onorifica che non aveva alcun potere ma che ne fece a tutti gli effetti l’unica donna ad aver ottenuto un ruolo pubblico in Italia.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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		<title>I Macchiaioli a Palazzo Reale, una scenografia e un manifesto politico in difesa dei contadini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 09:32:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I Macchiaioli furono così definiti nel 1862 dalla Gazzetta del Popolo in senso dispregiativo, a indicare che si trattava di un gruppo di utilizzatori di macchie anziché di un tratto lineare e accademico, come di gran moda a metà ‘800. Da bravi fiorentini trasformarono immediatamente l&#8217;offesa in orgoglio, chiamandosi da lì in poi con quel [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">I Macchiaioli furono così definiti nel 1862 dalla Gazzetta del Popolo in senso dispregiativo, a indicare che si trattava di un gruppo di utilizzatori di macchie anziché di un tratto lineare e accademico, come di gran moda a metà ‘800. </span><span style="font-weight: 400;">Da bravi fiorentini trasformarono immediatamente l&#8217;offesa in orgoglio, chiamandosi da lì in poi con quel nome nel loro ritrovo al Caffè Michelangiolo, sotto l’egida del loro mentore <strong>Diego Martelli</strong></span>.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo modo di dipingere che da vicino è composto di macchiette indefinite che prendono forma solo da lontano rappresenta di fatto una rottura tecnica fondamentale rispetto alle tecniche di accademia, profondamente legate alla tradizione rinascimentale italiana fatta di assoluta perfezione. La Francia di quegli anni è il fulcro della vita culturale mondiale, grazie a quella borghesia francese colta e raffinata che, sostituitasi per prima in Europa alla aristocrazia, cercava quasi ossessivamente una nuova gloriosa stagione artistica con cui consacrarsi alla storia. Imperante è in quegli anni l&#8217;Accademismo francese, una pittura manierista e raffinatissima, dai colori perfetti e dai soggetti sempre aulici e onirici, una sorta di imitazione super raffinata e un po’ affettata di <strong>Leonardo</strong> e <strong>Raffaello</strong>. Una pittura che per inciso chi scrive trova di grandissimo livello.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ora siccome la Francia è sovrana, accade che nonostante i nostri Macchiaioli siano stati i primi a rompere la tradizione, per tutto il mondo saranno gli Impressionisti a rompere definitivamente con la tradizione, a regalare alla borghesia una pittura tutta sua, mentre  i nostri fiorentini che ci erano arrivati 20 anni prima passeranno alla storia in realtà come dei proto o peggio pseudo impressionisti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ciò che certamente li unisce, oltre alla tecnica “a macchia’, è l&#8217;amore per la pittura<em> en plain air</em>, cioè all&#8217;aperto, piena di paesaggi campestri e di una natura sovrana e rigogliosa, ma che nei Macchiaioli aggiunge la calda splendente luce del sole mediterraneo che invade prepotente ogni quadro e ogni tela, tanto che a volte pare di rivedere un film di <strong>John Ford</strong> nelle assolate valli dell&#8217;Arizona.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La <strong>mostra a Palazzo Reale</strong> a Milano (3 febbraio &#8211; 14 giugno 2026) è una goduria per gli occhi: una selezione magnifica di splendide tele, da piccolissime a enormi, sbattono in faccia al visitatore un trionfo di soli estivi che fanno venire l&#8217;istinto di mettersi un paio di occhiali scuri. Un viaggio strepitoso nella virgiliana campagna della Maremma, col suo sole accecante, i suoi campi dorati di grano e i suoi enormi buoi bianchi, che tanto ispirarono il <strong>Carducci</strong>. È impressionante quanto questa sequela di tele renda omaggio ai Macchiaioli come campioni assoluti della luce, a dispetto di quella idea di pittura un po’ meschinetta che li ha spesso accompagnati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, a differenza degli Impressionisti, la natura dei Macchiaoli è tutta politica, è manierista in quanto psicologica: ogni quadro pare quasi un manifesto in difesa dei contadini che potrebbe tranquillamente essere un manifesto bolscevico di 50 anni dopo. Tutta la campagna è manifesto: buoi che paiono divinità e contadine coi bimbi che posano al tramonto con la dignità delle dee greche, lontani assai dalle rassicuranti scampagnate evasive degli Impressionisti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E infatti, la matrice politica dei Macchiaoli esplode nell&#8217;altra metà della mostra: una dovizia di bellissime tele tutte risorgimentali e garibaldine, piene di camicie rosse e assalti eroici alla baionetta che raccontano la genesi del Regno d&#8217;Italia come in un film di <strong>Luchino Visconti</strong>: ed ecco che ci si accorge all&#8217;improvviso che tutte quelle magnifiche scene garibaldine e pastorali del Gattopardo sono proprio prese pari pari dalle tele dei Macchiaoli che fanno dei Mille un vero e proprio racconto cinematografico ante litteram.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una pittura politica e scenografica, ma capace di un gusto raffinatissimo e di una luce spettacolare, in una mostra davvero da non perdere.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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