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	<title>Francesco Martelli, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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	<title>Francesco Martelli, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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		<title>Dal Trattato di Maastricht al bivio tra estrema destra e tecnocrazie: dove va questa Europa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 17:43:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 1° novembre 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht, che sanciva ufficialmente la nascita dell&#8217;Unione Europea dopo un delicato e propedeutico processo durato quarant&#8217;anni. Quaranta anni in cui le più antiche, prestigiose e potenti nazioni del mondo, che si erano combattute per secoli e che avevano colonizzato il pianeta, decidevano di rinunciare a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Il 1° novembre 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht, che sanciva ufficialmente la nascita dell&#8217;Unione Europea dopo un delicato e propedeutico processo durato quarant&#8217;anni. </span><span style="font-weight: 400;">Quaranta anni in cui le più antiche, prestigiose e potenti nazioni del mondo, che si erano combattute per secoli e che avevano colonizzato il pianeta, decidevano di rinunciare a gran parte delle loro identità nazionali secolari (in una manciata di anni) per dare vita all&#8217;unica possibilità di sopravvivenza dopo la fine della guerra fredda e all&#8217;inizio della globalizzazione: una federazione di stati uniti ma indipendenti basata su tre pilastri: m</span><span style="font-weight: 400;">oneta unica e mercato comune, politica estera e sicurezza comune, gestione comune della immigrazione e della giustizia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Avviata dalla lungimiranza di <strong>De Gasperi</strong>, <strong>Adenauer</strong> e <strong>Schumann</strong>, la formazione dell&#8217;Unione ebbe alla sua nascita ufficiale due padri nobili: <strong>Helmut</strong> <strong>Kohl</strong> che riunificò le due Germanie e <strong>Francois</strong> <strong>Mitterrand</strong> che riuscì a far digerire ai francesi la rinuncia alla loro identità nazionale in favore di una identità europea. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono passati 33 anni. Gli stessi che aveva Cristo quando morì e risorse, e al di là di una facile ironia, l&#8217;Europa di oggi sembra veramente prossima o alla morte o a una quanto mai necessaria resurrezione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi scrive ritiene che l&#8217;Unione Europea sia l&#8217;unica, inevitabile possibilità di salvezza delle nostre nazioni davanti all&#8217;avanzata della Cina, le nuove strategie americane e il ruolo della Russia. </span><span style="font-weight: 400;">Ma chi scrive pensa anche che la classe dirigente europea abbia veramente dato il peggio di sé negli ultimi anni: una classe dirigente burocratica e dirigista, lontana dalla quotidianità dei propri popoli, asservita e schizofrenica verso gli Stati Uniti anche contro il proprio interesse, attenta molto più a ben figurare nei salotti buoni del pensiero dominante che a fare i propri interessi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Benedetto Croce</strong> diceva molto saggiamente che in politica la moralità è la capacità: se dobbiamo giudicare la classe dirigente di oggi in Europa possiamo quasi affermare che la moralità abbia ucciso la capacità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una crisi energetica causata da una politica estera molto onorevole in termini morali ma devastante sul piano pratico: salvare l&#8217;Ucraina (senza esserci riusciti) per vedersi aumentare il costo dell&#8217;energia del 200% in due anni, con danni devastanti per la produttività aziendale e le gestione dei bilanci familiari e senza aver messo in campo alcuna alternativa efficace se non le scuse (surreali) di un commissario europeo danese che tra l&#8217;altro è anche commissario alla casa, che vive la sua peggiore crisi dal 1945. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un progressivo irrecuperabile allontanamento dalla Russia che invece ci avrebbe consentito di arrivare quasi a 1 miliardo di abitanti, di avere gas e petrolio a costi bassissimi oltre a migliaia di testate nucleari e milioni di soldati in più. Il tutto per assecondare oltre agli ingrati americani anche il genetico (certamente comprensibile) risentimento storico dei Paesi orientali ed ex comunisti che odiano i russi ma che non hanno né il peso né le risorse per prenderne il posto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Politiche ambientali lodevoli che hanno ucciso però l&#8217;industria automobilistica a favore della Cina. Il tutto alla mercè di una America che fa i propri interessi senza alcuna minima preoccupazione verso di noi, e senza alcuna morale che non sia il proprio interesse pratico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;Europa di oggi vive un gigantesco problema migratorio e di integrazione oggettivamente fallita, devastazioni in tutte le sue più grandi città, una crisi energetica e abitativa senza precedenti, una crisi istituzionale in Polonia che ricorda gli anni di Solidarnosc; una Germania che da locomotiva industriale è oggi in ginocchio e soprattutto una Francia, il P</span><span style="font-weight: 400;">aese politicamente più importante, che è ormai al bivio tra la destra estrema di <strong>Le Pen</strong> e la tecnocrazia odiatissima della <strong>La Garde</strong>. La sinistra francese, checché se ne dica, non perviene dai tempi di Mitterrand… </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dove va questa Europa a 33 anni da Maastricht? È brutto dirlo, ma se l&#8217;Europa non si dà una sveglia finirà malissimo, per dirla come si direbbe al bar. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>23 ottobre 1956. Rivolta in Ungheria repressa dall&#8217;Urss: 3mila morti e 100mila arresti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 10:23:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di rivolte e movimenti di piazza moltissimo si parla in questi giorni, tanto in Francia quanto in Italia. Ma esattamente 70 anni fa, il 23 ottobre del 1956, la popolazione ungherese espolse in una terribile rivolta soppressa nel sangue dai carrarmati sovietici, con quasi 3.000 morti e 100.000 arresti, una scala davvero impressionante.  Che gli ungheresi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Di r</span><span style="font-weight: 400;">ivolte e movimenti di piazza moltissimo si parla in questi giorni, tanto in Francia quanto in Italia. </span><span style="font-weight: 400;">Ma esattamente 70 anni fa, il 23 ottobre del 1956, la popolazione ungherese espolse in una terribile rivolta soppressa nel sangue dai carrarmati sovietici, con quasi 3.000 morti e 100.000 arresti, una scala davvero impressionante. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che gli ungheresi siano sempre stati un popolo feroce e indomito, insofferente a ogni dominazione straniera e pronti alla rivolta armata lo sapevano bene anche gli austriaci: <strong>Francesco Giuseppe</strong> sudò sette camicie dopo la rivolta del 1848  per mantenerli all&#8217;interno dell&#8217;impero, e forse dovette gran parte di questo risultato agli amorazzi tra la moglie <strong>Sissi</strong> e il primo ministro magiaro <strong>Andrassy</strong>, palatino d&#8217;Ungheria e vero capo degli ungheresi, oltre a una serie di concessioni non indifferenti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E lo stesso <strong>Massimo D&#8217;Alema</strong>, da responsabile dei giovani comunisti italiani in visita al collega ungherese dovette ammettere che perfino i russi in Ungheria dovevano tenere un profilo basso e stare attenti a come si muovevano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un popolo forte e orgogliosissimo, guerriero e feroce come quei <strong>Megyer</strong> da cui discende, popoli barbari discesi dagli Urali a colonizzare il Danubio, unici anche per la loro lingua appartenente non al ceppo indoeuropeo ma a quello ugro-finnico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non bisogna dimenticare che in realtà tutti quei Paesi della “cortina di ferro” che noi abbiamo imparato a conoscere come “comunisti” tali non erano per nulla ma anzi sempre mal tollerarono la dominazione sovietica, che a sua volta fu durissima sopratutto sotto Stalin e proprio perché quei Paesi durante la seconda guerra mondiale furono fedelissimi alfieri del nazismo. La punizione di Stalin fu durissima: oltre alla conversione forzata al comunismo e alla severissima militatizzazione, Stalin per compensare i 26 milioni di morti russi depredó letteralmente quei Paesi delle loro risorse, imponendo dei regimi dittatoriali in cui i governi autoctoni fantoccio decisi da Mosca erano sotto il controllo degli ambasciatori sovietici e del <strong>NKVD</strong> (poi <strong>KGB</strong>) che aveva in ogni ambasciata la propria <strong>Rezidentura</strong>, forti di imponenti divisioni territoriali dell&#8217;Armata Rossa. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1956 ambasciatore a Budapest era nientemeno che uno degli uomini più intelligenti ed abili di tutto il dopoguerra, quello <strong>Yuri Andropov</strong> che diventerà il grande capo del KGB e poi capo dell‘<strong>URSS</strong> subito dopo <strong>Breznev</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli ungheresi non erano certo i primi a ribellarsi : nel 1948 vi fu una rivolta a Praga finita con il suicidio omicidio del ministro Masaryk, poi la rivolta di Berlino del 1953 proprio appena dopo la morte di <strong>Stalin</strong>. Nel 1956 la miccia fu la improvvida decisione di <strong>Krusciov</strong> di buttare a mare Stalin con la pubblica denuncia delle sue malefatte al XX° congresso del Partito Comunista Sovietico. Denunciare che Stalin era un mostro scatenó un vero e proprio terremoto in tutto l&#8217;universo comunista mondiale, e gli ungheresi ne approfittarono. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rivolta fu feroce e terribile:  i ribelli ungheresi trucidarono centinaia di soldati russi con una violenza che terrorizzó I sovietici. Lo stesso Andropov fu sfiorato dal proiettile di un cecchino mentre stava nel suo ufficio in Ambasciata, davanti alla quale gli ungheresi avevano esposto le teste mozzate dei soldati russi trucidati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo shock per Andropov e per i russi fu tremendo. Ecco perché la decisione così drammatica di intervenire con 4.000 carrarmati e 200.000 soldati, segnando una delle pagine più oscure e difficili della storia del comunismo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rivolta fu repressa definitivamente l&#8217;11 novembre. Il capo e primo ministro<strong> Imre Nagy</strong> fu impiccato e l&#8217;ordine ristabilito, a monito di tutti gli altri Paesi del blocco: ogni rivolta sarebbe finita nel sangue. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Venne nominato segretario generale del Partito e di fatto capo assoluto del paese <strong>Janos Kadar</strong>, nativo di Fiume e abile mediatore tra le spinte autonomiste ungheresi e le pretese di Mosca, che rimase al potere fino al 1988, e che ebbe come sua nemesi storica un altro gigante ungherese, il  aridinale <strong>Jozef Mindzenty</strong>. Imprigionato e torturato per anni dagli stalinisti ungheresi, fu liberato proprio in quell&#8217;ottobre del 1956 e poi costretto a  rimanere per quasi 20 anni esiliato e  prigioniero nella Ambasciata americana di Budapest. Anche lui, come tutti gli ungheresi, fu orgoglioso e forte fino ad avere numerosi contrasti perfino con <strong>papa Paolo VI</strong> che lo destituì per la sua eccessiva intransigenza verso ogni trattativa coi regimi sovietici. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>Nella foto centrale la statua di Stalin decapitata a Budapest nel &#8217;56</p>
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		<title>Negli attuali tempi bui riviviamo coi mitici Righeira gli spensierati anni Ottanta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 08:05:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non senza perplessità mi sono addentrato nella visione della serie Sky dedicata agli 883, duo musicale certamente significativo ma non così tanto da meritare addirittura una serie tv. Eppure accade, perché il revival è proprio uno dei segni del nostro tempo, perfino quando si tratta degli anni ‘90, che di certo non furono gli &#8217;80. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Non senza perplessità mi sono addentrato nella visione della serie Sky dedicata agli <strong>883</strong>, duo musicale certamente significativo ma non così tanto da meritare addirittura una serie tv. Eppure accade, perché il revival è proprio uno dei segni del nostro tempo, perfino quando si tratta degli anni ‘90, che di certo non furono gli &#8217;80.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E infatti la serie inizia proprio con il racconto, molto ben fatto, di un altro famoso duo ma appunto degli anni ’80, I fratelli <strong>Righeira</strong>. A un certo punto, prima di salire sul palco del Festivalbar, imbracciando un sassofono, uno dei Righeira chiede all&#8217;altro se il pubblico si accorgerà che lui non lo sa nemmeno suonare… Perché i Righeira, che hanno venduto 3 milioni di dischi, numeri che oggi fa giusto <strong>Taylor Swift</strong>, non sapevano né suonare né comporre né leggere la musica. Eppure furono un fenomeno musicale assoluto, un tormentone infinito durato dieci anni e le cui canzoni hanno ancora oggi grande successo e sono entrate di fatto nel DNA musicale degli italiani, come l’intramontabile “L&#8217;estate sta finendo”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I Righeira non  erano due musicisti ma due  animali da palcoscenico, bizzarri e buffi nei loro look estremi a metà tra il punk e il rock, coloratissimi, ricoperti di oggetti assurdi e dalle mosse robotiche quasi bambinesche. Eppure il loro successo fu veramente strepitoso, perché erano il prodotto di una società strepitosa, quella degli anni &#8217;80 dove tutto era possibile, dove non importava che uno sapesse suonare purché sapesse intrattenere, causa ed effetto di un clima generale di entusiasmo e benessere mai visti prima. Oggi li definiamo leggeri, sciocchi, materiali quegli anni, eppure furono anni di incredibile entusiasmo, di voglia di divertire e divertirsi, di un benessere che sembrava non dover finire mai e che generava una sorta di buon umore generale inaffondabile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Piero Chiara</strong> scriveva che il secolo dell‘800 era stato duro a morire, e che nelle campagne era durato fino al 1945. Ecco, gli anni &#8217;80 sono un decennio duro a morire, tanto che gli stessi anni &#8217;90, che pensavano di essere l&#8217;inizio del 2000, furono invece la lunga fine degli &#8217;80.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Talmente sono duri a morire quegli anni &#8217;80 che tutti i palinsesti di nuove produzioni su piattaforme tv e social sono in gran parte dei remake di film, telefilm e musiche di quegli anni, a riprova che anche i super tecnologici anni 2000 campano ancora di quel decennio di benessere entusiasta e sfacciato, ma che irradia ancora tutto il suo fascino. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Del resto è nella natura dell&#8217;uomo, davanti ai tempi che cambiano e che si preannunciano sempre più difficili e turbolenti, rassicurarsi ricordando i bei tempi appena passati piuttosto che guardare in faccia un futuro difficile. </span></p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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		<title>Al Teatro Parenti una mostra-tributo di oggetti, abiti e libri per ricordare Philippe Daverio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 11 Oct 2026 21:06:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Inaugura oggi 11 ottobre una mostra dedicata a Philippe Daverio dall&#8217;amica di sempre, Ruth Shammah, storica madrina del Teatro che porta il nome del grande attore milanese Franco Parenti.  Una raccolta di oggetti abiti e libri per ricordare la figura curiosa e famosissima di uno dei più autorevoli e amati divulgatori della storia televisiva Italiana, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Inaugura oggi 11 ottobre una mostra dedicata a <strong>Philippe Daverio</strong> dall&#8217;amica di sempre, <strong>Ruth Shammah</strong>, storica madrina del Teatro che porta il nome del grande attore milanese <strong>Franco Parenti.</strong>  </span><span style="font-weight: 400;">Una raccolta di oggetti abiti e libri per ricordare la figura curiosa e famosissima di uno dei più autorevoli e amati divulgatori della storia televisiva Italiana, divenuto una icona proprio anche grazie ai suoi abiti colorati, i suoi papillon e gli occhialetti d&#8217;argento da studioso ottocentesco. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Philippe rivendicava sempre l&#8217;uso del colore nell&#8217;abbigliamento maschile, mentre detestava gli abiti neri con le camicie bianche e le cravattine nere strette caratteristiche della nostra contemporaneità. Diceva sempre che le società aristocratiche erano policrome e quelle di massa monocrome: mentre i nobili di un tempo amavano vestirsi di rosa, azzurro e giallo, la società di massa per dare a tutti accesso ha imposto il nero come colore universale nell&#8217;uomo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Diceva  bene Philippe che la gente prima ti guarda e poi forse ti ascolta. E senza dubbio quel suo abbigliamento sgargiante ed eccentrico catturava immediatamente l&#8217;attenzione di chiunque. Il resto era la sua voce inconfondibile, baritonale e pastosa, tranquillizzante come un piatto di spaghetti ma accattivante come gli attori della Nouvelle Vague grazie a quel suo accento francese e milanese assieme. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Catturato l&#8217;occhio con l&#8217;abbigliamento e l&#8217;udito con la voce, Philippe sciorinava ai suoi ascoltatori una infinita galleria di nozioni e racconti che riusciva a mettere insieme luoghi, epoche, fatti e personaggi in un gigantesco affresco spazio temporale che non solo collegava tutto ma tutto  rendeva comprensibile e apprezzabile da chiunque.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così facendo trasformò un piccolo programma di 15 minuti su Rai 3 alle otto e mezza di sera, tra telegiornali cartoni animati e mamme che lavavano i piatti, in uno dei successi di pubblico più incredibili della storia della televisione italiana. </span><span style="font-weight: 400;">Ancor oggi vanta decine di migliaia di appassionati che lo seguono sui social e Rai 5 ha ripreso a mandare in onda la domenica a pranzo le puntate memorabili di Passepartout: 300 puntate registrate, oltre 5.000 repliche mandate in onda. Credo un record televisivo assoluto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Erroneamente troppo spesso Daverio viene catalogato come critico d&#8217;arte, qualifica che non amava e figura che in effetti lui non era per niente. Amava la definizione di antropologo culturale e in effetti lo era nel senso più illuminista del termine: una cultura enciclopedica ma fermamente dedicata alla comprensione del grande pubblico. E se divulgatore non fosse ancora un temine, erroneamente, di poco prestigio, Philippe sarebbe di diritto nel Pantheon dei più grandi divulgatori italiani assieme a<strong> Piero Angela</strong>, <strong>Alessandro Cutolo</strong> e <strong>Federico Zeri</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Philippe ci ha lasciati nel mese di settembre di sei anni fa e oggi la sua memoria è custodita e valorizzata dalla sua famiglia, la moglie <strong>Elena Gregory</strong> e il figlio<strong> Sebastiano</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E proprio Sebastiano con un pazientissimo lavoro di ricerca ha recentemente pubblicato l&#8217;ultimo libro di Philippe dedicato alla eleganza: una certosina raccolta di scritti, audio e video dedicati alla definizione di bellezza ed eleganza, concetti assolutamente da recuperare in questi nostri tempi confusi e relativisti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">C&#8217;è ancora molto da scoprire del Philippe conferenziere e pensatore, attento analista della società e geniale propositore di modelli innovativi di gestione del nostro immenso patrimonio culturale. C&#8217;è molto più di quanto la televisione non ci abbia mostrato ancora.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
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<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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<p data-asw-org-font-size="16">
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/al-teatro-parenti-una-mostra-tributo-di-oggetti-abiti-e-libri-per-ricordare-philippe-daverio/">Al Teatro Parenti una mostra-tributo di oggetti, abiti e libri per ricordare Philippe Daverio</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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		<title>Fatto epocale: nel Paese più laicizzato d&#8217;Europa quasi un milione di francesi applaude il Papa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 27 Sep 2026 10:13:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Avevo visto sul profilo Instagram dell’Eliseo una lunghissima passatoia rossa attraversare tutto il cortile d&#8217;onore, ai due capi della quale stavano il presidente Macron con la moglie e in fondo, rigorosamente solo, papa Leone in corale bianca e mozzetta rossa che si avviava ad incontrare i due. Forse per la scarsa stima che ho di Macron, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/fatto-epocale-nel-paese-piu-laicizzato-deuropa-quasi-un-milione-di-francesi-applaude-il-papa/">Fatto epocale: nel Paese più laicizzato d&#8217;Europa quasi un milione di francesi applaude il Papa</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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<p>Avevo visto sul profilo Instagram dell’Eliseo una lunghissima passatoia rossa attraversare tutto il cortile d&#8217;onore, ai due capi della quale stavano il presidente<strong> Macron</strong> con la moglie e in fondo, rigorosamente solo, <strong>papa Leone</strong> in corale bianca e mozzetta rossa che si avviava ad incontrare i due. Forse per la scarsa stima che ho di Macron, ho nettamente sottovalutato quanto in realtà stava per accadere a Parigi, qualcosa di straordinario e forse epocale.</p>
<p>Poche ore dopo, improvvisamente, sono apparse le immagini incredibili degli Champs Elysées gremiti di centinaia di migliaia di francesi inneggianti al Papa in corteo con un entusiasmo straordinario: davvero un accadimento di portata storica, che credo abbia decisamente superato ogni previsione.  Lo dico perché la Francia degli ultimi trent&#8217;anni è ascesa ripetutamente alle cronache come il Paese più laicizzato d&#8217;Europa, dove la scristianizzazione era ai massimi livelli e dove l&#8217;islamizzazione al contrario galoppava. Il Paese dove si appiccavano roghi alle chiese e si accoltellavano i preti, e dove la legislazione era stata storicamente la più laica di tutto l&#8217;Occidente.</p>
<p>Vedere quella folla di quasi un milione di persone inneggiare al Papa è dunque un segnale fortissimo che deve destare straordinaria attenzione.</p>
<p>Quali siano i motivi è al contempo facile e difficile dirlo: sicuramente incide la grandissima difficoltà di rapporto con le varie etnie musulmane che, sopratutto a causa del passato coloniale francese, costituiscono ormai una quota rilevantissima ed estremamente problematica della Francia. Probabilmente incide anche un certo ruolo di anti-Trump che in qualche modo Papa Leone interpreta più o meno volutamente, ma che è del resto in buona parte la ragione della sua elezione,  è cioè di contrapporre allo strapotere americano di Trump quello di  un altro americano di livello globale.</p>
<p>Tuttavia credo che questi due elementi siano secondari rispetto a quello che in realtà pare davvero il primo motivo: uno straordinario ritorno alla fede cattolica, già anticipato negli ultimissimi anni da una esplosione di matrimoni e battesimi cattolici in tutto il Paese.</p>
<p>Il rapporto della Francia con la Chiesa cattolica del resto è sempre stato un rapporto complesso e contraddittorio, caratterizzato da continui estremi opposti. La Francia è stata la culla del monachesimo occidentale, il Paese che più di tutti ha contribuito con <strong>Carlo Magno</strong> e i suoi abati alla rinascita sociale e culturale dell&#8217;Europa devastata dai barbari. La casa regnante, la stirpe di<strong> San Luigi</strong> come è addirittura chiamata, è stata per secoli la più fedele custode del papa e dello Stato Pontificio e ha addirittura ospitato per alcuni secoli la sede del papato in quella che viene chiamata, non a caso, la cattività avignonese. Vanta addirittura un re santo, <strong>Luigi IX</strong>, e i suoi cavalieri andavano in battaglia al grido di Mont Joye Saint Denis! inneggiando al primo vescovo di Francia e al monte del calvario, protagonisti assoluti di tutte le guerre crociate in Terra Santa.</p>
<p>Nessuno in Francia diventava re senza la benedizione degli abati di Cluny, la più grande abbazia del mondo, e perfino <strong>Napoleone</strong>, figlio della Rivoluzione, per legittimare il proprio Impero dovette ricorrere alla presenza del papa e alla riconciliazione con la Chiesa.</p>
<p>Quello stesso Napoleone che aveva però conquistato il Vaticano e fatto arrestare papa <strong>Pio VII</strong>. Quel Napoleone che tutto doveva della sua carriera a quella rivoluzione francese che aveva fatto scempio di chiese, cattedrali e abbazie, che aveva trucidato preti, suore e vescovi e molto prima della rivoluzione bolscevica aveva visto nella religione cristiana il nemico da abbattere con crudeltà inaudita. Tanto da far addirittura morire in una  prigione francese un papa, <strong>Pio VI</strong>, e decretare pubblicamente che lì era morto l&#8217;ultimo papa.</p>
<p>Quella stessa Francia però che aveva delegato la gestione di tutto il proprio potere statale per ben tre volte a tre cardinali primi ministri: il fondatore della Francia moderna, <strong>Armand Jean du Plessis</strong>  duca di Richelieu, il suo consolidatore <strong>Giulio Mazzarino</strong> e A<strong>ndré Hercule de Fleury</strong>, protettore per oltre 20 anni del più amato dei re, <strong>Luigi XV</strong>. Quella Francia in cui la eroica resistenza dei cattolici contro i protestanti è divenuta addirittura proverbiale, la Vandea.</p>
<p>Quella Francia tuttavia i cui presidenti-monarchi socialisti avevano fatto della indipendenza dal cattolicesimo una bandiera, ma ottenendo al contempo dal Vaticano il privilegio di co-nominare i vescovi gallicani e addirittura di poter imporre la berretta rossa ai propri cardinali, tanto che perfino <strong>Giovanni XXIII</strong>, nominato cardinale mentre era nunzio apostolico a Parigi, ricevette il tricorno rosso dall’allora presidente socialista <strong>Auriol</strong>.</p>
<p>Sia come sia, questa <em>revanche</em> cattolica francese è un segnale di assoluto rilievo per tutta l&#8217;Europa in questo momento di grandi tensioni belliche, di grande messa in discussione di una classe dirigente europea sempre meno adeguata alle sfide, di grande difficoltà di rapporto col mondo musulmano tra pro Pal e fondamentalismo islamico crescente, di crisi di consenso delle sinistre e rivitalizzazione delle destre estreme.</p>
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<div class="author"><strong>Francesco Martelli</strong></div>
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<p>sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
<p>docente di archivistica all&#8217;Università degli studi di Milano</p>
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		<title>La Cina da Mao a Deng: da nano a colosso economico e politico grazie alla teoria del gatto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 20 Sep 2026 08:45:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mao Zedong muore nel settembre del 1976 lasciando la Cina in una situazione devastante sia sul piano sociale che su quello economico. Gli errori colossali in campo economico avevano lasciato i cinesi alla fame, mentre la Rivoluzione Culturale li aveva abbandonati nel terrore ed in balia della moglie di Mao, Jiang Qing e i suoi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mao Zedong</strong> muore nel settembre del 1976 lasciando la Cina in una situazione devastante sia sul piano sociale che su quello economico. Gli errori colossali in campo economico avevano lasciato i cinesi alla fame, mentre la Rivoluzione Culturale li aveva abbandonati nel terrore ed in balia della moglie di Mao,<strong> Jiang Qing</strong> e i suoi tre alleati, chiamati la <strong>Banda dei Quattro</strong>, che avevano spadroneggiato in Cina per anni con purghe, processi, pestaggi, epurazioni e condanne a morte.</p>
<p>Dall&#8217;altro lato della battaglia per la successione di Mao c&#8217;è una classe dirigente capace ma che era stata falcidiata e umiliata da Mao, che aveva il terrore di essere messo da parte ma anche la reale convinzione che essi avrebbero trasformato la Cina in un Paese non più comunista.</p>
<p>A capo di questa classe dirigente erano due uomini: <strong>Liu Shaoqi</strong> e <strong>Deng Xiaoping</strong>. Liu era stato il volto mondiale della Cina per anni, Presidente della Repubblica per volere di Mao e poi per volere dello stesso gettato a morire in una sudicia cantina privato delle cure di cui necessitava. Deng, “il piccolo pezzo d&#8217;oro”  come lo chiamava Mao per la sua piccola statura e le sue straordinarie qualità, fu epurato da segretario del Partito due volte ed esiliato in campagna tra fame e fatiche, mentre suo figlio veniva gettato da un tetto e storpiato a vita dai suoi compagni di studi.</p>
<p>Eppure l&#8217;eredità di Mao era immensa: un miliardo di persone stremate ma incredibilmente unite, una religione di stato monolitica e venerata, il maoismo, e un apparato di potere radicato, capillare e mostruosamente efficace, il Partito Comunista Cinese.</p>
<p>Deng sa bene due cose: che per governare la Cina non si può fare a meno del partito e del culto di Mao, ma che per salvarla dal disastro occorre buttare a mare tutta la politica economica degli ultimi trent&#8217;anni. Per prima cosa prende il controllo del partito e si sbarazza dei Quattro. Dopodiché inizia la sua lunga e vittoriosa marcia: quella verso l&#8217;innesto del capitalismo dentro il comunismo, facendo di una contraddizione inconciliabile e dell&#8217;incubo di Mao la via della salvezza. È la teoria dei due gatti: non importa se il gatto è bianco o nero, l&#8217;importante è che prenda il topo. Il gatto bianco è il capitalismo, quello nero è il potere del partito, che lo stesso Deng userà senza pietà nei confronti dei manifestanti di piazza Tienanmen.</p>
<p>Ma Deng ha le idee molto chiare: in Cina il capitalismo funzionerà ma non comandera’. Comandera’ sempre e solo il Partito.</p>
<p>I frutti dell&#8217;incredibile lavoro di Deng sono oggi sotto gli occhi di tutti e sono indiscutibili: la Cina è rimasto un rigido Paese comunista ma è la seconda potenza economica mondiale, in lizza per diventare la prima. Esattamente ciò che avrebbero dovuto fare in Russia gli ex stalinisti ma che non fecero finendo per collassare su loro stessi.</p>
<p>Ma la vera grandezza di questo “piccolo pezzo d&#8217;oro” si manifesta quando, ormai ultra ottantenne e pensionato dal potere, davanti a una Cina che spaventata dal crollo dell&#8217;Unione Sovietica vuole rinchiudersi nel sogno/incubo maoista e chiudere la parentesi capitalista, ebbene questo piccolo novantenne inizia un pellegrinaggio personale e solitario attraverso il sud della Cina città per città, quasi cinese per cinese, predicando il mantenimento del suo modello e finendo per convincere un immenso intero Paese a proseguire sulla strada che lo porterà ad essere il gigante economico di oggi.</p>
<p><strong>Oriana Fallaci</strong> diceva che il vero grande padre della Cina era proprio Deng, mentre aveva di Mao una opinione orribile.</p>
<p>Certo è che questa figura straordinaria è questo incredibile sistema cinese comunista in politica e capitalista in economia, dove la politica governa ancora il capitale, interroga noi occidentali che oggi stiamo invece sperimentando la più estrema deriva del capitalismo, che lo ha trasformato in un iperconsumismo governato dalla finanza e in cui ormai né la politica né le comunità contano più…</p>
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<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
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<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
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<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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		<title>Il successo della Cina di Mao a 50 anni dalla morte: confucianesimo in salsa comunista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Sep 2026 16:39:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Mao è un mostro”. Questa la definizione che usò pubblicamente negli anni 50 l&#8217;allora vice presidente degli USA, Richard Nixon. Lo stesso Nixon che, divenuto presidente, compì nel 1972 uno storico viaggio proprio in Cina e proprio da quel mostro di Mao, già piagato dai molteplici malanni che lo condurranno alla morte proprio il 9 [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>“<strong>Mao</strong> è un mostro”. Questa la definizione che usò pubblicamente negli anni 50 l&#8217;allora vice presidente degli USA, <strong>Richard</strong> <strong>Nixon</strong>. Lo stesso Nixon che, divenuto presidente, compì nel 1972 uno storico viaggio proprio in Cina e proprio da quel mostro di Mao, già piagato dai molteplici malanni che lo condurranno alla morte proprio il 9 settembre di 4 anni dopo, e che segnò molto probabilmente il vertice della sua presidenza.</p>
<p>Un mostro dunque, ma anche un tassello imprescindibile della geopolitica mondiale. Uno con cui bisognava fare i conti, lui e i suoi allora 800 milioni di cinesi. Ma anche con i quasi 100 milioni di morti causati dal suo regime e soprattutto dai suoi errori madornali in campo economico.Perché Mao aveva i pregi e i difetti di tutti i suoi simili del 900: uno straordinario rivoluzionario ma un pessimo uomo di governo, forse la nemesi storica di tutti i dittatori comunisti del 900 ad eccezione di <strong>Stalin</strong>.</p>
<p>La sua incredibile forza d&#8217;animo era pari solo alla sua assurda statura, quel metro e novanta che lo faceva sembrare tra i cinesi di allora un vero gigante, quasi un dio celeste sceso in terra a combattere con loro quei 20 infiniti anni di guerra civile che il partito comunista cinese rischiò  di perdere quasi sempre ma che poi, proprio grazie alla volontà indistruttibile di Mao, travolse <strong>Chang</strong> <strong>Kai</strong> <strong>Shek</strong> e I giapponesi e si impose al mondo. Se i cinesi non sono andati in mille pezzi e sono divenuti quel monolite spaventoso che sono oggi lo devono forse solo a Mao. Nessun politico del 900 ebbe la capacità di Mao di trasformare le disfatte in strumenti micidiali di propaganda politica: la Lunga Marcia, trionfo politico ma in realtà forse la più disastrosa ritirata militare della Storia con oltre il 90% dei soldati persi. Il Grande Balzo, la Rivoluzione Culturale, tutti eventi devastanti e disastrosi per la Cina e soprattutto per i poveri cinesi sterminati a milioni o trattati peggio degli schiavi, ma che nell&#8217;immaginario collettivo hanno invece costituito i fondamenti del successo monolitico del confucianesimo comunista, il maoismo.</p>
<p>Caos e ordine, distruzione e ricostruzione sono i pilastri di Confucio e sono il Dna di ogni cinese, e Mao era al contempo confuciano e leninista. La Rivoluzione permanente dei quadri direttivi del partito, che ancora oggi è una tradizione nella classe dirigente cinese, altro non è che la applicazione del confucianesimo alla struttura di potere burocratica tipica dei regimi sovietici dove al comando sta sempre e solo il Capo fino alla fine dei suoi giorni.</p>
<p>La Rivoluzione culturale fu niente più che una truce violentissima guerra civile voluta da Mao per rimanere al potere, ed assieme al Grande Balzo, la sua disastrosa politica economica, fece della Cina un paese moribondo quando lui morì.</p>
<p>Se la Cina è oggi il gigante economico che tutti conosciamo lo deve non a Mao ma al suo successore, quel piccolo magnifico <strong>Deng</strong> <strong>Xiaoping</strong> che capì che occorreva fare il contrario di quello che avevano fatto i russi. Mentre Krusciov distrusse l&#8217;immagine di Stalin tenendosi il sistema stalinista e condannando l&#8217;Urss al fallimento economico, <strong>Deng</strong> capì che occorreva mantenere il mito di Mao e buttare a mare il maoismo. Cioè salvare il Padre della Patria e il suo sistema di controllo sul potere ma innestare in quel sistema l&#8217;unico modello economico vincente, il. capitalismo, con la promessa che esso in Cina avrebbe prosperato ma mai comandato. La famosa teoria dei due gatti.</p>
<p>I cinesi oggi sono quasi un miliardo e mezzo, la Cina è diventata la seconda potenza mondiale ed è ai vertici del capitalismo, della tecnologia e delle strategie geopolitiche globali. Quasi nulla a che vedere con il popolo arretrato e stremato dalla fame che Mao lasciò alla sua morte. Eppure, ancora oggi, il volto della Cina è il volto di Mao, che infatti ancora a distanza di 50 anni è stato al centro delle celebrazioni nazionali, tanto che perfino l&#8217;attuale grande leader <strong>Xi</strong> tiene moltissimo a vestirsi come lui nelle parate ufficiali internazionali.</p>
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<p><strong>Francesco</strong> <strong>Martelli</strong></p>
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		<title>Dall’Ariosto ai fatti di Ceuta, la storia della risalita dell&#8217;Islam verso l&#8217;Europa</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 23:27:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l’ire e i giovenil furori d’Agramante lor re, che si diè vanto di vendicar la morte di Troiano sopra re Carlo imperator romano”. Così cantava [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">“Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">le cortesie, l’audaci imprese io canto,</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">che furo al tempo che passaro i Mori</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">seguendo l’ire e i giovenil furori</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">d’Agramante lor re, che si diè vanto</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">di vendicar la morte di Troiano</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">sopra re Carlo imperator romano”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Così cantava<strong> Lodovico Ariosto</strong> all&#8217;inizio, e proprio all&#8217;inizio, del suo Orlando Furioso nel 1500: quando i Mori passarono il mare e in Francia nocquero tanto. Rievocava l&#8217;Ariosto, quasi mille anni dopo, le tragiche scorribande dei pirati saraceni che tra il settimo e l&#8217;ottavo secolo furono un vero e proprio flagello dell&#8217;Europa meridionale: villaggi saccheggiati, uomini e vecchi impalati e donne violentate, monasteri dati alle fiamme e religiosi sgozzati come capre. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il terrore che il neonato Islam aveva gettato in Europa fu tale da rimanere per secoli nell&#8217;immaginario collettivo come qualcosa di terrificante. Fu grazie a <strong>Carlo Martello</strong>, re dei Franchi, che nel 732 presso Poitiers la terribile avanzata moresca si arrestò, come ci narra un intero filone letterario nato proprio da quelle vicende, il poema cavalleresco, con le imprese dei paladini e le<em> chansons de geste</em>, e addirittura fino al ben più recente <strong>Fabrizio De André</strong> con <strong>Paolo Villaggio</strong> ci scrisse una canzone, tanta fu la portata storica di quei fatti nella nostra tradizione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La paura dell&#8217;Islam in Occidente è atavica, ma anche ahinoi fondata. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quando l&#8217;Ariosto scrive il suo poema mille anni dopo, la minaccia islamica torna prepotente sulla scena dell&#8217;Europa: l&#8217;impero ottomano dopo aver divorato quello di Bisanzio e preso Costantinopoli nel 1453, forte della mirabile espansione di <strong>Solimano il Magnifico</strong>, si prende buona parte dei Balcani e marcia spedito per inglobare tutta l&#8217;Europa occidentale. Stavolta sarà un papa, <strong>Pio V</strong>, a fermare la loro terribile avanzata nel 1571 con la battaglia di Lepanto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cento anni dopo, una nuova avanzata sarà fermata alle porte di Vienna dal re di Polonia <strong>Giovanni Sobiesky</strong>, e 100 anni dopo ancora via mare e via terra dai due migliori soldati del tempo: il principe <strong>Eugenio di Savoia</strong> in Austria e il maresciallo <strong>Von Der Schulenburg</strong> in Grecia a Corfù. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Certo, vi furono anche dei regni moreschi illuminati, centri di straordinaria cultura matematica e filosofica, di grandi innovazioni e di sviluppo culturale eccezionali, oltre che esempi di tolleranza religiosa e di convivenza tra mori, ebrei e cristiani. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ne sono testimonianza la nostra stessa bellissima Sicilia, ma sopratutto quella Spagna narrata nel <em>Cantare del Cid</em> con gli splendori di Cordova, Siviglia, Grenada, Valencia, e in cui l&#8217;Islam moderato e intellettuale era nemico di quello violento e fondamentalista. Quella stessa Spagna che ancora oggi è al centro dell&#8217;attenzione mondiale proprio per le impressionanti immagini di una specie di “invasione moresca 4.0” di 50.000 marocchini a Ceuta, che oltre ad essere assieme a Melilla una delle due mitologiche colonne di Ercole è anche l&#8217;ultima enclave europea in tutta l&#8217;Africa. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo antico e drammatico rapporto tra Islam ed Europa è proseguito anche dopo, a parti inverse con il nostro colonialismo che ha poi in gran parte prodotto per tutto il dopoguerra  la stagione del terrosimo isalmico di matrice prima iraniana e palestinese fino a quello più recente di <strong>Bin Laden</strong> e poi dell&#8217;<strong>Isis</strong>. E non possiamo certo dimenticare la stagione dello sfruttamento petrolifero, anche se va anche proprio detto che esso ha reso alcune delle nazioni islamiche, o quantomeno i loro leaders, tra i più ricchi del pianeta e della storia. E certo non sfugge a chi scrive il vergognoso stato di miseria in cui milioni di persone di quella fede giacciono in tutto il mondo da decenni, miseria che è sempre all&#8217;origine di tutti i fondamentalismi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se dei recenti fatti di Spagna si tratti di invasione di disperati o di una manovra politica del sultano del Marocco non è affare di questo editoriale, ma di certo  quello che abbiamo visto pare l&#8217;ennesimo episodio di una secolare drammatica partita tra nord e sud del Mediterraneo, oltre una ulteriore prova che siamo entrati in una nuova epoca, dove la forza conta più del diritto e dove chi attacca è più forte di chi si difende, ammesso poi che chi è attaccato si difenda… </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Piccolo postulato. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi scrive ben sa che parlare di attacco e difesa pare escludere a priori il tema dell&#8217;integrazione e della fratellanza tra i popoli, ma tocca ricordare che anche nella nostra Costituzione all&#8217;art 52 è sancita come addirittura “sacra” la difesa della Patria. Ora se i padri costituenti lo hanno messo nero su bianco evidentemente avevano e I loro motivi e credo che il nostro millenario e travagliato rapporto con l&#8217;Islam debba quantomeno metterci in allerta. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come dicevano i sovietici “doveryay, no proveryay”, fidati pure ma controlla…</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/dallariosto-ai-fatti-di-ceuta-la-lunga-storia-della-risalita-dellislam-verso-leuropa/">Dall’Ariosto ai fatti di Ceuta, la storia della risalita dell&#8217;Islam verso l&#8217;Europa</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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		<title>“Disarmiamo la polizia”, slogan degli anni 70 tornato di moda a sinistra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 25 Jul 2026 19:02:55 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">.</span><span style="font-weight: 400;">Nel pieno dei cosiddetti Anni di piombo, nel cuore degli anni 70, uno degli slogan più diffusi durante le manifestazioni di piazza era “Disarmiamo la polizia”, una campagna che nasceva da varie istanze, alcune delle quali ispirate ad alti ideali pacifisti, altre invece nate dalla convinzione in molti esponenti politici di sinistra che il disarmo degli agenti avrebbe ridotto il livello di durezza degli scontri con i manifestanti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La campagna fu, come molte di quegli anni, condotta con strenua determinazione sia nelle piazze che nelle sedi politiche e in quelle giornalistiche, e se non ebbe l&#8217;esito di togliere le armi ai poliziotti, portò comunque tra la fine degli anni 70 e l&#8217;inizio degli anni 80 alla famosa riforma della polizia voluta dal ministro degli Interni <strong>Virginio</strong> <strong>Rognoni</strong>, democristiano di lungo corso. La riforma trasformò il Corpo delle  guardie di polizia in Polizia di Stato. Si passò dalle divise grigio verdi di stampo ancora militaresco alle attuali divise blu, e più in generale l&#8217;obiettivo della riforma fu proprio quella di “smilitarizzare” una polizia che in molti suscitava ancora ricordo del Ventennio e dell&#8217;uso che la Dittatura aveva fatto della polizia, specie in alcune Direzioni speciali come quella razziale o quella politica, la Demorazza e l&#8217;Ovra. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancora neglil anni 70 molti alti funzionari di polizia avevano avuto ruoli di rilievo durante il fascismo, e bisogna anche ammettere che non pochi di loro avevano mutuato e mantenuto quella mentalità di forza di repressione che il fascismo aveva in loro inculcato… Insomma molti tra questori e commissari non erano decisamente preparati ad affrontare la contestazione, il &#8217;68, gli autunni caldi etc. etc. se non in termini di uso della forza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La campagna portò anche ad altri risultati: lo scioglimento della Direzione Affari Riservati del ministero degli Interni, diretta da <strong>Federico</strong> <strong>Umberto</strong> <strong>D&#8217;Amato</strong>, il depotenziamento di molti servizi di sicurezza e anche un diffuso sentimento di delusione e protesta nelle forze dell&#8217;ordine. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fu secondo molti per questo che l&#8217;Italia si trovò poi impreparata ad affrontare l&#8217;ondata di terrorismo che ebbe il suo culmine con l&#8217;epopea drammatica delle Brigate Rosse. E questo è indubbiamente vero, perché se da un lato disarmare la polizia voleva dire limitarne il potere repressivo, è pur vero che se non si disarmano anche i banditi poi la sicurezza di tutti va a farsi benedire, con tutte le drammatiche conseguenze del caso… E così infatti successe in Italia, nonostante l&#8217;allora arinoto Home Secretary britannico, <strong>Roy</strong> <strong>Jenkins</strong>, avesse avvisato tutti i partner europei che sarebbe iniziata una escalation del terrorismo in Europa, motivo per il quale l&#8217;allora ministro degli interni <strong>Cossiga</strong> creò I reparti speciali di polizia e carabinieri, NOCS e GIS, che però non furono realmente operativi prima di alcuni anni. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma c&#8217;era anche un altro motivo dietro a quella campagna? Ebbene sì, c&#8217;era come in tutte le vicende italiane la Guerra Fredda che anche se fredda era una vera guerra senza esclusione di colpi. Le raffinatissime menti del KGB studiavano ogni possibile piano e strategia per indebolire le forze di sicurezza italiane, onde rendere per diretta conseguenza più debole la NATO e l&#8217;influenza americana sul nostro territorio. Il golpe <strong>De</strong> <strong>Lorenzo</strong>, forse la stessa P2, un certo terrorismo mediorientale, le barzellette sui carabinieri e molto molto altro ancora rispondevano ad una determinata strategia sovietica. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E così fu anche in parte  per la campagna di disarmo della polizia, così come del resto una certa parte delle piazze di allora protestavano ma dentro un disegno strategico cui lo stesso Partito comunista italiano rispondeva, un disegno molto ben ideato e che partiva da Mosca, esattamente come la Dc era più o meno volente costretta a obbedire alle tirate d orecchie di Washington, che ovviamente premeva affinché non si indebolissero le forze dell&#8217;ordine e per una repressione più decisa e per un controllo più capillare dei movimenti di piazza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancora oggi in fondo l&#8217;eredità della Guerra Fredda pare influenzare il nostro Paese, con un dibattito ancora fortissimo su ruolo e potere della forze di polizia, e con la sinistra di piazza che si schiera contro la polizia e i partiti più a destra che la difendono reclamando di aumentarne i poteri. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quello che preoccupa chi scrive è che non si tratta più di uno scontro indiretto tra influenze straniere e blocchi ideologici, ma di immigrazione e scontri etnici. Non c&#8217;è più il vecchio Pci, non c&#8217;è più Mosca e non ci sono più nemmeno i vecchi Usa, la NATO è ormai in liquidazione per volontà degli stessi americani che ormai hanno altro a cui pensare che non l&#8217;Europa… senza quel contesto, senza strategie più alte, che ne sarà di questi scontri e di queste piazze? </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella foto centrale scontri a Bologna dei manifestanti con la polizia</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Addio a Pino Farinotti, immenso esperto di cinema, autore del &#8216;Dizionario&#8217;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 15:56:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Era la fine degli anni &#8217;70 quando a un affascinante giovane milanese di origini piacentine, appassionato viscerale di cinema, venne l&#8217;idea di realizzare una monumentale enciclopedia del cinema mondiale. Nasceva cosi il primo dizionario del cinema, realizzato quando non c&#8217;erano  Internet né Wikipedia, una impresa memorabile e ancora oggi incredibile nella sua realizzazione. Quel dizionario [&#8230;]</p>
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<p>Era la fine degli anni &#8217;70 quando a un affascinante giovane milanese di origini piacentine, appassionato viscerale di cinema, venne l&#8217;idea di realizzare una monumentale enciclopedia del cinema mondiale. Nasceva cosi il primo dizionario del cinema, realizzato quando non c&#8217;erano  Internet né Wikipedia, una impresa memorabile e ancora oggi incredibile nella sua realizzazione.</p>
<p>Quel dizionario è entrato di diritto nella storia dell’editoria e del cinema italiani, e ha preso giustamente il nome del suo creatore, il Farinotti.</p>
<p><strong>Pino Farinotti</strong> ci ha lasciati due giorni fa dopo una lunga malattia, ma quello che ha realizzato rimarrà per sempre negli annali del cinema.</p>
<p>Aveva una sua visione del cinema Farinotti: era un liberale, al contrario di quasi tutti i critici italiani molto più concentrati sull’impegno civile dei film più che alla loro dimensione di gradimento del pubblico: non amava il cinema che cercava di educare e provocare la società senza se e senza ma, e amava invece il cinema che regalava alle persone bellezza, gioia e serenità.</p>
<p>Non gli piacevano gli attori “stronzi” come li chiamava lui, che si atteggiavano a individui superiori, e invece adorava i grandi divi come <strong>Alain</strong> <strong>Delon</strong> e <strong>Alan</strong> <strong>Ladd</strong>, di sicuro il suo preferito ne &#8220;Il Cavaliere della valle solitaria” .</p>
<p>Pino odiava la volgarità e la violenza anche nel cinema dei grandi: amava <strong>Tarantino</strong> ma soffriva terribilmente per i suoi eccessi di violenza e volgarità.</p>
<p>Amava il musical (genere odiatissimo dagli altri intellettuali illuminati) e sopra a tutti gli piacevano <strong>Gene</strong> <strong>Kelly</strong>, <strong>Fred</strong> <strong>Astaire</strong> e <strong>Al</strong> <strong>Johnson</strong>. Credo che fosse perché il musical gli ricordava l&#8217;epoca d&#8217;oro di Hollywood, quel cinema un po’ banale ma spettacolare, che aveva incantato e fatto sognare milioni di persone in tutto il mondo, e che dopo la devastazione della guerra aveva contribuito a dare impulso e speranza nella ricostruzione mondiale. Credo che in fondo fosse convinto che il cinema è anzitutto sogno, intrattenimento, spettacolo e sollievo dai guai di tutti i giorni: ho sempre pensato che in questo fosse un po’ come quel <strong>Woody</strong> <strong>Allen </strong>che amava tanto, e che in fondo come Allen cercasse nelle atmosfere patinate degli anni 30 e 50 quella società immaginabile, senza conflitti né violenza, senza miserie, senza fatiche che tanto ci può consolare dalle difficoltà della vita di tutti i giorni e che solo il cinema ci può regalare.</p>
<p>E in effetti Pino sosteneva che il cinema aveva avuto solo due grandi epoche: gli anni ‘20 e gli anni ‘50, le due epoche d&#8217;oro, mentre non aveva mai troppo amato la grande stagione degli anni &#8217;70, troppo violenta e provocatoria per i suoi gusti.</p>
<p>Come tutti gli uomini della sua generazione aveva una adorazione senza limiti per il western, ma anche qui con una discriminante essenziale: adorava <strong>John</strong> <strong>Ford </strong>e <strong>John</strong> <strong>Wayne</strong> e gli anni &#8217;50 ma non amava molto <strong>Leone</strong> e <strong>Peckinpah</strong> gli anni &#8217;70, e sempre dettagliava il perché con una serie di osservazioni difficili da contraddire, che andavano dalla troppa violenza alla eccessiva pignoleria, stesso motivo per cui non amava molto <strong>Kubrick</strong>.</p>
<p>Adorava <strong>Fellini</strong>, diceva sempre che solo lui nel cinema aveva insegnato all&#8217;umanità a esorcizzare i sogni e gli incubi ed era riuscito a rendere reale l’onirico.</p>
<p>Diceva sempre che il più bel film della storia del cinema era &#8216;La grande illusione&#8217; di <strong>Jean Renoir</strong> (e aveva ragione) ma i suoi film preferiti erano Il &#8216;Cavaliere della valle solitaria&#8217; e &#8216;Il Presidente-una storia d&#8217;amore&#8217; con <strong>Michael Douglas</strong>, perché era uno dei pochi film contemporanei che gli ricordava la straordinaria stagione della grande commedia americana degli anni &#8217;50.</p>
<p>Ma siccome capiva il cinema come pochi altri al mondo, adorava il cinema della Repubblica di Weimar di cui diceva che aveva creato tutti i codici del cinema, e  amava i registi della Nouvelle Vague perché avevano fatto diventare poeti e artisti gli operai e i pescatori.</p>
<p>Chi scrive ha avuto la straordinaria fortuna di essergli amico per anni, e può testimoniare che Pino era una di quelle personalità di genio che trasformano il tuo modo di pensare e vedere le cose per osmosi, anche solo passandoci del tempo assieme. Quello che ho imparato sul cinema stando con lui non ha prezzo, anzi un prezzo lo ha… Che ho imparato a distinguere il grande cinema dal cinema brutto e oggi non piace più niente di quello che vedo in giro.</p>
<p>Ci sono tante altre vite di Pino che non ho tempo di raccontare qui, scrittore, sceneggiatore, documentarista, docente, giornalista, uomo di televisione, ma credo che il cinema sia stato la sua vita e che sarà sempre ricordato per come ci ha fatto capire il cinema.</p>
<p>Fai buon viaggio Pino, magari con quella bicicletta che amavi tanto…</p>
<p>&nbsp;</p>
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<div class="author"><strong>Francesco Martelli</strong></div>
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<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
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<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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<p>&nbsp;</p>
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