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	<title>Editoriale Archivi - Vittoriano Zanolli</title>
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	<title>Editoriale Archivi - Vittoriano Zanolli</title>
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		<title>Biometano, cortocircuito tossico: il Casalasco non regge l&#8217;attuale carico di azoto</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Grazia Bonfante]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Nov 2026 10:05:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nella sola provincia di Cremona sono mappati oltre 200 impianti tra biogas storici e nuove ammissioni al biometano finanziati col PNRR. Di questi, un nucleo densissimo di una decina di grandi impianti industriali di digestione anaerobica/biometano è strettamente concentrato nel distretto del Casalasco (tra i territori di Casalmaggiore, Gussola, Martignana di Po, San Giovanni in [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nella sola provincia di Cremona sono mappati oltre 200 impianti tra biogas storici e nuove ammissioni al biometano finanziati col PNRR. Di questi, un nucleo densissimo di una decina di grandi impianti industriali di digestione anaerobica/biometano è strettamente concentrato nel distretto del Casalasco (tra i territori di Casalmaggiore, Gussola, Martignana di Po, San Giovanni in Croce, Rivarolo del Re, Piadena, Solarolo Rainerio e limitrofi).</p>
<p>Ecco il calcolo geometrico e agronomico basato sui volumi e sui limiti imposti dalla Mappa Nitrati della Regione Lombardia.</p>
<h3>Quanto digestato viene prodotto?</h3>
<p>Un singolo impianto di biometano standard del Casalasco digerisce tra le 40.000 e le 50.000 tonnellate di biomassa all&#8217;anno (tra reflui zootecnici propri, insilati locali e pollina/scarti agroindustriali esterni).</p>
<p>Produzione annua per impianto: 38.000 tonnellate di digestato residuo (al netto della perdita in biogas).</p>
<p>Produzione complessiva stimata (10 impianti del Casalasco): 380.000 tonnellate di digestato all&#8217;anno.</p>
<h3>Il bilancio chimico dell&#8217;azoto</h3>
<p>Il digestato generato da queste ricette miste (ricche di azoto esogeno da pollina avicola) ha una concentrazione media di azoto totale stimata prudenzialmente in 4,5 kg di azoto per tonnellata.</p>
<p>380.000 t digestato x 4,5 kg N/t=1.710.000 kg di azoto (totale annuo).</p>
<p>Gli impianti del Casalasco immettono quindi nel ciclo agronomico locale ben 1.710 tonnellate di puro azoto ogni anno.</p>
<h3>Quanta superficie agricola utilizzata legalmente? (Il limite ZVN)</h3>
<p>Poiché l&#8217;intero Casalasco è classificato come <strong>Zona Vulnerabile ai Nitrati (ZVN)</strong> dalla Regione Lombardia, il limite massimo invalicabile per lo spandimento è di 170 kg di azoto per ettaro all&#8217;anno. Senza considerare le tecnologie di separazione (che riducono il volume del liquido ma concentrano solo i solidi senza eliminare la massa di azoto), la formula matematica per l&#8217;assorbimento legale è rigida:</p>
<p>1.710.000 kg N\170 kg/ha/anno=10.058 ettari</p>
<p>Per spandere legalmente il solo digestato prodotto dal cluster di impianti esistenti nel Casalasco servono poco più di 10.000 ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) netta.</p>
<h3>Il cortocircuito: il confronto con la SAU reale e il carico zootecnico</h3>
<p>Per capire perché la terra non è fisicamente in grado di assorbire questo volume, dobbiamo sovrapporre i 10.058 ettari necessari alla realtà geografica:</p>
<p>La frammentazione dei terreni: 10.000 ettari corrispondono a 100 chilometri quadrati di soli campi coltivati interamente asserviti agli impianti. Comuni come Gussola, Torricella o Martignana di Po hanno estensioni territoriali totali comprese tra i 10 e i 30 km² (compresi centri abitati, strade e argini del Po). Significa che il digestato da solo richiede la superficie agricola equivalente a 4 o 5 interi Comuni casalaschi.</p>
<p>La zootecnia preesistente (l&#8217;azoto &#8220;fantasma&#8221;):<br />
Quei 10.000 ettari di terra richiesti dagli impianti non sono vuoti. Sono i medesimi terreni coltivati a mais e foraggio su cui le aziende agricole locali devono già spandere i liquami tal quali prodotti dalle stalle storiche di bovini e suini del territorio. La zootecnia casalasca satura già autonomamente l&#8217;80-90% della SAU locale.</p>
<h3>Il surplus netto</h3>
<p>Se la terra del Casalasco è già satura per la quasi totalità del limite di 170 kg/ha a causa dei reflui storici, lo spazio utile effettivo rimasto sulla SAU locale per assorbire l&#8217;azoto &#8220;nuovo&#8221; o &#8220;importato&#8221; dagli impianti è inferiore al 15% (circa 25 kg/ha liberi).</p>
<p>SAU reale necessaria per assorbire l&#8217;eccedenza =1.710.000 kh N digestato \ 25 kg/ha disponibili= 68.400 ettari</p>
<p>Per non intossicare le falde e rispettare i limiti biologici del terreno del Casalasco, servirebbero quasi 70.000 ettari di terra libera, un&#8217;estensione immensa che costringe gli impianti a esportare e trasportare la frazione solida e liquida del digestato a distanze siderali (fuori dalle ZVN o verso colline e province limitrofe carenti di materia organica), trasformando la transizione verde in una continua ed economicamente pesante movimentazione di camion.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Maria Grazia Bonfante</strong></p>
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		<title>Dal Trattato di Maastricht al bivio tra estrema destra e tecnocrazie: dove va questa Europa?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 17:43:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 1° novembre 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht, che sanciva ufficialmente la nascita dell&#8217;Unione Europea dopo un delicato e propedeutico processo durato quarant&#8217;anni. Quaranta anni in cui le più antiche, prestigiose e potenti nazioni del mondo, che si erano combattute per secoli e che avevano colonizzato il pianeta, decidevano di rinunciare a [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Il 1° novembre 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht, che sanciva ufficialmente la nascita dell&#8217;Unione Europea dopo un delicato e propedeutico processo durato quarant&#8217;anni. </span><span style="font-weight: 400;">Quaranta anni in cui le più antiche, prestigiose e potenti nazioni del mondo, che si erano combattute per secoli e che avevano colonizzato il pianeta, decidevano di rinunciare a gran parte delle loro identità nazionali secolari (in una manciata di anni) per dare vita all&#8217;unica possibilità di sopravvivenza dopo la fine della guerra fredda e all&#8217;inizio della globalizzazione: una federazione di stati uniti ma indipendenti basata su tre pilastri: m</span><span style="font-weight: 400;">oneta unica e mercato comune, politica estera e sicurezza comune, gestione comune della immigrazione e della giustizia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Avviata dalla lungimiranza di <strong>De Gasperi</strong>, <strong>Adenauer</strong> e <strong>Schumann</strong>, la formazione dell&#8217;Unione ebbe alla sua nascita ufficiale due padri nobili: <strong>Helmut</strong> <strong>Kohl</strong> che riunificò le due Germanie e <strong>Francois</strong> <strong>Mitterrand</strong> che riuscì a far digerire ai francesi la rinuncia alla loro identità nazionale in favore di una identità europea. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono passati 33 anni. Gli stessi che aveva Cristo quando morì e risorse, e al di là di una facile ironia, l&#8217;Europa di oggi sembra veramente prossima o alla morte o a una quanto mai necessaria resurrezione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Chi scrive ritiene che l&#8217;Unione Europea sia l&#8217;unica, inevitabile possibilità di salvezza delle nostre nazioni davanti all&#8217;avanzata della Cina, le nuove strategie americane e il ruolo della Russia. </span><span style="font-weight: 400;">Ma chi scrive pensa anche che la classe dirigente europea abbia veramente dato il peggio di sé negli ultimi anni: una classe dirigente burocratica e dirigista, lontana dalla quotidianità dei propri popoli, asservita e schizofrenica verso gli Stati Uniti anche contro il proprio interesse, attenta molto più a ben figurare nei salotti buoni del pensiero dominante che a fare i propri interessi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Benedetto Croce</strong> diceva molto saggiamente che in politica la moralità è la capacità: se dobbiamo giudicare la classe dirigente di oggi in Europa possiamo quasi affermare che la moralità abbia ucciso la capacità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una crisi energetica causata da una politica estera molto onorevole in termini morali ma devastante sul piano pratico: salvare l&#8217;Ucraina (senza esserci riusciti) per vedersi aumentare il costo dell&#8217;energia del 200% in due anni, con danni devastanti per la produttività aziendale e le gestione dei bilanci familiari e senza aver messo in campo alcuna alternativa efficace se non le scuse (surreali) di un commissario europeo danese che tra l&#8217;altro è anche commissario alla casa, che vive la sua peggiore crisi dal 1945. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un progressivo irrecuperabile allontanamento dalla Russia che invece ci avrebbe consentito di arrivare quasi a 1 miliardo di abitanti, di avere gas e petrolio a costi bassissimi oltre a migliaia di testate nucleari e milioni di soldati in più. Il tutto per assecondare oltre agli ingrati americani anche il genetico (certamente comprensibile) risentimento storico dei Paesi orientali ed ex comunisti che odiano i russi ma che non hanno né il peso né le risorse per prenderne il posto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Politiche ambientali lodevoli che hanno ucciso però l&#8217;industria automobilistica a favore della Cina. Il tutto alla mercè di una America che fa i propri interessi senza alcuna minima preoccupazione verso di noi, e senza alcuna morale che non sia il proprio interesse pratico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;Europa di oggi vive un gigantesco problema migratorio e di integrazione oggettivamente fallita, devastazioni in tutte le sue più grandi città, una crisi energetica e abitativa senza precedenti, una crisi istituzionale in Polonia che ricorda gli anni di Solidarnosc; una Germania che da locomotiva industriale è oggi in ginocchio e soprattutto una Francia, il P</span><span style="font-weight: 400;">aese politicamente più importante, che è ormai al bivio tra la destra estrema di <strong>Le Pen</strong> e la tecnocrazia odiatissima della <strong>La Garde</strong>. La sinistra francese, checché se ne dica, non perviene dai tempi di Mitterrand… </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dove va questa Europa a 33 anni da Maastricht? È brutto dirlo, ma se l&#8217;Europa non si dà una sveglia finirà malissimo, per dirla come si direbbe al bar. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<item>
		<title>Giovani e contestazione: bisogna assaltare cuori e menti, non le vetrine dei negozi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Grassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 01 Nov 2026 09:41:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono i giorni della contestazione, degli studenti e dei cittadini comuni in piazza per il diritto allo studio, contro il caro vita e gli armamenti.  Sono i giorni di Halloween. Quelli delle zucche illuminate, dei travestimenti horror, del dolcetto o scherzetto.   Per politici e pubblici amministratori sono giorni di allarme rosso per l’ordine pubblico.  Sono giorni da [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/giovani-e-contestazione-cuori-e-menti-sono-da-assaltare-e-conquistare-non-le-vetrine-dei-negozi/">Giovani e contestazione: bisogna assaltare cuori e menti, non le vetrine dei negozi</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Sono i giorni della contestazione, degli studenti e dei cittadini comuni in piazza per il diritto allo studio, contro il caro vita e gli armamenti.  </span><span style="font-weight: 400;">Sono i giorni di </span><span style="font-weight: 400;">Halloween. Quelli delle zucche illuminate, dei travestimenti horror, del dolcetto o scherzetto.   </span><span style="font-weight: 400;">Per politici e pubblici amministratori sono giorni di allarme rosso per l’ordine pubblico.  </span><span style="font-weight: 400;">Sono giorni da incubo per la degenerazione delle proteste. Per gli scontri tra manifestanti e polizia. Per i vandalismi. Per il ragazzino di undici anni fotografato a Milano tra i manifestanti e finito su televisioni e giornali. Per lo sfregio alla privacy che evidentemente funziona a corrente alternata. Sono giorni di disagio e d’incomunicabilità. Del distacco tra società civile e politica.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cremona, per non farsi mancare nulla, la scorsa settimana ha messo il carico da undici con la polemica sulla beffa di una manifestazione fantasma, apocalisse annunciata, ma mai pervenuta. Anche Crema, rimasta attaccata alla ruota del capoluogo, ha rimediato la medesima figura barbina.  La polemica si è raffreddata, ma non si è completamente spenta.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il binomio giovani e contestazione è un classico della politica. </span><span style="font-weight: 400;">Fiume carsico, riaffiora e balza agli onori della cronaca con andamento sinusoidale. Ci rimane il tempo di una manifestazione, di uno scazzo tra partiti di governo e opposizioni. Se approda nei consigli comunali s’incarta in discussioni sterili tra maggioranza e minoranza.  </span><span style="font-weight: 400;">Poi, per ridurre polemiche e scontri, ai contestatori viene concesso un briciolo di ragione che, secondo un detto popolare, si dà ai coglioni.  Ma arruolare tutti i manifestanti in questa categoria è scorretto e fuorviante.  I deficienti si celano in ogni anfratto della vita quotidiana. Compaiono senza preavviso.  Sono impossibili da eliminare. Come i Pokémon. </span><span style="font-weight: 400;">Ed è illusorio credere che sia sufficiente soddisfare anche solo in parte le richieste dei contestatori e aggiungere una mancetta per archiviare il casus belli. Tutt’al più si anestetizzano le proteste per un periodo più o meno lungo.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non si risolvono problemi strutturali con le brioche di Maria Antonietta. Pezze sul culo, questi interventi spot aiutano a parcheggiare le criticità nel limbo di color che son sospesi. Non prosciugano il fiume, favoriscono il suo ritorno nelle viscere fino al prossimo sussulto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ex capi e capetti della contestazione giovanile sono restii a togliersi dal palco e per rimanerci più a lungo e più comodi molti reduci, spesso imbolsiti, qualche volta millantatori, difficilmente rivendicano, se non sollecitati, la loro esperienza barricadiera. A maggior ragione tacciono se gli ex avversari sono diventati colleghi di partito e indispensabili alleati. </span><span style="font-weight: 400;">Inglobati nel sistema un tempo contestato, molti degli idealisti pentiti e dei pragmatici della pagnotta hanno intrapreso una brillante carriera politica. Oppure hanno rimpinguato il conto in banca e occupato posizioni apicali nella scala sociale. In entrambi i casi possono esibire un palmarès professionale e istituzionale da primi della classe, anche se non è tutto oro ciò che luccica.  </span><span style="font-weight: 400;">Garantiti, vivono tranquilli nella loro comfort zone. Elargiscono perle di saggezza non richieste agli sfigati dal presente precario e dal futuro incerto. Scrivono sui giornali, vanno in televisione, relazionano a conferenze, moderano dibattiti. Definiti conservatori illuminati, ma muniti di una lampadina con luce fioca, illuminano solo se stessi. Servono però all’establishment per apparire democratici e tolleranti.  Ingiusto definirli cialtroni. Non sbagliato chiamarli opportunisti in guanti bianchi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il vecchio saggio ammonisce che si nasce incendiari e si muore pompieri. E in politica, se si è abili nelle pubbliche relazioni e nel vendere le proprie capacità reali o fasulle, si è agevolati a entrare nell’ascensore per la stanza dei bottoni.  </span><span style="font-weight: 400;">Il binomio giovani e contestazione stimola analisi e confronti.  Il come eravamo e il come siamo funzionano sempre, ma non insegnano molto e il poco che è stato appreso viene dimenticato in fretta.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Senza scendere nelle catacombe della memoria e senza ripercorrere la deriva terroristica che ha insanguinato l’Italia dalla fine degli anni Sessanta agli inizi degli anni Ottanta, il 1968 è un buon punto di riferimento per riflettere sulla questione. Una deriva, quella degli anni di piombo, che non ha risparmiato Cremona. E può essere utile ricordare che il 31 gennaio 1983 la città apprese dell’arresto in via Volturno di cinque brigatisti della colonna Walter Alasia.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il </span><i><span style="font-weight: 400;">Time</span></i><span style="font-weight: 400;"> definì il Sessantotto «una lama di coltello che separò il passato dal futuro». Era il 1988.  L’articolo si riferiva soprattutto all’America. Mutatis mutandis, il concetto può essere applicato anche all’Italia, alla nostra provincia, a Cremona, a Crema, a Casalmaggiore. Con l’avvertenza che allora, da noi, la lama era spuntata e l’arrotino a casa in malattia. </span><span style="font-weight: 400;">Ma oggi è ancora peggio. I</span><i><span style="font-weight: 400;"> mulita</span></i><span style="font-weight: 400;"> non servono al nostro territorio. Con la morta gora che ospita una melassa magmatica e indistinta non esiste, per ora, una coltello tanto efficace che possa mettere ordine. Domani si vedrà. Si spera. S’incrociano le dita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Con l’adattamento che prevale sulla rivendicazione non bastano coltelli appuntiti per modificare paradigmi obsoleti e superare pregiudizi territoriali.  Con la confusione politica imperante e il mercato spietato e selvaggio delle poltrone anche un affilato rasoio sarebbe in difficoltà a tracciare i confini di partiti proteiformi e gassosi. Con leader o pseudo tali che campano della gloria passata, c’è poco futuro. E non provocherebbe stupore se parafrasando </span><b>Norma Desmond</b><span style="font-weight: 400;"> in </span><i><span style="font-weight: 400;">Viale del tramonto</span></i><span style="font-weight: 400;">, i capipopolo in disarmo precisassero che</span><span style="font-weight: 400;"> loro sono ancora grandi, mentre la politica è diventata piccola. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 2001 il Centro Ricerca Alfredo Galmozzi pubblicava </span><i><span style="font-weight: 400;">Soffiava il vento a Crema</span></i><span style="font-weight: 400;">. Firmato da </span><b>Nino Antonaccio</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>Piero Carelli</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>Elena Crispiatico</b><span style="font-weight: 400;">, ricco di fotografie, il libro racconta il Sessantotto  nella capitale della Repubblica del Tortello. Sfogliarlo mette tenerezza. Strappa un sorriso, ma induce anche giudizi ingenerosi e sopra le righe sul reale cambiamento operato dalla generazione protagonista di quegli anni. </span><span style="font-weight: 400;">Accolto con entusiasmo dal pubblico a cui era destinato, possiede un grande pregio: l’onestà di dichiarare i limiti del lavoro.  Non è esaustivo. Non è il peana di una generazione.  Non un amarcord, nei fatti lo è diventato, ma non è colpa dei tre curatori. </span><span style="font-weight: 400;">Il titolo del libro richiama</span><span style="font-weight: 400;"> la vecchia, ma ancora attualissima </span><i><span style="font-weight: 400;">Blowin&#8217; in the wind (1963)</span></i><span style="font-weight: 400;"> di </span><b>Bob Dylan</b><span style="font-weight: 400;"> con le risposte che stanno nel vento. </span><span style="font-weight: 400;">In riva al Serio soffiava un refolo anemico, privo della forza per trasportare risposte tanto impegnative. E le poche giunte a destinazione sono oggi appassite. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il vento però non ha mai smesso di soffiare. E’ sempre debole il respiro di un agonizzante, ma c’è e insiste a </span><span style="font-weight: 400;">stimolare la ricerca di risposte.  Ma troppo pochi lo interrogano. Ma finché c’è vita c’è speranza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dopo il sessantotto seguirono il movimento del 77, i no global, l’Onda, le Sardine per citare solo alcuni momenti di protesta e ribellione. La fantasia al potere ha ceduto il posto all’intelligenza artificiale. I no global si sono ridimensionati. L’increspatura delle onde è quasi scomparsa. Le sardine sono state inscatolate e istituzionalizzate.  Tra una contestazione e l’altra si è infilato il riflusso. Sono cambiati governi e amministrazioni comunali. È sopraggiunta la disaffezione alla politica. La contaminazione tra partiti e società civile è il belletto dei partiti per recuperare credibilità e consenso, ma le camarille non sono state intaccate.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Poi ci sono i comitati spontanei che si mobilitano per un obiettivo specifico. Quello per l’opposizione al biogas a San Rocco è stato un esempio.  In attività ci sono i due movimenti contro la costruzione del nuovo ospedale. Meritano rispetto e applausi, ma hanno un limite: vincitori o sconfitti, si sciolgono. E così deve essere.   </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono i giorni della contestazione, degli studenti e dei cittadini comuni in piazza per il diritto allo studio, contro il caro vita e gli armamenti.  Ma non basta per cambiare e la violenza non risolve i problemi. </span><span style="font-weight: 400;">«Noi non prenderemo d&#8217;assalto la convention con carri armati o manganelli, ma prenderemo d&#8217;assalto i cuori e le menti del popolo americano. (</span><b>David Dellinger</b><span style="font-weight: 400;"> ne </span><i><span style="font-weight: 400;">Il processo ai Chicago 7</span></i><span style="font-weight: 400;">). Questa è la strada. E allora il fiume non sarà più carsico. E il binomio giovani e contestazione sarà  meno effimero.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Antonio Grassi</strong></p>
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		<title>Baccalà, stoccafisso, aringhe, sardine e acciughe nella cucina cremonese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carla Bertinelli Spotti]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 09:01:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Food & Wine]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dato che la provincia di Cremona non è solo attraversata da fiumi importanti ma anche da navigli, dugali, canali di bonifica, molti fontanili, e in generale da una miriade di altre acque, irrigue o di colo, che in passato erano tutte ricche di fauna ittica di ogni genere, la popolazione, cittadina e rurale, soltanto nei [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dato che la provincia di Cremona non è solo attraversata da fiumi importanti ma anche da navigli, dugali, canali di bonifica, molti fontanili, e in generale da una miriade di altre acque, irrigue o di colo, che in passato erano tutte ricche di fauna ittica di ogni genere, la popolazione, cittadina e rurale, soltanto nei mesi invernali faceva ricorso al pesce conservato e in genere proveniente da luoghi lontani. A questo proposito <strong>Elda</strong> <strong>Baratti, </strong>già titolare del ristorante La Crepa di Isola Dovarese, ricordava che a Isola Dovarese c’erano molte osterie in cui, per i propri clienti, si faceva friggere il pesce pescato nell’Oglio che non costava tanto e, quando scarseggiava, si ricorreva al merluzzo. Elda lo faceva soffriggere, lo metteva sul banco in parti un po&#8217; piccole di modo che una porzione di merluzzo e un quinto di vino venivano a costare quaranta centesimi e, commentava.. “così uno se lo poteva permettere”.</p>
<p>Allora sia i bottegai di paese e di città, sia i venditori ambulanti, che arrivavano anche nelle cascine più sperdute prima con un carretto e poi con un camioncino, iniziavano a rifornirsi di baccalà, di stoccafisso, di barili o grossi barattoli di latta in cui erano conservati sardine, sgombri e aringhe pressati in salamoia o salati a secco. Le aringhe affumicate erano conservate in barilotti o in casse di legno. Più raro e pregiato era il salmone, anch’esso messo sotto sale o affumicato; più o meno allo stesso modo si governavano i tranci migliori del tonno (la ventresca), prima che prendesse piede e dilagasse il sistema di conservazione sott’olio. Del tonno si potevano trovare anche il “mosciame”, quella parte del pesce prelevata dal dorso, salata ed essiccata e la parte più scura, meno pregiata e meno cara, ma particolarmente saporita: la “buzzonaglia”.</p>
<p>In passato si trovavano pure le anguille a tranci, salate, affumicate o marinate, nonché gli storioni e talora anche i lucci posti sotto salagione.</p>
<p>Ma la gente comune in genere si approvvigionava solo di alcuni tipi di pesce conservato, che cucinava secondo ricette tradizionali condivise dalla maggior parte delle cuoche di famiglia. Primo fra tutti era senz’altro il baccalà, cucinato nei modi più variegati e appetitosi, soprattutto in umido, accompagnato dalla polenta: un classico dell’area padana. Una variante prevede l’accompagnamento con patate lesse spolverate di prezzemolo tritato e condite con olio. E’ gustoso anche lessato e insaporito dalla pistàada di olio, aglio, prezzemolo, sale e pepe. Ma da noi a queste modalità di preparazione ha sempre fatto concorrenza l’altrettanto comune baccalà fritto in pastella, il pesce fritto più venduto sui mercati di paese o di quartiere, che si acquista volentieri già pronto per schivare le maleodoranti conseguenze della frittura fatta in casa. Nei dialetti locali questo era detto bertagnì, in area cremasca, e bertagnìin in quella cremonese e casalasca: definizione evocativa dei porti da cui questo pesce conservato originariamente proveniva, ossia quelli della Bretagna.</p>
<p>Il Peri (Vocabolario Cremonese Italiano, 1847) scrive: “Bertagnìin, pesce di molte varietà che ci viene, seccato e salato, dai mari del settentrione”. E a proposito di sardine scrive: “Sardélla, pesce che vendesi salato e acconciato. Ma se ne trovano anche di fresche, trovandosene in buona copia anche nel Mediterraneo. Noi però allora le chiamiamo sardine”. Riporta poi anche alcuni curiosi modi di dire in cui sardella è usata per indicare una persona magra o un castigo inflitto dai maestri percuotendo la mano del ragazzo con lo staffile, la “sardella” appunto.</p>
<p>Abbiamo parlato di baccalà in umido, lessato e fritto, ma dobbiamo ricordare che conosciute e molto gradite erano pure le crocchette di baccalà tritato fine e unito a patate, oppure a mollica di pane, prezzemolo con un uovo e formaggio grana e fritte nell’olio o nello strutto.</p>
<p>Altre ricette famose risultano importate da regioni diverse dalla Lombardia, come il baccalà alla livornese o quello alla ligure. Nelle province lombarde già soggette alla dominazione veneta, ossia il Bresciano, il Bergamasco e il Cremasco, si usa ancora cucinare il baccalà alla vicentina, oppure il baccalà mantecato, che in realtà prevede l’uso dello stoccafisso, ammorbidito in acqua per due o tre giorni. C’è, in effetti, chi preferisce lo stoccafisso, in quanto non salato e ricco di proteine e di sali minerali, ma spesso le modalità di preparazione si confondono con quelle in uso per il baccalà.</p>
<p>Un’analoga differenza terminologica era in uso nei dialetti locali cremonesi per distinguere le aringhe salate da quelle affumicate: saràche le prime, cuspetòn le seconde. Ma la loro destinazione alimentare, come cibo povero o poverissimo, non differiva granché. Sempre accompagnate dalla polenta, oppure da patate e cipolle, potevano anche comporre un sugo con cui condire la pasta o il riso. Nelle famiglie meno abbienti d’altri tempi è divenuta drammaticamente nota la consueta modalità di impiego, per pranzo o cena, di un’aringa intinta nell’olio di lino o di ravizzone e appesa con una cordicella sopra la mensa domestica, seduti attorno alla quale i membri della famiglia, a turno, strofinavano la loro fetta di polenta abbrustolita sull’aringa per insaporirla un poco e, dopo averla pure intinta nel poco olio colato nel piatto sottostante, potevano finalmente addentarla, per illudersi di aver mangiato polenta accompagnata da un succulento companatico. In questo modo l’aringa poteva durare anche qualche giorno! … prima di essere assaporata davvero poiché posta a insaporire qualche altra povera pietanza di verdure, come verze e patate.</p>
<p>A ricordo di questo rito della tradizione con aringhe e acciughe si fa ancora oggi una saporitissima salsa chiamata gòsafer, ancor oggi servita in alcuni agriturismi e ristoranti di Cremona. Sardine e acciughe sotto sale, in botti apposite, venivano portate dal Veneto da rivenditori attrezzati, chiamati gli anciuvari nel dialetto cremonese. Ce lo ricorda, in una testimonianza raccolta molti anni fa, il fotografo <strong>Ezio</strong> <strong>Quiresi</strong>: “..nella nostra osteria (La Busa di via Mantova a Cremona) settimanalmente passava un veneto con un carrettino su cui stava una botte piena di acciughe sotto sale; faceva il giro delle osterie e così si incentivava il consumo del vino. Il papà puliva le acciughe e le vendeva ai clienti insieme ad olive, uova sode e frittate. Era una raffinatezza per quei tempi. Il passaggio dell’anciuvaro era intervallato da quello del cinese che vendeva clavatte.”</p>
<p>Con le sarde salate si usava preparare un sugo con cui condire la pastasciutta, tritando finemente le sarde, lavate e dissalate per quanto possibile in acqua corrente, e aggiungendovi semplicemente un trito di prezzemolo, aglio e lardo. Erano buone anche fritte accompagnate dalla polenta. Il venerdì si rispettava rigorosamente l’obbligo del magro e si comperava sempre o il pesce fresco dal pescivendolo o il merluzzo o la ventresca nelle salumerie (così racconta Giancarla che ricorda con nostalgia la salumeria della Gitta a Cella Dati, una bella bottega, sotto i portici della piazza, dagli antichi arredi in legno scuro, assai rifornita di molti prodotti di ottima qualità). Si trattava, in sostanza, di cibi poveri, un tempo in uso presso le classi sociali operaie, o presso la popolazione rurale bracciantile, il cui consumo sostituiva a bassi costi la carne, sempre rara sulle tavole popolane. Solo negli ultimi decenni il consumo di questi pesci conservati si è ampliato e, grazie all’intraprendenza e all’inventiva di chef illuminati, è divenuto un cibo apprezzato ad ogni livello sociale, assurgendo pure, in diversi casi, a trasformarsi in un cibo da gourmet.</p>
<p>La facilità di approvvigionamento della materia prima in supermercati e negozi al dettaglio durante l’intero arco dell’anno ne ha favorito il frequente consumo, ma il pur minimo impegno necessario alla sua preparazione, consiglia spesso ai meno pazienti di rifornirsi nei negozi di gastronomia, portandosi a casa, un caldo e profumato manicaretto da mettere in tavola, pronto al consumo, per la felicità dell’intera famiglia.</p>
<p><strong>Ricette</strong></p>
<p><strong>Gòsafer</strong><br />
Il Gòsafer è una salsa di pesce, un tempo comune nelle campagne del Cremonese, che si mangiava insieme alla polenta. Lo strano termine dialettale ricorda l’espediente, escogitato dalle famiglie povere contadine, per insaporire la polenta. Appendevano al soffitto della cucina, con un filo che scendeva al centro della tavola, una aringa, che sfioravano a turno con la propria fetta di polenta imitando il gesto del contadino quando affila la falce (gòsa-fer). E’ ancora oggi servita in alcuni agriturismi e ristoranti di Cremona.<br />
Ingredienti: 1 aringa o 4 sardelle, 3 spicchi d’aglio, mezzo bicchiere d’olio, 1 pugno di prezzemolo, 1 cucchiaio di aceto. Si toglie il sale da sardelle o aringa, si levano le lische e si mettono per pochi minuti nell’olio bollente dove si sarà fatto soffriggere l’olio. Si aggiungono poi il prezzemolo e l’aceto, crescendo o diminuendo la dose secondo i propri gusti.</p>
<p><strong>Baccalà in umido</strong></p>
<p>Arrivava anche nelle cascine portato da venditori ambulanti o si acquistava in qualche bottega in paese e in città, era cibo di magro per il venerdì o per il tempo della quaresima.<br />
Ingredienti per 4 persone: 200 g di baccalà, 150 g di pomodorini freschi, 1 cipolla, mezzo bicchiere di olio d’oliva, farina bianca, 3 spicchi d’aglio, prezzemolo. Il baccalà è merluzzo salato e seccato, perciò prima di cucinarlo va lasciato a bagno in acqua corrente per 28 ore come minimo. Ad ammollo ultimato, si tolgono le prime scaglie, lo si taglia a pezzi di 5-6 centimetri, lo si passa nella farina e lo si fa rosolare leggermente in poco olio. A parte, in una casseruola con l’olio rimasto e l’aglio tritato, si fanno rosolare leggermente un cucchiaio di prezzemolo, una cipolla tritata finemente, i pomodorini tagliati a pezzi e una presa di pepe. Si unisce il tutto e si fa bollire per qualche minuto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Carla Bertinelli Spotti</strong></p>
<p>Accademia Italiana della Cucina</p>
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		<title>23 ottobre 1956. Rivolta in Ungheria repressa dall&#8217;Urss: 3mila morti e 100mila arresti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 10:23:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di rivolte e movimenti di piazza moltissimo si parla in questi giorni, tanto in Francia quanto in Italia. Ma esattamente 70 anni fa, il 23 ottobre del 1956, la popolazione ungherese espolse in una terribile rivolta soppressa nel sangue dai carrarmati sovietici, con quasi 3.000 morti e 100.000 arresti, una scala davvero impressionante.  Che gli ungheresi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Di r</span><span style="font-weight: 400;">ivolte e movimenti di piazza moltissimo si parla in questi giorni, tanto in Francia quanto in Italia. </span><span style="font-weight: 400;">Ma esattamente 70 anni fa, il 23 ottobre del 1956, la popolazione ungherese espolse in una terribile rivolta soppressa nel sangue dai carrarmati sovietici, con quasi 3.000 morti e 100.000 arresti, una scala davvero impressionante. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Che gli ungheresi siano sempre stati un popolo feroce e indomito, insofferente a ogni dominazione straniera e pronti alla rivolta armata lo sapevano bene anche gli austriaci: <strong>Francesco Giuseppe</strong> sudò sette camicie dopo la rivolta del 1848  per mantenerli all&#8217;interno dell&#8217;impero, e forse dovette gran parte di questo risultato agli amorazzi tra la moglie <strong>Sissi</strong> e il primo ministro magiaro <strong>Andrassy</strong>, palatino d&#8217;Ungheria e vero capo degli ungheresi, oltre a una serie di concessioni non indifferenti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E lo stesso <strong>Massimo D&#8217;Alema</strong>, da responsabile dei giovani comunisti italiani in visita al collega ungherese dovette ammettere che perfino i russi in Ungheria dovevano tenere un profilo basso e stare attenti a come si muovevano. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un popolo forte e orgogliosissimo, guerriero e feroce come quei <strong>Megyer</strong> da cui discende, popoli barbari discesi dagli Urali a colonizzare il Danubio, unici anche per la loro lingua appartenente non al ceppo indoeuropeo ma a quello ugro-finnico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non bisogna dimenticare che in realtà tutti quei Paesi della “cortina di ferro” che noi abbiamo imparato a conoscere come “comunisti” tali non erano per nulla ma anzi sempre mal tollerarono la dominazione sovietica, che a sua volta fu durissima sopratutto sotto Stalin e proprio perché quei Paesi durante la seconda guerra mondiale furono fedelissimi alfieri del nazismo. La punizione di Stalin fu durissima: oltre alla conversione forzata al comunismo e alla severissima militatizzazione, Stalin per compensare i 26 milioni di morti russi depredó letteralmente quei Paesi delle loro risorse, imponendo dei regimi dittatoriali in cui i governi autoctoni fantoccio decisi da Mosca erano sotto il controllo degli ambasciatori sovietici e del <strong>NKVD</strong> (poi <strong>KGB</strong>) che aveva in ogni ambasciata la propria <strong>Rezidentura</strong>, forti di imponenti divisioni territoriali dell&#8217;Armata Rossa. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel 1956 ambasciatore a Budapest era nientemeno che uno degli uomini più intelligenti ed abili di tutto il dopoguerra, quello <strong>Yuri Andropov</strong> che diventerà il grande capo del KGB e poi capo dell‘<strong>URSS</strong> subito dopo <strong>Breznev</strong>. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli ungheresi non erano certo i primi a ribellarsi : nel 1948 vi fu una rivolta a Praga finita con il suicidio omicidio del ministro Masaryk, poi la rivolta di Berlino del 1953 proprio appena dopo la morte di <strong>Stalin</strong>. Nel 1956 la miccia fu la improvvida decisione di <strong>Krusciov</strong> di buttare a mare Stalin con la pubblica denuncia delle sue malefatte al XX° congresso del Partito Comunista Sovietico. Denunciare che Stalin era un mostro scatenó un vero e proprio terremoto in tutto l&#8217;universo comunista mondiale, e gli ungheresi ne approfittarono. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rivolta fu feroce e terribile:  i ribelli ungheresi trucidarono centinaia di soldati russi con una violenza che terrorizzó I sovietici. Lo stesso Andropov fu sfiorato dal proiettile di un cecchino mentre stava nel suo ufficio in Ambasciata, davanti alla quale gli ungheresi avevano esposto le teste mozzate dei soldati russi trucidati. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo shock per Andropov e per i russi fu tremendo. Ecco perché la decisione così drammatica di intervenire con 4.000 carrarmati e 200.000 soldati, segnando una delle pagine più oscure e difficili della storia del comunismo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La rivolta fu repressa definitivamente l&#8217;11 novembre. Il capo e primo ministro<strong> Imre Nagy</strong> fu impiccato e l&#8217;ordine ristabilito, a monito di tutti gli altri Paesi del blocco: ogni rivolta sarebbe finita nel sangue. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Venne nominato segretario generale del Partito e di fatto capo assoluto del paese <strong>Janos Kadar</strong>, nativo di Fiume e abile mediatore tra le spinte autonomiste ungheresi e le pretese di Mosca, che rimase al potere fino al 1988, e che ebbe come sua nemesi storica un altro gigante ungherese, il  aridinale <strong>Jozef Mindzenty</strong>. Imprigionato e torturato per anni dagli stalinisti ungheresi, fu liberato proprio in quell&#8217;ottobre del 1956 e poi costretto a  rimanere per quasi 20 anni esiliato e  prigioniero nella Ambasciata americana di Budapest. Anche lui, come tutti gli ungheresi, fu orgoglioso e forte fino ad avere numerosi contrasti perfino con <strong>papa Paolo VI</strong> che lo destituì per la sua eccessiva intransigenza verso ogni trattativa coi regimi sovietici. </span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
<p>Nella foto centrale la statua di Stalin decapitata a Budapest nel &#8217;56</p>
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		<title>Saccheggi pilotati dall&#8217;universo dei social: Cremona (risparmiata) scopre di essere vulnerabile</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Grassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 25 Oct 2026 10:03:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il sociale si trasforma in asociale. La connessione amplifica la separazione. La protesta spesso degenera in violenza. La Rete è l’idra degli algoritmi, serpente dalle molte teste che, se tagliate, ricrescono.  Nei giorni scorsi il mostro ha colpito la nostra provincia. La vicenda dei Facebook Files aveva suonato non un campanello, ma una sirena d’allarme [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Il sociale si trasforma in asociale. La connessione amplifica la separazione. La protesta spesso degenera in violenza. La Rete è l’idra degli algoritmi, serpente dalle molte teste che, se tagliate, ricrescono.  Nei giorni scorsi il mostro ha colpito la nostra provincia. </span><span style="font-weight: 400;">La vicenda dei </span><i><span style="font-weight: 400;">Facebook Files</span></i><span style="font-weight: 400;"> aveva suonato non un campanello, ma una sirena d’allarme sul pericolo del bastardissimo serpente digitale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">All’inizio di questo mese è uscito </span><i><span style="font-weight: 400;">The Social. Il prezzo della verità</span></i><span style="font-weight: 400;">. Il film racconta quella vicenda iniziata nel 2019 e terminata nel 2021. Una storia di divulgazione di contenuti divisivi, del loro impatto sui giovani e degli affari che dettano la linea e azzerano l’etica. La pellicola si conclude con la lunga sequenza dell’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori di <strong>Donald Trump</strong>, dettaglio non casuale. </span><span style="font-weight: 400;">Appesantito da tecnicismi e da intenti moralizzatori e didascalici, il film non è da quattro stelle, ma il prezzo del biglietto non è sprecato. Pone il problema della presenza invasiva e intrusiva dei social nella quotidianità. Presenza percepita come un ambiente naturale. </span><span style="font-weight: 400;">La pellicola merita d’essere vista per capire l’universo perverso dei social. Habitat artificiale e pericoloso è il posto virtuale che livella tutti e dove è un attimo rincoglionirsi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non da ieri, sociologi, psicologi e altre moderne cassandre lanciano l’allerta sui pericoli dei social. Poi succede che, senza preavviso, la realtà presenti il conto. Ed è avvenuto nei giorni scorsi nel nostro territorio. </span><span style="font-weight: 400;">La provincia si è accorta di non essere una monade e neppure una tartaruga protetta dal carapace. La lungimiranza non le è congeniale. Il rinvio della soluzione dei problemi è parte del suo Dna. Chi va piano va lontano, però non è raro che perda il treno.  E nella società dell’impermanenza, sotto il Torrazzo capita spesso di restare fermi alla stazione.  E se Martin per un punto perse la cappa, Cremona alcune volte la perde per cappotto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le cronache dei media, non solo locali, confermano che il re è nudo e, in questo caso, il re è la politica. La giornalista</span><b> Michela Garatti</b><span style="font-weight: 400;"> descrive il contesto e il clima di Cremona la mattina del 20 ottobre.  Dipinge il quadro inquietante di una città. Traffico ridotto, centro deserto, studenti assenti davanti alle scuole. Vetrine protette da pannelli di compensato. Situazione pressoché identica a Crema. </span><span style="font-weight: 400;">Il 20 ottobre Cremona appare una città da romanzo distopico, originata da uno tsunami di chat che nei giorni precedenti annunciavano l’apocalisse in riva al Po e al Serio. È una città ammutolita e spaesata. Impaurita e attonita. Una città incredula.  Stordita, nonostante il previsto giorno del giudizio non fosse arrivato. Niente di quanto anticipato e temuto è successo.  Nessuna protesta. Nessuno scontro. Nessun atto vandalico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 20 ottobre hanno prevalso il silenzio di una città sconcertata e la presenza massiccia delle forze dell’ordine impiegate per presidiare il territorio, lavoro svolto con professionalità e precisione.  Non pervenuti gli amministratori pubblici e i politici locali.  Se presenti, hanno attraversato la storia per caso.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Cremona ha scoperto d’essere vulnerabile. Non è cosa da poco. È grave e pericoloso. All’improvviso si è accorta di essere impreparata ad affrontare con risposte adeguate avversari che nel conflitto utilizzano mezzi non tradizionali. Filibustieri della Rete, specializzati nella guerriglia digitale, non provocano danni materiali evidenti e quantificabili all’istante. Producono, invece, disagi psicologici e comportamentali.  Instillano nella mente dei cittadini paura e insicurezza. Innescano e amplificano l’esigenza di controlli più numerosi e rigidi, sollecitazione che se attuata riduce gli spazi di libertà, senza la garanzia che la restrizione aumenti sensibilmente la sicurezza. Un intervento che forse non vale la candela.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">«Una città può essere messa in ginocchio anche senza un solo disordine» (</span><b>Nia Guaita</b><span style="font-weight: 400;">).  Già. Il capoluogo è stato tenuto in scacco da chat che informavano di azioni la cui autenticità destava dubbi. Ancora meno certa la loro realizzazione. </span><span style="font-weight: 400;">E provoca solletico la striminzita comunicazione del sindaco di Cremona, </span><b>Andrea Virgilio, </b><span style="font-weight: 400;">il giorno prima della contestazione mai scoppiata</span><b>. </b><span style="font-weight: 400;">Excusatio non petita di un sindaco in apnea, che non può esimersi dal timbrare il cartellino reclamato dal ruolo. «</span><i><span style="font-weight: 400;">La situazione è monitorata da Prefettura, Questura e forze dell&#8217;ordine, in stretto contatto con l&#8217;Amministrazione comunale</span></i><span style="font-weight: 400;">». Grazie. Il rancio è ottimo e abbondante, ma fa schifo, però non si può dire. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Comprendere Virgilio è un atto dovuto. La politica pullula di Ponzio Pilato. Non vanno né in paradiso né all’inferno, ma nel limbo. È </span><span style="font-weight: 400;">la terra di nessuno dove un nonnulla crea disorientamento e panico. Induce risposte impulsive e richieste di interventi inadeguati e sproporzionati al bisogno.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I fomentatori de</span><span style="font-weight: 400;">ll’uragano digitale sconosciuti all’inizio della vicenda, sono stati identificati </span><span style="font-weight: 400;">nei giorni successivi.  Grande sorpresa ha suscitato la scoperta che a suonare la carica agli stakanovisti dello spamming e della guerriglia digitale fossero due minorenni.  Due ragazzi, uno rumeno di 14 anni e l’altro di origini senegalesi di 15.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le rivendicazioni a favore del diritto allo studio e contro il caro vita non sono fasulle né pretestuose. Sono istanze legittime. Ma quando la protesta alimenta sospetti e dietrologie, rischia di diventare la prima vittima di una comunicazione opaca. Il dubbio è un killer spietato: può uccidere anche le migliori intenzioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Neanche i cani muovono la coda per niente. E allora a chi giova tutto questo?        </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sono passati oltre 11 anni dal 24 gennaio 2015 e in città è ancora vivo il ricordo della guerriglia che alle 17 aveva devastato la città con l’assalto anche al comando della polizia locale. La manifestazione, organizzata dall’area degli antagonisti, era nata dopo il ferimento di un attivista del centro sociale Dordoni da parte di militanti di CasaPound. Duemila circa i partecipanti provenienti da tutta Italia. Danni ingenti.  Presenti i black bloc.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel frattempo la tecnologia ha rivoluzionato società, politica, comunicazione e la forma del dissenso. Un cambiamento rapido e in continua accelerazione.  Al contrario delle istituzioni, che nonostante il lodevole sforzo per adeguarsi al nuovo mondo delle connessioni ultrarapide, del lavoro che cambia, dell’intelligenza artificiale, sono staccate almeno due giri di pista rispetto ai battistrada.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La violenta manifestazione del 2015 appartiene al giurassico. Al di là delle motivazioni diverse, anche le modalità della protesta sono agli antipodi rispetto a quella abortita pochi giorni fa.</span><span style="font-weight: 400;"> Allora la motivazione era precisa e chiara nei contenuti. I promotori avevano nomi, volti e riferimenti riconoscibili. Non si nascondevano dietro l’anonimato consentito dalla Rete. Avevano riferimenti politici e leader riconosciuti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">O</span><span style="font-weight: 400;">ggi la protesta nasce e si propaga attraverso schermi e chat. Le rivendicazioni possono essere legittime, ma i contorni della mobilitazione restano sfumati; i promotori digitali sono senza volto. Manca un punto di riferimento con cui confrontarsi. Chat e messaggi in un battito di ciglia possono trasformare un&#8217;ipotesi in un&#8217;emergenza collettiva.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ieri i contestatori avevano la barba lunga o rasata. Oggi sono imberbi. La politica latita e i politici scarseggiano. La dialettica è un Carneade.  Prevalgono rabbia e odio sociale. Spesso il vuoto esistenziale decide. E i social sono il miraggio nel deserto. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">T</span><span style="font-weight: 400;">utti meritano di far sentire la propria voce, non tutti meritano un microfono. Questo è il problema. Questo è </span><i><span style="font-weight: 400;">The social. Il prezzo della verità</span></i><span style="font-weight: 400;">. <em>Mala tempora currunt, </em></span><span style="font-weight: 400;"><em>sed peiora parantur</em>. Con la speranza che il peggio non arrivi</span><b>.</b></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Antonio Grassi</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/proteste-e-saccheggi-pilotati-dalluniverso-perverso-dei-social-cremona-risparmiata-scopre-di-essere-vulnerabile/">Saccheggi pilotati dall&#8217;universo dei social: Cremona (risparmiata) scopre di essere vulnerabile</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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		<title>La strategia della paura viaggia con una chat di massa dei giovani: un errore ignorarla</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ospite]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 11:17:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quello che è accaduto a Cremona nei giorni scorsi, come in altre città, è stato ben definito dal  sindaco di Parma Michele Guerra: &#8220;La strategia della paura.&#8221; Una minaccia immateriale, invisibile, eppure violentissima, capace di produrre effetti purtroppo fin troppo reali sul nostro territorio. E la cosa più grave e preoccupante è che l&#8217;arma usata [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div dir="auto">Quello che è accaduto a Cremona nei giorni scorsi, come in altre città, è stato ben definito dal  sindaco di Parma <strong>Michele</strong> <strong>Guerra</strong>: &#8220;La strategia della paura.&#8221; Una minaccia immateriale, invisibile, eppure violentissima, capace di produrre effetti purtroppo fin troppo reali sul nostro territorio. E la cosa più grave e preoccupante è che l&#8217;arma usata è stata lo smartphone dei nostri figli. Un&#8217;intera comunità di adolescenti cremonesi è stata violata  nella sua dimensione privata e catapultata a forza all&#8217;interno di chat di massa da oltre mille partecipanti. I nostri ragazzi si sono trovati, attraverso i  propri telefoni, coinvolti in una narrazione violenta, fatta di minacce di distruzione. Non è stato un semplice passaparola tra studenti ma una pressione psicologica mirata che ha usato i minori come cassa di risonanza per colpire l&#8217;intera comunità, destabilizzando le famiglie e l&#8217;economia cittadina.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Davanti a tutto questo, dobbiamo interrogarci con lucidità senza liquidare  l&#8217;accaduto dicendo che c&#8217;é stata troppa &#8220;fiducia nelle fake news&#8221; e riducendo tutto a una presunta ingenuità o credulità dei cittadini. Questa è una lettura parziale e superficiale.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">I commercianti che hanno svuotato le vetrine e abbassato le serrande e i genitori che hanno tenuto a casa i figli da scuola non sono degli sprovveduti che hanno semplicemente &#8220;abboccato&#8221; a un post su internet. Un negoziante non chiude la sua attività  rinunciando ai propri incassi per una banale indiscrezione. Lo fa perché davanti a minacce esplicite di saccheggi e violenze, sente il dovere primario di proteggere l&#8217;incolumità dei propri dipendenti, dei clienti e il frutto del proprio lavoro.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Quando non ci sono smentite certe e vedi il collega della vetrina a fianco spogliare il negozio per metterlo in sicurezza, scatta un effetto domino visivo inevitabile. In quel momento, il centro che si svuota sotto i propri occhi, la comunicazione ufficiale interna della Direzione di un grande polo come il  CremonaPo che  prende la minaccia talmente sul serio da emettere una allerta per i negozi sui rischi per l&#8217;ordine pubblico emersi dai contatti con la Questura, diventano la conferma che il pericolo è percepito come reale. La chiusura dei commercianti non è stata credulità, è stata una scelta di responsabilità forzata e dolorosa.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Quando migliaia di adolescenti vengono inseriti a forza in una chat di massa, il panico non viaggia più sui canali tradizionali. Entra direttamente nelle case attraverso lo smartphone dei figli. Per un genitore, sentire il proprio figlio spaventato per minacce di violenze o occupazioni, in assenza di notizie certe,  è un allarme immediato che impone protezione.  Se tanti genitori, come ho fatto anch&#8217;io,  hanno tenuto i figli a casa nonostante le scuole fossero regolarmente aperte non è per una psicosi collettiva o di un eccesso di ansia di genitori iperprotettivi, ma perché accanto alle note ufficiali che parlavano di lezioni regolari, ai rappresentanti di classe arrivavano messaggi ufficiosi che invitavano alla cautela, rassicurando sul fatto che le assenze non sarebbero state conteggiate nel monte ore.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto">Ecco perché non si può colpevolizzare la prudenza delle persone, così come non si può certamente puntare il dito contro chi doveva gestire la sicurezza che ha fatto tutto il possibile in un contesto di eccezionale e inedita complessità. Un plauso va alle forze dell’ordine, che si sono attivate con tempestività assoluta garantendo la sicurezza e individuando con celerità i responsabili attraverso le indagini. Così come un ringraziamento sincero va al lavoro dei giornalisti delle nostre testate locali, che fin dalle prime ore hanno cercato di contribuire alla chiarezza, offrendo una sponda di razionalità contro il caos dei social.</div>
<div dir="auto">
<div dir="auto">
<div dir="auto">
<div></div>
<div>Il vero problema però è stato il vuoto informativo istituzionale che si è provvisoriamente creato a livello di canali diretti con le famiglie e negozianti unito a indicazioni frammentate. Quando la paura non incontra un argine istituzionale chiaro e invalicabile, il panico diventa esso stesso l&#8217;unica realtà percepita.</div>
<div></div>
<div>Per il futuro, Cremona non può farsi trovare impreparata. Se lasciamo le nostre piazze, le nostre scuole e gli smartphone dei nostri figli in mano a una manipolazione digitale senza freni, abbiamo già perso.  Abbiamo bisogno di  punti di riferimento riconoscibili e autorevoli, capaci di fornire informazioni attendibili in tempo reale.</div>
</div>
</div>
</div>
<div dir="auto">Come ci ha ricordato il Capo dello Stato, la democrazia e la convivenza civile si nutrono di fiducia nelle istituzioni e nel tessuto sociale. Ricostruire questa catena di fiducia è il primo dovere della buona politica e di una città che vuole definirsi libera.</div>
<div dir="auto"></div>
<div dir="auto"><strong>Maria Vittoria Ceraso</strong></div>
<div dir="auto">capogruppo Lista Civica Oggi per Domani</div>
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		<title>Troppe criticità, il Comune di Casalmaggiore deve fermare il progetto del data center</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Grazia Bonfante]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2026 08:52:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo Pozzaglio, presentate nuove osservazioni contro il Piano Attuativo RIG.01 di Casalmaggiore. Mancano infatti dati essenziali, emergono contrasti con le norme urbanistiche e sono previste opere persino sopra un corso d&#8217;acqua. Gli avvocati Cristina Mandelli e Giovanni Siniscalchi, insieme a Maria Grazia Bonfante di Salviamo il Paesaggio Cremonese, Cremasco e Casalasco, Ferruccio Rizzi di ATTAC [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo Pozzaglio, presentate nuove osservazioni contro il Piano Attuativo RIG.01 di Casalmaggiore. Mancano infatti dati essenziali, emergono contrasti con le norme urbanistiche e sono previste opere persino sopra un corso d&#8217;acqua. Gli avvocati <strong>Cristina Mandelli</strong> e <strong>Giovanni Siniscalchi</strong>, insieme a <strong>Maria Grazia Bonfante</strong> di S<strong>alviamo il Paesaggio Cremonese, Cremasco e Casalasco</strong>, <strong>Ferruccio Rizzi</strong> di ATTAC Italia ed <strong>Enrico Duranti</strong>, già firmatari delle osservazioni sul data center di Pozzaglio, hanno presentato al Comune di Casalmaggiore una formale contestazione al Piano Attuativo RIG.01.</p>
<p>Il progetto interessa oltre 22 ettari di territorio e prevede un grande data center e un esteso impianto fotovoltaico. Ma dalla documentazione emergono criticità che mettono in discussione la legittimità stessa del Piano. Non sono indicati dati fondamentali sulla potenza elettrica richiesta e sui generatori di emergenza. Non è neppure definita compiutamente la configurazione finale dell&#8217;insediamento, destinato a successivi ampliamenti. Eppure questi elementi sono indispensabili per stabilire quali valutazioni ambientali, autorizzazioni e competenze siano richieste dalla legge.</p>
<p>Il data center e l&#8217;impianto fotovoltaico vengono inoltre presentati come interventi separati nonostante siano funzionalmente collegati. Un frazionamento che rischia di sottrarre il progetto a una valutazione complessiva dei suoi impatti e alle procedure previste per interventi di queste dimensioni.</p>
<p>Ancora più sconcertante è quanto emerge sul canale Agoiolo: il progetto prevede una collina artificiale parzialmente sopra il corso d&#8217;acqua e nella sua fascia di rispetto, rinviando addirittura alle fasi successive l&#8217;individuazione esatta del suo tracciato.</p>
<p><strong>Come può il Comune di Casalmaggiore approvare un Piano senza aver prima verificato la compatibilità di queste opere con i vincoli esistenti?</strong></p>
<p>Le osservazioni evidenziano inoltre ulteriori contrasti con le prescrizioni del Piano di Governo del Territorio, interferenze con le fasce di rispetto stradale e del metanodotto e carenze nelle valutazioni sul traffico. Non si tratta di dettagli da correggere in seguito, ma di questioni che incidono sui presupposti stessi dell&#8217;approvazione. Se il progetto non è conforme al PGT, occorre seguire le procedure di variante urbanistica, con le competenze e le valutazioni ambientali previste dalla legge.</p>
<p><strong>Per queste ragioni è stato chiesto al Comune di Casalmaggiore di non approvare il Piano Attuativo RIG.01 nella sua attuale configurazione.</strong></p>
<p>Qualora l&#8217;Amministrazione intendesse proseguire, dovrà pretendere una revisione sostanziale del progetto e, ove necessaria, una nuova adozione e pubblicazione, riaprendo i termini per consentire ai cittadini di esprimersi sul progetto effettivo.</p>
<p>La rigenerazione urbana non è un lasciapassare per aggirare le regole.</p>
<p><strong>Il Comune ha il dovere di tutelare il territorio e gli interessi della collettività, non di limitarsi ad assecondare le esigenze del proponente</strong>.</p>
<p>Prima si accertano la legittimità e la compatibilità dell&#8217;intervento. Solo dopo si decide se approvarlo. Non il contrario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Maria Grazia Bonfante</strong></p>
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		<title>Quel dritto di Spagna di Ancorotti, imprenditore e politico con santi protettori a Roma</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Antonio Grassi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 18 Oct 2026 08:20:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p> Renato Ancorotti, senatore di Fratelli d’Italia, ha spiegato: «Un po’ di chirurgia estetica fa bene a tutti, anch’io avevo le borse sotto gli occhi e me le sono tolte. Non ci deve essere tabù, anche noi uomini abbiamo diritto alla bellezza» (Cremonasera, 12 ottobre). Verrebbe da rispondergli: «Hai ragione, a voi politici serve una faccia [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;"> </span><b>Renato Ancorotti</b><span style="font-weight: 400;">, senatore di Fratelli d’Italia, ha spiegato: «</span><i><span style="font-weight: 400;">Un po’ di chirurgia estetica fa bene a tutti, anch’io avevo le borse sotto gli occhi e me le sono tolte. Non ci deve essere tabù, anche noi uomini abbiamo diritto alla bellezza</span></i><span style="font-weight: 400;">» (Cremonasera, 12 ottobre). </span><span style="font-weight: 400;">Verrebbe da rispondergli: «Hai ragione, a voi politici serve una faccia più presentabile». «Chissenefrega delle tue borse antiestetiche, interessano le nostre vuote».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I due ipotetici commenti fanno però un torto all’intelligenza del senatore e alla sua capacità di sintonizzarsi sulla cultura dominante e di assecondarla senza discostarsi troppo dalla venatura del legno. Il che non lo rende un volpone seriale, ma solo un pochino. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Marketing manager di se stesso, Ancorotti dimostra di essere un fuoriclasse nell’imporre il proprio brand di politico-imprenditore. In base alle circostanze, privilegia o il politico o l’imprenditore.  In taluni casi entrambi e lo fa a viso aperto e alla luce del sole. Spesso con ingenuità da rendere evidente il suo bersaglio anche ai meno scafati sulle vicende politico-amministrative ed è un suo limite.  Ai tavoli della politica vincono i giocatori di poker, non quelli di rubamazzetto o di briscola scoperta. Ma è il suo tratto naif, quello che lo rende simpatico. Non a tutti. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Politico autonomo fino a un certo punto, si è ritagliato uno spazio dentro al quale se ne fotte della regola aurea di ogni partito: tutti allineati e coperti. Se decide di criticare un dirigente o un semplice militante non usa messaggi in codice e non esita a impiegare pubblicamente la carta vetrata per levigarli. Lo scontro con </span><b>Marcello Ventura</b><span style="font-weight: 400;">, ex coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia e attuale consigliere regionale, è un esempio da manuale. </span><span style="font-weight: 400;">Determinato e preciso nell’attacco, è titubante e approssimativo quando affonda il coltello per chiudere la partita. Si accontenta. «Al cuore, Ramon! Al cuore, altrimenti non riuscirai a fermarmi» (Per un pugno di dollari). Ancorotti raramente colpisce il cuore. Se è apprezzabile il suo sforzo da giustiziere dei torti, un po’ meno soddisfacente è il risultato che ottiene. E’ un consumatore compulsivo di pie intenzioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Non è un cinico e spietato </span><b>Frank Underwood</b><span style="font-weight: 400;"> di House of Cards, ma neppure uno dei Cavalieri dello Zodiaco. Neanche un quaquaraquà che tira il sasso e ritira la mano. E’ un cacadubbi coraggioso. Un hidalgo con qualche macchia e un po’ di paura. Voleva rivoltare il circolo di Fratelli d’Italia del Cremasco, ma ha bigiato il congresso. Ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra. E in politica i casti sono banditi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ anche un imprenditore di successo e ambizioso in un ambiente dove il prestigio politico frequentemente non coincide con quello lavorativo e spesso il fare politica diviene l’alternativa  al lavoro.  </span><span style="font-weight: 400;">L’indipendenza dalle prebende e dalle poltrone occupate è la sua forza, ma anche il suo tallone di Achille. Negli scontri all’arma bianca con i capataz locali del partito, quasi sempre soccombe: su quelle poltrone, alcuni dei suoi interlocutori trovano pane e companatico quotidiani. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Nel 2009 si candida per il consiglio provinciale nella lista di </span><b>Pierantonio Ventura</b><span style="font-weight: 400;">, allora sindaco di Pizzighettone. Lista che si contrappone a quella di </span><b>Massimiliano Salini, </b><span style="font-weight: 400;"> ai tempi vate del centrodestra e oggi di casa propria. La scelta gli costa le dimissioni da assessore di Crema e l’inserimento nei libri dei cattivi di alcuni monumenti del centrodestra, in prima fila </span><b>Simone Beretta</b><span style="font-weight: 400;">, l’highlander della politica cremasca. Sic transit gloria mundi. Gli sgarbi invece restano. Inossidabili. Carsici.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nel marzo 2012 partecipa alle primarie del Pdl per la candidatura a sindaco. Viene sconfitto da </span><b>Antonio Agazzi, </b><span style="font-weight: 400;">che in questi giorni è in cima ai pronostici per la conquista del Comune di  Crema alle prossime elezioni.  Nel 2016 corre per il coordinamento cittadino del partito ma viene superato da </span><b>Gianmario Donida. </b><span style="font-weight: 400;">Dopo avere ricoperto il ruolo di consigliere provinciale e assessore comunale di Forza Italia e di consigliere comunale del Popolo delle Libertà lascia gli azzurri: «Troppi veleni e personalismi» precisa. (Cremaoggi, 9 luglio 2017).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Nel 2018 trasloca in Fratelli d’Italia. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Con </span><i><span style="font-weight: 400;">l’Ancorotti Cosmetics</span></i><span style="font-weight: 400;">, si è insediato sul trono di re del mascara, ma anche su quello delle pubbliche relazioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E’ lungo l’elenco dei personaggi politici di fascia alta e di ogni colore che si sono recati e si recano in pellegrinaggio ai capannoni ex Olivetti, sede dell’azienda.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il 30 maggio 2022 c’era passata anche <strong>Giorgia Meloni</strong> che a ottobre sarebbe stata nominata presidente del Consiglio. Da Ancorotti si era trattenuta un botto. Poi, con mezz’ora di ritardo, aveva raggiunto piazza Garibaldi per sostenere il candidato sindaco del centrodestra </span><b>Maurizio Borghetti</b><span style="font-weight: 400;">. Si era fermata il tempo di una pisciatina: due parole, strette di mano e selfie. Giorgia, qui, Giorgia là. Non Georgia On My Mind. Poi  via dall’invadente folla. Non erano mancate le critiche dei militanti e i commenti acidi. Ma un po’ di fondo tinta e le rughe dei mugugni erano scomparse senza lasciare traccia (Vittorianozanolli.i, 5 giugno 2022). Uno spot durato quanto lo stacco pubblicitario tra il primo e il secondo tempo di un film in televisione. Uno spot per Roma. Il 25 settembre, gli elettori consegnavano al venditore di bellezza il pass per entrare in parlamento con la benedizione di </span><b>Daniela Santanchè </b><span style="font-weight: 400;">e della stessa Meloni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancorotti non è un politico di razza e non è carismatico come alcuni suoi colleghi locali, cresciuti e forgiati nella prima repubblica. Non è un oratore che arringa e infiamma le folle.  Più di centro che di destra e più borghese che aristocratico con la puzza sotto il naso, non è un riferimento per la gente comune. Non lesina sforzi per accreditarsi uno di loro, ma loro non scandiscono lo slogan </span><i><span style="font-weight: 400;">Ancorotti, uno di noi.</span></i><span style="font-weight: 400;"> E loro hanno ragione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> E’ ironico e disponibile al confronto. Il bell’aspetto, migliorato dopo l’eliminazione delle borse sotto gli occhi, la nonchalance dell’uomo di mondo, il tono raramente sopra le righe, qualche volta annoiato, ma suadente bastano per definirlo il </span><b>Giorgio Mastrota</b><span style="font-weight: 400;"> di casa nostra. Ruolo che lo aiuta oltre i confini provinciali, ma anche con partiti poco affini a Fratelli d’Italia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Il Dna da conservatore e la credibile immagine di progressista lo consacrano un Ogm della politica. Un’immagine che coltiva con intelligenza, furbizia e costanza. E i frutti si vedono. L’ultimo è il finanziamento </span><span style="font-weight: 400;">statale permanente di un milione di euro per il Monteverdi Festival di Cremona, obiettivo che Ancorotti raggiunge nel maggio 2026 grazie a un lavoro sinergico e condiviso con la senatrice Pd </span><b>Simona Malpezzi</b><span style="font-weight: 400;">.</span> <span style="font-weight: 400;">A fine luglio 2026 diventa presidente del conservatorio Claudio Monteverdi del capoluogo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Con  </span><b>Fabio Bergamaschi,</b><span style="font-weight: 400;"> sindaco di Crema e piddino doc, mantiene rapporti ottimi.  Nei suoi confronti spende sempre parole gentili. E se gli eventi impongono di criticarlo, edulcora l’amaro con frasi di comprensione. Sulla maledizione del ponte di via Cadorna, la Waterloo dell’amministrazione comunale di Crema, la sua voce non si è sentita.  Oppure è stata troppo flebile e insignificante per ricordarla.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Non disdegna la cultura e la storia. Ci tiene a dimostrarlo. Con </span><b>Tiziano Guerini</b><span style="font-weight: 400;">, ex Dc, ex  Pds, ora Italia viva, Ancorotti scrive il  saggio G</span><i><span style="font-weight: 400;">iustizia e Vendetta</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">aprile 1945 a Crema.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dotato di autocontrollo, le rare volte che lo perde s’incazza e fa pipì fuori dal vasino.  Propone a </span><b>Daniel Segre, </b><span style="font-weight: 400;">questore vicario a Lodi, di essere il frontman dello sgarrupato squadrone di centrodestra per la riconquista del palazzo d’inverno della Repubblica del Tortello. Rimedia un educato e fermo rifiuto. Invece di incassare con classe, si ritira sull’Aventino. «Resto in attesa di proposte da poter valutare. Al momento, non è compito mio trovare altri nomi» (Cremaonline, 15 settembre). Come i bambini viziati e antipatici quando perdono,  anche Ancorotti porta via la palla e non gioca più. Ma nessuno è perfetto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancorotti è questo e molto altro. E’ un caleidoscopio, un camaleonte, un prestigiatore. E’ l’imprenditore glamour che ha partecipato al Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva, Rigenerativa ed Estetica (SICPRE) tenutosi a  Bari e fonte del suo commento sul diritto alla bellezza. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per il giornalista </span><b>Roberto Alessi, </b><span style="font-weight: 400;">che ha seguito il congresso, Ancorotti «è il politico che non si può certo dire sia un brutto uomo, anzi ha non so che del playboy dei tempi d’oro, alla Gigi Rizzi, che non per niente aveva conquistato anche Brigitte Bardot». (L’Edicola, 6 ottobre). Minchia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ancorotti è un dritto di Spagna, avrebbe detto mia nonna, con i santi protettori a Roma, un’azienda di prima grandezza a Crema e il pallone per giocare. E un lavoro sicuro. E come invita Ancorotti Cosmetics: </span><i><span style="font-weight: 400;">Wake up your soul, make up your life</span></i><b>. </b><span style="font-weight: 400;">Già.</span></p>
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<p><strong>Antonio Grassi</strong></p>
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		<title>Negli attuali tempi bui riviviamo coi mitici Righeira gli spensierati anni Ottanta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesco Martelli]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 17 Oct 2026 08:05:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Non senza perplessità mi sono addentrato nella visione della serie Sky dedicata agli 883, duo musicale certamente significativo ma non così tanto da meritare addirittura una serie tv. Eppure accade, perché il revival è proprio uno dei segni del nostro tempo, perfino quando si tratta degli anni ‘90, che di certo non furono gli &#8217;80. [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Non senza perplessità mi sono addentrato nella visione della serie Sky dedicata agli <strong>883</strong>, duo musicale certamente significativo ma non così tanto da meritare addirittura una serie tv. Eppure accade, perché il revival è proprio uno dei segni del nostro tempo, perfino quando si tratta degli anni ‘90, che di certo non furono gli &#8217;80.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E infatti la serie inizia proprio con il racconto, molto ben fatto, di un altro famoso duo ma appunto degli anni ’80, I fratelli <strong>Righeira</strong>. A un certo punto, prima di salire sul palco del Festivalbar, imbracciando un sassofono, uno dei Righeira chiede all&#8217;altro se il pubblico si accorgerà che lui non lo sa nemmeno suonare… Perché i Righeira, che hanno venduto 3 milioni di dischi, numeri che oggi fa giusto <strong>Taylor Swift</strong>, non sapevano né suonare né comporre né leggere la musica. Eppure furono un fenomeno musicale assoluto, un tormentone infinito durato dieci anni e le cui canzoni hanno ancora oggi grande successo e sono entrate di fatto nel DNA musicale degli italiani, come l’intramontabile “L&#8217;estate sta finendo”. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I Righeira non  erano due musicisti ma due  animali da palcoscenico, bizzarri e buffi nei loro look estremi a metà tra il punk e il rock, coloratissimi, ricoperti di oggetti assurdi e dalle mosse robotiche quasi bambinesche. Eppure il loro successo fu veramente strepitoso, perché erano il prodotto di una società strepitosa, quella degli anni &#8217;80 dove tutto era possibile, dove non importava che uno sapesse suonare purché sapesse intrattenere, causa ed effetto di un clima generale di entusiasmo e benessere mai visti prima. Oggi li definiamo leggeri, sciocchi, materiali quegli anni, eppure furono anni di incredibile entusiasmo, di voglia di divertire e divertirsi, di un benessere che sembrava non dover finire mai e che generava una sorta di buon umore generale inaffondabile. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Piero Chiara</strong> scriveva che il secolo dell‘800 era stato duro a morire, e che nelle campagne era durato fino al 1945. Ecco, gli anni &#8217;80 sono un decennio duro a morire, tanto che gli stessi anni &#8217;90, che pensavano di essere l&#8217;inizio del 2000, furono invece la lunga fine degli &#8217;80.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Talmente sono duri a morire quegli anni &#8217;80 che tutti i palinsesti di nuove produzioni su piattaforme tv e social sono in gran parte dei remake di film, telefilm e musiche di quegli anni, a riprova che anche i super tecnologici anni 2000 campano ancora di quel decennio di benessere entusiasta e sfacciato, ma che irradia ancora tutto il suo fascino. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Del resto è nella natura dell&#8217;uomo, davanti ai tempi che cambiano e che si preannunciano sempre più difficili e turbolenti, rassicurarsi ricordando i bei tempi appena passati piuttosto che guardare in faccia un futuro difficile. </span></p>
<p><strong>Francesco Martelli</strong></p>
<div class="body">
<p data-asw-org-font-size="16">sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano</p>
</div>
<p data-asw-org-font-size="16">docente di archivistica all’Università degli studi di Milano</p>
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