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	<title>Gian Carlo Corada, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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	<title>Gian Carlo Corada, Autore presso Vittoriano Zanolli</title>
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		<title>Referendum sulla giustizia: 8 ragioni per votare NO (soprattutto per chi è di sinistra)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 20 Mar 2026 09:15:03 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Carlo Grillo</strong> inizia il suo articolo a favore del SI dichiarando che quella del NO è “disinformazione fondata su paura, ingiurie, mistificazioni, fandonie e falsi conclamati”. Francamente, comunque la si pensi, l&#8217;affermazione mi sembra eccessiva ed offensiva per chi ha deciso di votare NO. Tanto più che se, in questa campagna referendaria, i toni si sono alzati è stato soprattutto, anche se non solo, per responsabilità dei vari ministri (e capi-gabinetto) ed in genere di alcuni sostenitori del Sì. La presidente<strong> Meloni,</strong> poi, è giunta a dire che in caso di vittoria del NO verrebbero messi in libertà più stupratori, clandestini illegali e malviventi vari. Io non voglio scendere su questo terreno ed intendo spiegare, schematicamente, per quali ragioni voto ed invito a votare NO.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">1) Sono d&#8217;accordo con Grillo sul fatto che questa riforma non affronta i problemi veri della giustizia, che sono i tempi lunghi per i processi, il poco personale, le scarse risorse. Questo però non mi porta a giustificare il provvedimento; anzi aggrava il mio giudizio negativo, proprio perché ritengo che sarebbe stato molto più importante affrontare quei problemi (ed altri, non solo della giustizia) invece che spendere soldi e polemiche per questo referendum. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">2) Il metodo seguito è stato assolutamente inaccettabile: la proposta è stata elaborata dal governo (quando in materia di Costituzione “i banchi del governo dovrebbero essere vuoti”, come diceva <strong>Piero Calamandrei</strong>) ed approvata per quattro volte in Parlamento senza modifiche dalla sola maggioranza (quando le modifiche alla Costituzione dovrebbero, come fu per la Costituzione stessa, essere discusse ed approvate insieme dalle principali forze politiche).  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">3) La separazione delle funzioni tra Pubblico Ministero e Giudice è già prevista dalla <strong>legge “Cartabia”</strong>; ora si propone una totale separazione delle carriere. A me sembra una proposta nociva per il cittadino, perché senza la separazione il Pubblico Ministero ha l&#8217;obbligo di indagare a tutto campo per la verità, trovando anche eventuali ragioni di innocenza dell&#8217;imputato e non è affatto, il pm, solo “l&#8217;avvocato dell&#8217;accusa”. E’ vero, il fascismo ha recepito la non-separazione dall’ordinamento liberale precedente; ma questo perché al fascismo ciò che importava era la subordinazione del pm, e dei Giudici in genere, al governo!  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">4) Il criterio del sorteggio adottato per l&#8217;elezione dei due Consigli Superiori della Magistratura e dell&#8217;Alta Corte è contrario ad ogni principio di merito (di cui si parla spesso a sproposito), impedisce ai magistrati di esprimere un voto motivato, non esiste in nessun Paese ed anche da noi è in vigore per pochi casi specifici (il Tribunale dei ministri, l&#8217;elezione dei rappresentanti dei carcerati e pochi altri casi). Per di più il sorteggio è proposto con modalità differenti: per i giudici è assoluto (tra tutti) e per i “laici” è ponderato (l’estrazione a sorte avviene tra un numero ristretto di persone, scelto dal Parlamento), a tutto vantaggio della politica.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">5) La proposta dell&#8217;Alta Corte disciplinare, per giudicare i magistrati, è a detta di quasi tutti i costituzionalisti, compreso diversi sostenitori della separazione delle carriere, sospetta di incostituzionalità. Per varie ragioni, tra cui il fatto che assomiglia a un tribunale speciale (vietato dalla Costituzione) ma soprattutto per il fatto che viene impedito ai magistrati, se condannati per qualche colpa, di far ricorso alla Corte di Cassazione, come è diritto per le altre categorie professionali (medici ecc.) e li si obbliga a fare l&#8217;eventuale ricorso allo stesso organo che li ha condannati.  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">6) Da un solo Consiglio Superiore della Magistratura si creano tre organismi, con un aumento di costi notevole (si parla di 150 milioni di euro l&#8217;anno di spesa corrente più gli edifici necessari) e violando l&#8217;aureo principio secondo cui “entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem”, gli enti non devono essere moltiplicati se non ve n’è assoluta necessità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">7) Tutti questi provvedimenti hanno bisogno di leggi attuative, di cui ignoriamo il contenuto. Il Sì a questa “riforma”, dunque, sarebbe una delega in bianco a dei governanti che hanno tante volte apertamente dichiarato che loro intenzione è ridimensionare il controllo di legalità, che loro chiamano ingerenza, su politici e potenti in genere.   </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">8) Per quanto attiene, infine, al fatto che vi siano esponenti di sinistra favorevoli al Sì, dico che è un problema loro. E’ dubbio persino che <strong>Vassalli</strong> abbia scritto un articolo per il “<em>Financial Time</em>”. Ma non è questo il punto. Ognuno vota come crede. Però, a me pare giusto dire che questa è una riforma di destra, non perché la propone un governo di destra ma perché deriva da una concezione fondamentale della destra moderna (che è quella secondo cui chi è al governo rappresenta la sovranità nazionale e deve essere lasciato libero il più possibile di agire senza vincoli e impicci). Per votare NO alla legge <strong>Nordio</strong> non è necessario essere di sinistra, perché sono tali e tante le contraddizioni interne e le insufficienze che basta poco. Però, a mio parere, chi è di sinistra non può che votare NO. La Costituzione è basata su un delicato equilibrio ed andrebbe toccata il meno possibile. Di questo equilibrio fa parte la separazione dei poteri e l&#8217;autonomia della magistratura; è questo che noi difendiamo non la singola sentenza o il singolo magistrato. La difesa della Costituzione è poi la premessa per poterla attuare nelle tante parti in cui è ancora da attuare. Il nostro NO quindi è ragionato, antiautoritario, non immobilista, anzi con tanta voglia di un futuro onesto e giusto. E’ un NO frutto di quel “patriottismo costituzionale” che ci hanno insegnato presidenti come <strong>Pertini</strong>, <strong>Ciampi</strong> e <strong>Mattarella</strong>.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">presidente Comitato Cremonese Società Civile per il NO</span></p>
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		<title>Calendario 2024. L&#8217;Esercito nato dalla Resistenza non è quello fascista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Jan 2024 08:59:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Ha suscitato polemica il Calendario dell’Esercito Italiano distribuito nei giorni scorsi in molte scuole ed edicole. L’Anpi, molte Associazioni e Partiti ne hanno chiesto il ritiro. Diverse interrogazioni sono state presentate in Parlamento. La critica è di avere di fatto riabilitato l’esercito fascista o, perlomeno, di aver equiparato fascismo e democrazia. Vorrei, il più obiettivamente possibile, esaminare la questione (l’obiettività assoluta è impossibile, ma l’onestà intellettuale sì) e cogliere l’occasione per fare brevemente il punto “storico”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il titolo del Calendario, fortemente voluto da <strong>Isabella Rauti</strong>, sottosegretario alla Difesa, e sponsorizzato dalle principali industrie italiane di armamenti, recita così : “Per l’Italia sempre… prima e dopo l’8 settembre 1943”. Questo è il titolo, che viene esplicitato dal Ministero in altro momento: “servire la Patria con onore sia prima che dopo l’8 settembre 1943”. Che significa? I benevoli riconoscono una certa ambiguità. Il ministro <strong>Crosetto</strong> dice addirittura che l’intento era di esaltare l’Esercito uscito dalla Resistenza. In realtà, siccome le parole possono essere interpretate ma un loro significato di fondo lo mantengono, dire che l’Esercito ha servito la Patria con eroismo prima e dopo l’armistizio dell’8 settembre non si presta a molte interpretazioni. “Prima” dell’8 settembre 1943 c’era il Fascismo (a parte le ambigue settimane dal 25 luglio); “dopo” c’era ancora il fascismo, nella sua versione peggiore e, sì, c’era anche un altro esercito, quello dei Partigiani e quello ricostituito nel Sud dal governo antifascista. L’esercito della Resistenza si contrappone quindi all’esercito fascista. Non ha senso storico mettere entrambi sullo stesso piano! Sia chiaro: molti dei comandanti e dei militanti partigiani venivano dall’esercito (i primi partigiani sull’Appennino piacentino, dove poi andarono circa centocinquanta cremonesi, furono carabinieri), ma la loro scelta era proprio in opposizione all’esercito fascista e nazista.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> La mia simpatia va tutta a quei soldati ed ufficiali mandati a soffrire e morire dai fascisti in Russia, in Africa, nei Balcani, nella difesa delle coste italiane dagli Alleati. La mia simpatia va tutta a quei soldati e ufficiali sbandati dopo l’8 settembre, abbandonati da Re, Generali, Gerarchi; soldati che ebbero il coraggio, a Cremona come a Cefalonia, di opporsi ai nazisti e vennero massacrati. Non si può non distinguere! Atti di eroismo ve ne furono sempre, riconosciuti anche dagli avversari di allora (come ad El Alamein); ma occorre dire che l’esercito italiano era dalla parte sbagliata, combatteva una guerra ingiusta e feroce (contro i patrioti, ad esempio). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E non dimentichiamo i crimini di guerra. Generali come <strong>Roatta</strong>, <strong>Geloso</strong>, <strong>Robotti</strong> e tanti altri si resero responsabili di massacri indiscriminati. Robotti arrivò a scrivere: “Si ammazza troppo poco!” Nel villaggio greco di Domenikon ed in tanti altri luoghi oggi quasi dimenticati l’esercito italiano massacrò uomini, donne e bambini. Nei tanti campi di concentramento creati dagli italiani morirono migliaia di innocenti. E se i nazisti fucilavano dieci italiani per ogni tedesco ucciso, alcuni generali italiani introdussero la norma di cinquanta (poi ridotti a venti) civili ogni ufficiale italiano ucciso. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quindi, non scherziamo: l’esercito della Repubblica Italiana, che è nata dalla Resistenza, è altra cosa dall’esercito fascista. E se vi sono stati e vi sono elementi di continuità, per causa della Guerra Fredda o per altre ragioni, sono questi elementi di continuità da cancellare. La storia non si può riscrivere. Va studiata e capita, anzitutto. E deve valere per l’oggi, per sapere dove andare e che valori attuare.</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
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		<title>L&#8217;altra faccia della guerra: combattenti ucraini antiautoritari epigoni dei cosacchi ribelli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 14 Jul 2022 11:01:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel multiforme movimento ucraino di resistenza all&#8217;invasione russa vi sono, inseriti nell&#8217;esercito nazionale o fiancheggiatori, non solo gruppi nazifascisti o ultrareazionari (che ci sono, eccome, e fanno molto parlare di sè). Alcune associazioni antiautoritarie o di ispirazione anarchica si sono riunite in un “Comitato di resistenza”, che raccoglie persone (alcune centinaia, secondo le fonti più [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Nel multiforme movimento ucraino di resistenza all&#8217;invasione russa vi sono, inseriti nell&#8217;esercito nazionale o fiancheggiatori, non solo gruppi nazifascisti o ultrareazionari (che ci sono, eccome, e fanno molto parlare di sè). Alcune associazioni antiautoritarie o di ispirazione anarchica si sono riunite in un “Comitato di resistenza”, che raccoglie persone (alcune centinaia, secondo le fonti più credibili) con convinzioni anche assai diverse ma accomunate dal rifiuto di posizioni autoritarie, nazionalistiche e fasciste. Hanno elaborato anche un programma politico comune, che prevede forti misure sociali, come ad esempio cure mediche gratuite per tutti e sussidi economici per i meno abbienti. Chiedono pure la formazione di comitati locali di autodifesa e la distribuzione di armi alla popolazione, anche in vista del dopoguerra, quando i neonazisti saranno presumibilmente armatissimi ed in posizioni di potere. I gruppi antiautoritari, che  &#8211; dicono &#8211; concepiscono la guerra in Ucraina come “la continuazione della lotta per la liberazione dei popoli da ogni autoritarismo”, cercano di far parlare di sè, con scarso successo nel complesso.</p>
<p>Pressoché ignorati dai media, schiacciati fra due schieramenti ipernazionalisti armati fino ai denti, non so che ruolo potranno giocare in futuro. Personalmente, temo che il loro futuro non sia particolarmente roseo! In questa sede, tuttavia, mi preme parlare della loro ideologia, ideologia che dimostra come nella storia a volte riemergano dal passato idee e figure di cui si credeva persa fin la memoria. Questo tipo di resistenza, infatti, rivendica la filiazione dalle Comunità cosacche e dai movimenti contadini che ogni tanto, lungo i secoli, si sono ribellati ai signori feudali della Galizia, della Bucovina e della Transcarpazia, signori feudali per i quali i contadini erano servi della gleba, senza volontà autonoma e cedibili insieme a campi ed attrezzature.</p>
<p>Lo <strong>Zar Pietro il Grande</strong> (1672-1725) impresse, come è noto, una forzata modernizzazione alla Russia, per renderla una delle Grandi Potenze del tempo. Per molti anni fu impegnato in uno scontro mortale con <strong>Carlo XII</strong>, re di Svezia, a reprimere le rivolte dei Cosacchi ed a guerreggiare e trattare con il Sultano. La cosiddetta Seconda Guerra del Nord (1700-1721) vide all&#8217;inizio le strepitose vittorie degli Svedesi; poi Carlo XII decise, per infliggere il colpo mortale al nemico, di addentrarsi, affrontando anche un tremendo inverno che ne ridusse drasticamente le capacità militari, negli immensi spazi della pianura russa del Sud, in Ucraina appunto, dove i Cosacchi ribelli allo Zar, guidati da <strong>Ivan Mazepa</strong>, l&#8217;attendevano. A Poltava, nel luglio del 1709, l&#8217;esercito svedese venne sbaragliato ed i Cosacchi ucraini sconfitti e sottomessi. Carlo XII si rifugiò allora in Turchia, convinse il Sultano a riprendere le ostilità contro la Russia, attraversò da solo l&#8217;Europa, in una folle cavalcata divenuta mitica, per accorrere a difendere il suo Paese, ormai direttamente minacciato dai Russi, e morì, nel 1718, combattendo contro i Danesi, alleati di Pietro. La breve guerra Turco-Russa, subito dopo Poltava, si era già chiusa da tempo, con la cessione da parte di Pietro al Sultano della città-fortezza di Azov, conquistata dai Russi una decina d&#8217;anni prima. I Cosacchi furono tra i protagonisti di quegli anni ed in tutta Europa si diffusero, come anche negli anni successivi, storie e leggende su di loro. <strong>Ivan Mazepa</strong>, dal 1687 atamano dei Cosacchi dell&#8217;Ucraina, fu per molti anni importante alleato di Pietro; poi, nell&#8217;ottobre del 1708, si ribellò allo Zar. Pietro lo considerò un traditore, un “nuovo Giuda”, e lo fece scomunicare (la scomunica venne letta nelle chiese dell&#8217;Ucraina ogni prima domenica di Quaresima fino al 1869!). In realtà Mazepa, come i capi cosacchi della Piccola Russia immediatamente precedenti, era costretto ad oscillare tra la sottomissione allo Zar ortodosso e l&#8217;alleanza con sovrani cattolici o protestanti. La scelta avveniva di volta in volta, valutando chi, in una determinata situazione, meglio si prestava al fine di garantire il rispetto delle tradizionali libertà cosacche.</p>
<p>Negli stessi anni avvenne la ribellione guidata da <strong>Kondratij Bulavin</strong> (1660-1708), comandante dei Cosacchi del Don, scoppiata nell&#8217;autunno del 1707. Da anni la maggioranza dei Cosacchi di quell&#8217;area lamentava confische di beni ed usurpazioni di attività e prerogative cosacche da parte di uomini dello Zar. Ma la scintilla scoppiò quando Pietro pretese il rispetto di una legge che stabiliva la cacciata dei fuggiaschi, spesso disertori, rifugiatisi nella regione del Don dal 1695. La tradizionale accoglienza cosacca veniva messa in discussione! Bulavin si alleò allora con i lavoratori dei cantieri navali di Voronez, con i contadini, coi nomadi Calmucchi e Tartari, con i dissidenti religiosi. Accese focolai di ribellione in tutta l&#8217;area vastissima del Bacino del Don, suscitando enorme preoccupazione a Corte. In un certo senso replicò la grande ribellione di Sten&#8217;ka Razin del 1670-71 ed anticipò la non meno estesa e più nota rivolta di Pugacev del 1773-75; con la differenza che Bulavin non proponeva alcun pretendente al trono. Nell&#8217;aprile del 1708 Bulavin entrò da trionfatore nella città di Cerkassk, che per un breve periodo fu la capitale di uno Stato di fatto indipendente. La reazione di Pietro fu durissima. Inviò a reprimere la ribellione un esercito di 32.000 soldati, agli ordini del principe <strong>Vasilij Dolgorukij</strong>. Ordinò di impiccare i “ladri” di Bulavin sul posto, lungo le strade, appena catturati. Bulavin venne ucciso il 7 luglio 1708 e le ultime sacche di resistenza vinte entro i primi mesi dell&#8217;anno successivo. Ai Cosacchi sopravvissuti fu poi proposto di entrare nell&#8217;esercito dello Zar, proposta dai più accettata. Solo alcuni gruppi, sfuggiti alla decimazione, rifiutarono le offerte dello Zar ed abbandonarono il Paese, giurando di non farvi ritorno finché vi fosse uno Zar.</p>
<p>E&#8217; ai Cosacchi ribelli che si rifanno i combattenti ucraini antiautoritari. Che sostengono di avere gruppi, per il momento silenti, nella Russia del nuovo Zar, <strong>Vladimir Putin </strong>Il “Comitato di resistenza” ha anche un altro punto di riferimento, più recente: l&#8217;anarchico <strong>Nestor Makhno</strong>, che prese le armi contro gli eserciti “bianchi” (filozaristi) nel corso della guerra civile russa 1917-1921. Il movimento di Makhno, al suo apice, contò più di centomila combattenti ed arrivò a controllare un territorio, tra Zaporizhie ed il porto di Mariupol, ove vivevano circa tre milioni di persone. Ma in tutta l&#8217;Ucraina aveva seguaci. Dopo aver contribuito alla sconfitta dei generali “bianchi”, si scontrò con i bolscevichi. La sua visione di comunità autogestite cozzava con l&#8217;idea leninista di “dittatura del proletariato”, seppure temporanea, e con la volontà bolscevica di costruire uno Stato forte, centralizzato, capace di far fronte ai tanti nemici. Meno incideva l&#8217;aspetto nazionalistico, prevalente in anni successivi ed ancor più oggi. Lo scontro con l&#8217;Armata Rossa vide la sconfitta di Makhno, che fu costretto a rifugiarsi a Parigi, dove visse di stenti fino al 1934. Morì, a 44 anni, di malaria. Ma, come dicevamo, vi è ancora chi si richiama al suo pensiero ed alla sua<br />
figura.</p>
<p>Nella guerra in atto in Ucraina, e più in generale nel mondo di oggi, non so, dicevo, che sorte possano avere movimenti così. Sono abbastanza pessimista. Ma è curioso e significativo che idee libertarie ed antiautoritarie, magari confuse ed a volte strumentalizzabili, permangano nel corso dei secoli e di tanto in tanto riemergano grazie al coraggio e forse all&#8217;incoscienza di donne ed uomini determinati.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/laltra-faccia-della-guerra-combattenti-ucraini-antiautoritari-epigoni-dei-cosacchi-ribelli/">L&#8217;altra faccia della guerra: combattenti ucraini antiautoritari epigoni dei cosacchi ribelli</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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		<title>Anpi: &#8216;Condanna della Russia, no all&#8217;invio di armi&#8217;</title>
		<link>https://vittorianozanolli.it/chiarezza-sul-congresso-anpi-condanna-della-russia-no-allinvio-di-armi-e-allaumento-delle-spese-militari/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Mar 2022 07:40:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Si è concluso da poco il diciassettesimo congresso nazionale dell&#8217;Anpi, l&#8217;Associazione nata ancor prima che terminasse la Seconda Guerra Mondiale e formata da coloro, donne e uomini, che erano stati partigiani. Oggi, i partigiani sono quasi tutti passati a miglior vita e quindi, agli inizi degli anni duemila, l&#8217;Associazione ha deciso di modificare lo statuto [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si è concluso da poco il diciassettesimo congresso nazionale dell&#8217;<strong>Anpi</strong>, l&#8217;Associazione nata ancor prima che terminasse la Seconda Guerra Mondiale e formata da coloro, donne e uomini, che erano stati partigiani. Oggi, i partigiani sono quasi tutti passati a miglior vita e quindi, agli inizi degli anni duemila, l&#8217;Associazione ha deciso di modificare lo statuto per accettare fra le proprie fila anche coloro che, per ragioni anagrafiche, la Resistenza non l&#8217;hanno fatta, ma ne condividono i valori. L&#8217;Anpi, che conta quasi centoquarantamila iscritti, si impegna a tramandare la memoria di quanto avvenuto e, per quanto è nelle sue possibilità, a studiare e far conoscere la nostra Costituzione, bellissima sì ma ancora in gran parte non attuata. Il congresso, tenutosi a Riccione, era composto da circa quattrocento delegati, per il 40% donne. Molti, strano a dirsi, i giovani. I saluti delle autorità, a partire da quello del Presidente della Repubblica, non sono stati formali ma sentiti e ricchi di contenuti. Personalmente, ho apprezzato moltissimo l&#8217;intervento dell&#8217;arcivescovo di Bologna, mons. <strong>Zuppi</strong>. Numerosi leader politici hanno parlato e personalità del mondo della cultura, con tesi anche diverse ma sempre argomentate ed interessanti. Numerosissimi gli interventi dei delegati: centoventicinque (ed una settantina hanno dovuto rinunciare per mancanza di tempo).</p>
<p>Alla base della discussione vi era un documento, assai articolato, scritto alcuni mesi fa e quindi approvato con le necessarie integrazioni. Un documento complesso, dicevo, in cui si cerca di chiarire il concetto di &#8216;memoria attiva&#8217;: una memoria, cioè, che non sia mera celebrazione o ricordo, ma sforzo per attualizzare gli ideali della democrazia e dell&#8217;antifascismo. Però, di questo come di altri argomenti s&#8217;è parlato poco: l&#8217;attualità, in sostanza la guerra in Ucraina, ha catturato l&#8217;attenzione di tutti. Siccome c&#8217;ero, ho ascoltato e sono intervenuto. Posso dire con sicurezza che molti dei resoconti e dei commenti letti sui giornali corrispondono poco alla relazione del Presidente nazionale ed ai documenti votati. L&#8217;Anpi non ha assunto una posizione di neutralità, quel &#8216;né con l&#8217;Ucraina né con la Russia&#8217; di cui ho letto. La condanna di Putin, del suo Regime e dell&#8217;invasione è stata netta. I confini fra gli Stati vanno rispettati, se non si vuole il caos internazionale. Ciò non impedisce di cercare di capire. Vi è una frase di Spinoza che amo molto: &#8216;Non ridere, non piangere, non detestare, ma sforzarsi di capire (intelligere)&#8217;. Spinoza si riferisce all&#8217;atteggiamento umano in generale e parla delle passioni. Io credo sia possibile e giusto attenersi a questo principio anche nel nostro caso.</p>
<p>La guerra viene da lontano, vi sono responsabilità anche da parte di chi voleva far entrare l&#8217;Ucraina nella Nato e di chi, da entrambe le parti, ha sobillato i nazionalismi (sciagura dei nostri tempi). Condannare l&#8217;invasione, aiutare i profughi, non significa ignorare la complessità della situazione! Il dibattito congressuale ha affrontato anche il delicato tema del tipo di aiuti da fornire all&#8217;Ucraina: in sostanza, se fornire anche armi oppure solo viveri, medicinali ecc. Vi è stata diversità di opinioni, come è naturale in una grande organizzazione. Una minoranza si è espressa a favore dell&#8217;invio di armi, una larga maggioranza contro. Io ho spesso presente, in questi giorni, il libro di uno storico inglese, <strong>C. Clark</strong>, uno dei più importanti libri sulla prima guerra mondiale. Si intitola<em> “I sonnambuli”</em> e dimostra come i leader del tempo abbiano portato in guerra le rispettive Nazioni senza volerlo davvero, passo dopo passo, da sonnambuli appunto. E&#8217; stato un immane disastro! Oggi in più c&#8217;è l&#8217;atomica. Per questo, all&#8217;unanimità il Congresso si è espresso contro l&#8217;aumento delle spese militari. Arrivare al 2% del PIL annuo vuol dire passare dai venticinque miliardi di euro circa di oggi, in spese militari, a circa quaranta. Una cifra, se anche ridotta e diluita, sempre troppo alta. Dieci/quindici miliardi di euro in più all&#8217;anno sono veramente tanti. Bisogna rifarsi alla Cosituzione, all&#8217;articolo 11: “L&#8217;Italia ripudia la guerra&#8230;come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Per questo nel 1947 il governo De Gasperi cambiò il nome del ministero della Guerra in ministero della Difesa.</p>
<p>Per concludere: si può essere d&#8217;accordo o no, ma queste che ho cercato di riassumere sono le posizioni dell&#8217;Anpi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
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		<title>Guerra in Ucraina. Le ragioni e le menzogne storiche di Putin</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Feb 2022 11:21:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Di solito è la politica che fa la storia; nel senso che le scelte politiche importanti, soprattutto dei Grandi della Terra ma a volte pure dei popoli, possono determinare svolte storiche (le dichiarazioni di guerra, le alleanze, le rivolte ecc.). Nel caso recente dell&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina da parte della Russia di Putin sembrerebbe invece, soprattutto stando [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Di solito è la politica che fa la storia; nel senso che le scelte politiche importanti, soprattutto dei Grandi della Terra ma a volte pure dei popoli, possono determinare svolte storiche (le dichiarazioni di guerra, le alleanze, le rivolte ecc.). Nel caso recente dell&#8217;invasione dell&#8217;Ucraina da parte della Russia di Putin sembrerebbe invece, soprattutto stando ai discorsi di <strong>Vladimir Putin</strong> e dei suoi, che sia la storia a fare la politica. Oddio, la storia è sempre importante, sotto sotto magari, nelle scelte di popoli e governi: anche inconsapevolmente, noi siamo oggi ciò che siamo diventati e ciò che eravamo incide sempre molto nel nostro presente e nella prefigurazione del futuro. Comunque, è raro sentire un leader che dedica così gran parte dei suoi discorsi alla storia, come fa Putin! Quasi quasi, preferisco l&#8217;ignoranza crassa dei nostri dirigenti sulla storia (interrogati, molti parlamentari italiani manco hanno saputo indicare il secolo della Rivoluzione Francese e gli anni, pressappoco, della Seconda Guerra Mondiale!) piuttosto dell&#8217;erudizione minuziosa di Putin, che interpreta la storia secondo valori molto particolari. Ovviamente, è un paradosso: ideale sarebbe avere leader colti ma dotati di senso critico, capaci di studiare le ragioni degli altri e di valutare le cose alla fine di un serio processo di analisi. Ma tant&#8217;è: pare impossibile averli!</p>
<p>Torniamo quindi a Putin.  Che cosa sostiene in questi lunghi discorsi? Non parla solo di storia naturalmente: l&#8217;altro grande tema è quello della sicurezza della Russia, circondata da avversari. Ma giunge a questo secondo tema partendo dalla storia. Sintetizzo al massimo. Secondo Putin, <strong>Russia</strong>, <strong>Bielorussia</strong> ed <strong>Ucraina</strong> hanno una origine comune, sono lo stesso popolo. L&#8217;origine sta nella <strong>&#8216;Russ di Kiev&#8217;</strong>, una entità statale formatasi nel IX-X secolo dopo Cristo in seguito ad invasioni di Vichinghi da Nord, fusisi con tribù slave circostanti e gruppi etnici preesistenti. Questa realtà unitaria avrebbe sostanzialmente resistito attraverso i secoli, rafforzata infine dall&#8217;Impero zarista. Sempre secondo Putin, sarebbe stato Lenin il responsabile della creazione di una Repubblica ucraina autonoma, unita poi nell&#8217;Urss. La colpa di Lenin è aggravata dal fatto, sempre secondo Putin, di aver previsto anche una specie di &#8216;clausola di dissoluzione&#8217;, di aver previsto cioè anche la possibilità per la singole Repubbliche di recedere dall&#8217;Unione. Putin non dice apertamente che per fortuna Stalin impedì la divisione dei popoli russi, ma si capisce che la pensa così; e critica sotto sotto Gorbaciov ed Eltsin per la dissoluzione dell&#8217;Unione delle Repubbliche (anche se il socialismo è quanto di più lontano vi sia dalla sua visione di autocrate capitalista).</p>
<p>Come sono andate davvero le cose, per quanto è possibile ricostruire? Non sono un esperto, ma dalla ricostruzione degli storici più attendibili risulta che sì, tutto, più o meno, cominciò con la &#8216;Russ di Kiev&#8217;. Quei popoli, però, cominciarono a dividersi abbastanza rapidamente. Da est le orde dei <strong>Mongoli</strong> sconfissero ed in parte sottomisero la <strong>Moscovia</strong>, che per lunghi secoli fu impegnata in questo confronto. Dell&#8217;invasione mongola rimase, a sud, il <strong>Khanato di Crimea</strong>, assorbito poi dall&#8217;Impero ottomano ed infine da quello zarista. A nord si era formato un forte <strong>Stato lituano</strong> (poi divenuto <strong>Regno polacco-lituano</strong>) che occupò gran parte dell&#8217;attuale Ucraina. Le terre dell&#8217;ovest (<strong>Leopoli</strong> soprattutto) divennero parte dell&#8217;Impero austriaco.</p>
<p>Dispersi in tutti questi territori, gli ucraini mantennero però alcuni tratti unitari (la lingua, la religione e le tradizioni soprattutto). Lungo il Dniepr (come d&#8217;altra parte in Russia lungo il corso del Don) vi erano poi forti insediamenti cosacchi. Gli zar, sconfitti i cosacchi (in gran parte assorbiti nell&#8217;esercito russo) occuparono l&#8217;Ucraina fino al 1917 ed oltre. Durante la guerra civile fra bolscevichi e &#8216;bianchi&#8217;, l&#8217;Ucraina fu un centro importante antibolscevico, finché la Rivoluzione si impose anche lì. Davvero Lenin si pose il problema delle nazionalità! Vi fu un interessante dibattito, proseguito anche oltre la morte di Lenin. Personalmente penso che se davvero la visione di Lenin fosse prevalsa e fosse prevalso un effettivo rispetto delle nazionalità, la storia del mondo sarebbe stata diversa! Non solo in Russia. Pensate all&#8217;errore che commisero le sinistre occidentali quando credettero che, in occasione del referendum nella Ruhr ed in altre zone popolate da minatori ed operai di lingua e costumi tedeschi, gli elettori avrebbero scelto la democratica Francia e non la già hitleriana Germania. Gli elettori scelsero invece la Germania, perché il senso di appartenenza ad una nazione era (ed è) più forte della condizione sociale e dell&#8217;idea politica. Il senso di appartenenza va capito e gestito; altrimenti si trasforma in nazionalismo e sono guai per tutti.</p>
<p>Durante la Seconda Guerra mondiale Stalin giocò la carta nazionale russa e riuscì a sconfiggere il nazifascismo. Fece appello alla Grande Patria russa, la guerra divenne Grande Guerra Patriottica ed ogni casa si trasformò in fortino. La Russia ebbe venti milioni di morti ma vinse la guerra, per fortuna. Le altre nazionalità, facenti parte dell&#8217;Urss ma che si sentivano spesso discriminate, in molti casi fornirono carne da macello e torturatori ai nazisti. In Ucraina ben trentamila giovani si arruolarono nelle SS! Così avvenne tra altre minoranze etniche (tartari, calmucchi ecc.): dalle Repubbliche caucasiche venivano i cosiddetti &#8216;mongoli&#8217; che terrorizzarono nel 1944 le popolazioni del nostro Appennino e con cui si scontrarono i nostri partigiani).</p>
<p>Ecco. Nella ricostruzione storica di Putin c&#8217;è quindi del vero ma soprattutto del falso. La storia viene piegata per giustificare un nazionalismo panrusso che si richiama allo zarismo e, senza citarlo più di tanto, a Stalin. La società russa è illiberale e capitalistica, con un divario enorme fra ricchi e poveri, fra oligarchi e gente comune. Ma il nazionalismo fa passare ciò in secondo piano Di vero, nella ricostruzione di Putin, c&#8217;è la paura dell&#8217;accerchiamento e dell&#8217;invasione, come è stato con i tedeschi, con Napoleone, con Gengis Khan ecc. Per questo, senza alcuna simpatia politica per un autocrate omofobo come Putin e per il suo entourage, penso che la Nato abbia sbagliato a non tener conto delle ragioni di sicurezza della Russia e ad insediarsi ai suoi confini. Ma questo sarebbe un altro discorso su cui, per il momento almeno, soprassediamo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
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		<title>Quante lettere ci sono nell&#8217;alfabeto greco*</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 04 Jan 2022 12:24:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Leggo sulla stampa nazionale che, nel 2021, Pfizer, Biontech e Moderna, le tre aziende proprietarie dei vaccini più diffusi, hanno incassato 90 miliardi di dollari. Di questi, 41 miliardi sono di profitti! Leggo anche, sulla stampa di questi giorni, e sento in TV, i dati aggiornati della pandemia. Il rapido diffondersi della variante &#8216;omicron&#8217; (l&#8217;uso [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Leggo sulla stampa nazionale che, nel 2021, Pfizer, Biontech e Moderna, le tre aziende proprietarie dei vaccini più diffusi, hanno incassato 90 miliardi di dollari. Di questi, 41 miliardi sono di profitti! Leggo anche, sulla stampa di questi giorni, e sento in TV, i dati aggiornati della pandemia. Il rapido diffondersi della variante &#8216;omicron&#8217; (l&#8217;uso di chiamare la variante con una lettera dell&#8217;alfabeto greco è stato adottato dalle autorità scientifiche per evitare di utilizzare il nome del Paese in cui è stata rilevata la prima volta) preoccupa tutti. Uccide meno ma si diffonde più velocemente. Soprattutto, colpisce anche i più giovani. L&#8217;unico rimedio è il vaccino. Rimedio parziale, ma pur sempre un rimedio. Per il resto: mascherina sempre, niente o quasi contatti, estrema attenzione a tutto. Avverto fra la gente una certa angoscia per la situazione. Credevamo di essere, più o meno, usciti dalla pandemia ed invece avvertiamo che il percorso è ancora lungo. Soprattutto una domanda ci attanaglia: e gli anni a venire? Quest&#8217;anno la &#8216;omicron&#8217; è venuta dal<br />
Sud Africa. Da dove verrà la prossima variante? Ed il vaccino sarà capace di proteggerci ancora oppure le variazioni saranno tali da richiedere un vaccino nuovo? Alcuni ipernazionalisti rispondono: &#8216;Basta chiudere le frontiere ed impedire gli sbarchi degli emigranti. A parte gli aspetti di solidarietà ed umanità, è una pura illusione! Neppure nel medioevo, quando le città erano murate ed i castelli fortificati, riuscirono mai a fermare le epidemie. Correvano più lentamente, le epidemie, ma correvano e si esaurivano dopo anni, non senza aver mietuto milioni di vittime. Figuriamoci oggi, in un mondo semiglobalizzato ed interconnesso! Che fare allora? La soluzione c&#8217;è: vaccinare subito tutto il mondo. Come? Anzitutto sospendendo il carattere privato dei brevetti. Mi stupisce che questo tema sia praticamente scomparso dalla discussione politica e dai media. A parte <strong>papa Francesco</strong> ed alcuni esperti e gruppi, specialmente del mondo cattolico, non se ne parla. Qualcuno dice: &#8216;Non si può. Questo è il sistema. I privati senza profitti non farebbero ricerca. E poi, i Paesi del Terzo Mondo non sono preparati&#8217;.</p>
<p>Ebbene, non è assolutamente vero! Diversi Paesi, il SudAfrica ad esempio, sarebbero in grado di produrre i vaccini, se avessero i brevetti. Quanto ai profitti, direi che possono bastare quelli già incamerati, tanto più che in questo caso la ricerca è stata finanziata ed agevolata dagli Stati. Eppure, di questo argomento, che a mio avviso dovrebbe essere della massima importanza, si tace. E la Comunità Europea di recente, in una riunione del WTO (l&#8217;organismo che si occupa del commercio mondiale) ha espresso opinione contraria alla sospensione dei brevetti. Sentite che cosa scrivono due illustri economiste, non certo sospette di estremismo, <strong>Jayati Ghosh</strong> e <strong>Mariana Mazzucato</strong>, su &#8216;L&#8217;anno che verrà&#8217;, supplemento di &#8216;la Repubblica&#8217; del 2 gennaio scorso: &#8216;Non possiamo fare affidamento solo su iniziative di beneficenza&#8230;A creare valore per l&#8217;innovazione sanitaria sono in molti, ovvero istituti di ricerca, aziende, governi, organizzazioni internazionali, enti filantropici, scienziati e partecipanti a sperimentazioni. I frutti di questo lavoro collettivo non dovrebbero restare esclusivamente nelle mani delle aziende farmaceutiche la cui principale priorità è massimizzare i rendimenti per gli azionisti. Questo approccio ha prolungato la pandemia e minato la ripresa economica. Il valore creato collettivamente deve essere governato collettivamente&#8230; Questi vaccini hanno beneficiato di finanziamenti pubblici senza precedenti, ma rimangono in gran parte sotto il controllo esclusivo di monopoli privati&#8230; Un manipolo di Paesi ricchi ha bloccato una proposta ampiamente supportata dall&#8217;Organizzazione Mondiale del Commercio che prevedeva di rinunciare ai diritti sulla proprietà intellettuale per le tecnologie correlate alla pandemia, di fatto anteponendo gli interessi delle società farmaceutiche all&#8217;equità ed alla solidarietà sanitaria globale&#8217;. Più chiaro di così! Mettiamo pure da parte ogni sentimento solidaristico (che pure dovremmo intensamente provare, altro che deridere continuamente il &#8216;buonismo&#8217;!). Facciamo appello solo all&#8217;egoismo: se non vogliamo continuare così, dobbiamo permettere a tutti di vaccinarsi.</p>
<p>Per la cronaca, le lettere dell&#8217;alfabeto greco sono ventiquattro!</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
<p>* Da una vignetta di Altan pubblicata su &#8216;l&#8217;Espresso&#8217; il 2 gennaio scorso</p>
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		<title>Giovanni Gentile, &#8216;Il filoso in camicia nera&#8217; al &#8216;Filo&#8217;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 27 Nov 2021 10:34:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Mimmo Franzinelli, uno dei maggiori storici italiani del periodo fascista, ha presentato nei giorni scorsi a Cremona, al Teatro Filodrammatici, la sua ultima fatica: &#8216;Il filosofo in camicia nera. Giovanni Gentile e gli intellettuali di Mussolini&#8217;, edito da Mondadori. Tutti i libri precedenti di Franzinelli presentati sempre a Cremona, al Filo, quasi sempre appena usciti, [&#8230;]</p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/giovanni-gentile-il-filoso-in-camicia-nera/">Giovanni Gentile, &#8216;Il filoso in camicia nera&#8217; al &#8216;Filo&#8217;</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Mimmo Franzinelli</strong>, uno dei maggiori storici italiani del periodo fascista, ha presentato nei giorni scorsi a Cremona, al Teatro Filodrammatici, la sua ultima fatica: &#8216;Il filosofo in camicia nera. <strong>Giovanni Gentile</strong> e gli intellettuali di Mussolini&#8217;, edito da Mondadori. Tutti i libri precedenti di Franzinelli presentati sempre a Cremona, al Filo, quasi sempre appena usciti, sono libri &#8216;problematici&#8217;: nel senso che pongono problemi, non sono libri &#8216;a tesi&#8217; ma, grazie ad una documentazione vastissima e spesso inedita, ricostruiscono gli eventi e lasciano poi al lettore di trarre le conclusioni. Così è stato per &#8216;Il Tribunale del Duce&#8217;, per &#8216;Tortura&#8217;, per &#8216;Fascismo Anno 0. 1919&#8217; e per tutti gli altri. Questo vale ancor più per &#8216;Il filosofo in camicia nera&#8217;. Tratta in particolare, come dice il titolo, della vita e della morte di <strong>Giovanni Gentile</strong>. In realtà, inevitabilmente, tratteggia un&#8217;intera epoca. Giovanni Gentile (1875-1944) fu, insieme a <strong>Benedetto Croce</strong>, il più noto filosofo italiano nei primi quindici-vent&#8217;anni del Novecento. Entrambi idealisti (seguaci della versione italiana della filosofia di Hegel), si differenziavano su alcune questioni che qui non possiamo esaminare. Queste differenze non impedirono ai due di essere amici, fino alle diverse scelte politiche di fronte all&#8217;affermarsi del fascismo. A dire il vero, già davanti all&#8217;intervento dell&#8217;Italia nella Grande Guerra avevano assunto posizioni differenti: decisamente interventista Gentile, assai tiepido Croce. Ma fu di fronte al fascismo che i due si divisero e l&#8217;amicizia divenne vera inimicizia. Croce (e molti altri liberali, fra cui lo stesso <strong>Giolitti</strong>) guardarono con favore al fascismo, all&#8217;inizio. Lo ritennero utile contro il pericolo &#8216;rosso&#8217;! Non dimentichiamo infatti che il primo governo Mussolini fu un governo di coalizione, comprendente, oltre ai fascisti, liberali e cattolici popolari. Grande fu la responsabilità che liberali e popolari si assunsero! Ben presto, però, compresero che il fascismo non sarebbe stato fenomeno provvisorio e &#8216;gestibile&#8217; e che la sua natura dittatoriale e totalitaria non era modificabile. Così Croce si schierò apertamente contro il Regime. Gentile, invece, nominato ministro da Mussolini con pieni poteri per la riforma della scuola, fu affascinato dalla figura del Duce e si schierò apertamente dalla parte del fascismo. Dopo il rapimento e l&#8217;uccisione di <strong>Giacomo Matteotti</strong>, quando veramente Mussolini fu in difficoltà ed il sistema sembrò sul punto di crollare come un castello di carte, Gentile si schierò dalla parte di Mussolini e nel gennaio del &#8217;25 esaltò il pugno di ferro con cui Mussolini reagì alla crisi ed instaurò la dittatura. Durante il Ventennio, Gentile svolse il ruolo di ideologo del Regime, fino ad imporre il giuramento di fedeltà al fascismo per i professori universitari. Condizionò moltissimo la cultura italiana, piegando la storia e la filosofia alla politica fascista. Teorizzò un inesistente nesso risorgimento (Mazzini soprattutto)-fascismo. Immaginò una linea filosofica italo-tedesca Vico-Kant in opposizione all&#8217;empirismo inglese ed all&#8217;illuminismo francese! Parte dell&#8217;arretratezza della cultura italiana è stata sua responsabilità. Ed anche dell&#8217;immagine dell&#8217;intellettuale. Colpisce, infatti, l&#8217;attaccamento al potere, al prestigio e soprattutto ai danari che abbondantemente il Regime elargiva. C&#8217;è una nota a mano di Mussolini, sul foglio dell&#8217;ennesima richiesta: &#8216;Ecco un filosofo che sa fare i suoi interessi!&#8217;. L&#8217;incarico più prestigioso fu indubbiamente quello di direttore generale della Enciclopedia Treccani. In questo ruolo, fece lavorare anche intellettuali antifascisti, un po&#8217; per desiderio di pacificazione ma soprattutto perché certo non potevano scrivere articoli antifascisti e poi in certi settori erano i migliori se non gli unici. E&#8217; soprattutto nel &#8217;43, però, che Gentile si assunse quella responsabilità che probabilmente portò i partigiani comunisti fiorentini a condannarlo a morte. Dopo l&#8217;8 settembre, superato un periodo di incertezza, si schiera apertamente con la Repubblica di Salò ed arriva ad inneggiare al &#8216;condottiero della grande Germania&#8217;. Franzinelli rivela che fra le ragioni che lo portarono ad una esaltazione così marcata del nazifascismo vi fu anche il ricatto vero e proprio messo in atto dalle autorità tedesche (e subìto passivamente dalle italiane), che avevano internato il figlio Federico in un campo di concentramento e facevano intendere che fosse necessario un più chiaro pronunciamento pubblico del filosofo. Infatti Gentile, fra i repubblichini rappresentava l&#8217;ala moderata, invocava la &#8216;pacificazione&#8217; del Paese ed era odiatissimo dai fascisti intransigenti e filogermanici come <strong>Farinacci</strong>, <strong>Pavolini</strong> e, a Firenze, <strong>Carità</strong>. Subito dopo la sua uccisione, prima che venisse rivendicato dai partigiani, la voce corrente attribuiva l&#8217;attentato al criminale Carità. Ancora oggi qualcuno sostiene questa tesi. Altri attribuiscono la responsabilità ai servizi segreti britannici (che comunque approvarono l&#8217;uccisione, perché certo non volevano alcuna &#8216;pacificazione&#8217; ma la resa senza condizioni).</p>
<p>Franzinelli dimostra, documenti alla mano, come sono andate le cose. Gentile non si rese conto della situazione, tanto che non aveva alcuna scorta armata: ogni &#8216;pacificazione&#8217; era irrealistica, lo scontro era ormai diretto e feroce. A Firenze in particolare i nazifascisti mostrarono il loro volto peggiore (ed è tutto dire!). I partigiani comunisti colpirono senza pietà e facilmente, nell&#8217;aprile del &#8217;44. Gli organi nazionali del Pci e del Cln approvarono, a posteriori, la scelta. Gli Alleati pure e Radio Londra (ove Treves commentava i fatti) fu durissima. Solo <strong>Parri</strong> e <strong>Valiani</strong> criticarono la scelta. Comunque la si pensi, il libro di Fanzinelli &#8216;fa il punto&#8217;, come si suol dire, ed è assolutamente da leggere.</p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://vittorianozanolli.it/wp-content/uploads/2021/11/FRANZINELLIlocandina-filo-2021-11-21.pdf">FRANZINELLIlocandina filo 2021-11-21</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://vittorianozanolli.it/giovanni-gentile-il-filoso-in-camicia-nera/">Giovanni Gentile, &#8216;Il filoso in camicia nera&#8217; al &#8216;Filo&#8217;</a> proviene da <a href="https://vittorianozanolli.it">Vittoriano Zanolli</a>.</p>
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		<title>2 Giugno. La Costituzione siamo noi, la nostra storia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 02 Jun 2021 08:22:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sono passati 75 anni dal 2 giugno 1946, quando il popolo italiano scelse la Repubblica ed i propri rappresentanti nella Costituente. Tempo un anno e mezzo e l&#8217;Italia avrebbe avuto la Costituzione, approvata a grande maggioranza, entrata in vigore il primo gennaio 1948. Parlare del 2 giugno è quindi essenzialmente parlare della Costituzione, delle sue [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Sono passati 75 anni dal 2 giugno 1946, quando il popolo italiano scelse la Repubblica ed i propri rappresentanti nella Costituente. Tempo un anno e mezzo e l&#8217;Italia avrebbe avuto la Costituzione, approvata a grande maggioranza, entrata in vigore il primo gennaio 1948. Parlare del 2 giugno è quindi essenzialmente parlare della Costituzione, delle sue origini, della forma repubblicana, del grado di realizzazione, della sua attualità o meno.<strong> Piero Calamandrei</strong>, fine costituzionalista ed integerrimo uomo politico, pone meglio di altri il tema delle origini, remote e recenti, della nostra Costituzione. Ed individua un nesso inscindibile tra le une e le altre, quelle recenti e quelle lontane; comunque un legame forte fra l&#8217;elaborazione del passato, essenzialmente quello risorgimentale, e la storia recente vissuta dai Costituenti. Anche in questo caso, non si capisce il presente se non si conosce ciò che l&#8217;ha preceduto!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il legame col passato è ribadito con forza da Calamandrei.</span><i><span style="font-weight: 400;"> &#8216;In questa Costituzione&#8230; c&#8217;è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli si sentono delle voci lontane&#8217;. </span></i><span style="font-weight: 400;">Così Calamandrei diceva, in un famoso discorso sulla Costituzione tenuto agli universitari milanesi, nella sede della Società Umanitaria, il 26 gennaio 1955 (l&#8217;anno successivo Calamandrei sarebbe deceduto):</span><i><span style="font-weight: 400;"> &#8216;Quando io leggo nell&#8217;articolo 2 &#8216;l&#8217;adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale&#8217;, o quando leggo, nell&#8217;articolo 11 &#8216;l&#8217;Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli&#8217;&#8230; dico: ma questo è Mazzini! Questa è la voce di Mazzini! O quando io leggo nell&#8217;articolo 8 che &#8216;tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge&#8217; ..: ma questo è Cavour! O quando leggo nell&#8217;articolo 5 che &#8216;la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali&#8217;&#8230;. : ma questo è Cattaneo! O quando io leggo nell&#8217;articolo 52, a proposito delle forze armate, che &#8216;l&#8217;ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica&#8217; e che &#8216;la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino&#8217; : ma questo è Garibaldi! E quando leggo nell&#8217;articolo 27 che &#8216;le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità&#8217; e che &#8216;non è ammessa la pena di morte&#8217;, mi vien da esclamare, o studenti milanesi : ma questo è Beccaria!”.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come vedete, il riferimento è essenzialmente al Risorgimento italiano (con l&#8217;eccezione di Beccaria). In effetti, da molti protagonisti della Resistenza italiana, soprattutto da quelli di estrazione borghese ed intellettuale, la lotta di liberazione fu vista come un “Secondo Risorgimento” (ma affrontare questo argomento ci porterebbe fuori tema).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Subito, però, Calamandrei, dopo aver ribadito le origini risorgimentali della Costituzione, afferma: &#8216;</span><i><span style="font-weight: 400;">Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa Costituzione! Dietro ad ogni articolo di questa Costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa Carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti&#8217;. </span></i><span style="font-weight: 400;">Calamandrei conclude poi con parole</span> <span style="font-weight: 400;">divenute celebri:</span><i><span style="font-weight: 400;"> &#8216;Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra Costituzione&#8217;.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ecco: questo legame fra presente e passato dobbiamo sempre avere in mente quando parliamo di Costituzione: è un intreccio indissolubile. Delle origini lontane abbiamo accennato (ed approfondiremo in altro momento). Le origini recenti erano per Calamandrei antifascismo e Resistenza. E&#8217; una verità indubbia: Repubblica e Costituzione sono nate in quel contesto, sono figlie dell&#8217;antifascismo e della Resistenza, sono frutto della convergenza di diverse tradizioni politiche ed ideali. Per questo la nostra Costituzione è stata votata dalla stragrande maggioranza della Assemblea Costituente e non a caso l&#8217;unità s&#8217;è mantenuta anche dopo la rottura politica del &#8217;47.. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sulla base dei grandi princìpi dell&#8217; Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti, della Costituzione francese del 1793, della Costituzione Romana del 1849, del Risorgimento, si  sono confrontati nel 1946-&#8217;47 uomini e donne di formazione cattolica (a lungo la Chiesa è stata ostile od estranea al Risorgimento), liberaldemocratica e marxista. Hanno accentuato, quasi sempre in accordo, i Valori sociali e comunitari, con una decisa limitazione della libertà privata a vantaggio del bene pubblico. Valori della solidarietà sociale, l&#8217;idea di un bene comune. Valori che nelle Costituzioni precedenti erano solo  &#8216;in nuce&#8217;. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dice giustamente Calamandrei che in ogni Costituzione vi è una polemica contro il passato recente. Nella nostra è chiara la polemica contro il Fascismo.</span><i><span style="font-weight: 400;"> ìSe voi leggete la parte della Costituzione che si riferisce ai rapporti civili e politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate, riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute: quindi polemica nella parte dei diritti dell&#8217;uomo e del cittadino, contro il passato&#8217;.</span></i><span style="font-weight: 400;"> La libertà è come l&#8217;aria: ci si accorge quanto sia preziosa quando viene a mancare! E la Costituzione vuol fare in modo che ciò non avvenga mai più&#8230;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma vi è anche, nella nostra Costituzione, nota sempre Calamandrei, una polemica contro la società presente. E questo viene dalla lotta di liberazione, che fu sì lotta patriottica contro lo straniero e lotta di libertà contro la dittatura ma anche aspirazione, magari confusa, ad un cambiamento sociale. Spesso lo si dimentica o lo si sottovaluta. Ricordiamoci le condizioni dell&#8217;Italia di allora&#8230; Lo spietato sfruttamento nelle campagne e nelle fabbriche, la miseria , la sottomissione (Di Vittorio: &#8216;Il nostro merito maggiore è stato insegnare ai cafoni meridionali a non togliersi il cappello davanti al padrone”)&#8230;</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Costituzione è, dunque, anche una critica al potere costituito&#8230; La Costituzione riconosce e, per così dire, istituzionalizza l&#8217;impegno al cambiamento. L&#8217;articolo 3 recita: &#8216;</span><i><span style="font-weight: 400;">E&#8217; compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che impediscono il pieno sviluppo della persona umana&#8217;.</span></i><span style="font-weight: 400;"> E Calamandrei chiosa: &#8216;</span><i><span style="font-weight: 400;">Riconosce, con questo, che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto, e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo, contro l&#8217;ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare, attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani&#8217;.</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L&#8217;idea che la società così com&#8217;è, con le sue strutture e le sue ingiustizie, non è data per natura, non è immodificabile; questa idea, presente in tutti i movimenti progressisti del passato, viene riaffermata dalla Resistenza. E passa nella Costituzione, che &#8216;</span><i><span style="font-weight: 400;">in parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno, un lavoro da compiere&#8217;&#8230; &#8216;non è una Costituzione immobile&#8230; E&#8217; una Costituzione che apre le vie verso l&#8217;avvenire&#8217;</span></i><span style="font-weight: 400;"> (ancora Calamandrei).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">A mio avviso, forse l&#8217;insegnamento più grande che possiamo trarre da queste parole è che dal male (e che male!) il bene non nasce da solo. Che la Costituzione è solo carta, se non la facciamo vivere, se non la attuiamo. Se le sue prescrizioni non sono assunte almeno come indicazioni di tendenza nell&#8217;agire. La Costituzione non è solo da difendere, ma soprattutto da attuare! </span></p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong><span style="font-weight: 400;"><strong> </strong>           </span></p>
<p><span id="more-3062"></span></p>
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		<title>Napoleone, fu vera gloria? Ambiguità anche nel giudizio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 May 2021 23:42:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Abbiamo visto nella prima parte le ragioni per cui vi sono storici e cultori che danno un giudizio negativo su Napoleone. Cerchiamo ora di sintetizzare le ragioni dei molti, forse in numero maggiore dei primi, che lo giudicano in modo positivo e pensano che grande sia stato il suo contributo allo sviluppo della moderna civiltà [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Abbiamo visto nella prima parte le ragioni per cui vi sono storici e cultori che danno un giudizio negativo su Napoleone. Cerchiamo ora di sintetizzare le ragioni dei molti, forse in numero maggiore dei primi, che lo giudicano in modo positivo e pensano che grande sia stato il suo contributo allo sviluppo della moderna civiltà borghese. A ben considerare, la base delle varie argomentazioni per controbattere le critiche è la stessa: in quel periodo i Potenti ed i loro seguaci si comportavano più o meno tutti allo stesso modo nelle questioni che di solito sono addotte per motivare un giudizio negativo su Napoleone. Le guerre? E&#8217; vero, Napoleone non ebbe scrupoli nell&#8217;uccidere e rapinare; ma lo stesso fecero Nelson, i generali russi ed i comandanti austriaci. La Chiesa? Napoleone la strumentalizzò, ma lo stesso fecero, seppure in forme diverse, gli Asburgo e tutti gli Stati dell&#8217;Ancien Régime, per i quali la Chiesa (cattolica, ortodossa o protestante) era un sostegno all&#8217;esercizio dispotico del potere. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per quanto riguarda la schiavitù, una parte considerevole dell&#8217;economia del tempo si reggeva su questo sistema e la concorrenza in certi campi non sarebbe stata alla pari se la Francia avesse mantenuto l&#8217;abolizione. Per quanto attiene alle donne, poi, in quasi tutti i Paesi d&#8217;Europa la condizione femminile era assai più subordinata al maschio di quanto non lo fosse nel Codice Napoleonico. E l&#8217;Italia? Ma che cos&#8217;era l&#8217;Italia del tempo se non davvero &#8216;un&#8217;espressione geografica&#8217; e perché mai Napoleone avrebbe dovuto favorire l&#8217;unità e l&#8217;indipendenza di un Paese ai confine della Francia quando avrebbe potuto farne un satellite obbediente?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La &#8216;difesa&#8217; di Napoleone è quindi fondata su di un principio storicistico: tutto ciò che è avvenuto ha un senso, una propria legittimità proprio perché avvenuto. Nel caso di Bonaparte, poi, la visione &#8216;storicistica&#8217; si fa forte di un (abusato) giudizio di Hegel. Vedendo passare Napoleone a cavallo, a Jena, dopo la battaglia (ottobre 1806), il grande filosofo idealista avrebbe detto: &#8216;Ho visto passare lo spirito del mondo a cavallo&#8217; o qualcosa di simile. A parte le forzature, la visione storicistica  parte da lì. La frase di Hegel viene interpretata come giustificazionista: Napoleone rappresenta lo spirito del mondo, nel bene e nel male. E quindi è un elemento progressivo, che verrà sì negato dagli avversari (antitesi) ma che porrà le premesse per ulteriori passi avanti nella storia (sintesi). E&#8217; un modo di argomentare oggi in voga anche per altri temi. Con molti elementi di verità, specie di fronte ad alcune ridicole estremizzazioni del politicamente corretto. Qualcuno critica Cristoforo Colombo, i conquistadores, gli schiavisti del sette-ottocento? Sbagliato: per capire Colombo e gli altri occorre capire il loro tempo, inserirli in quel tipo di società, con quei valori e quella mentalità. Una  visione storicistica, dunque. Si assiste ancora, negli Usa soprattutto, allo scontro fra Storia &#8216;giustificatrice&#8217; e Storia &#8216;giustiziera&#8217; (così si esprimeva Benedetto Croce): una teoria della Storia secondo cui le idee e gli eventi hanno una loro giustificazione nel &#8216;clima&#8217; dell&#8217;epoca; ed una teoria che, invece, esprime giudizi e spesso condanne. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ecco allora gli schieramenti avversi  battersi pro o contro Cristoforo Colombo, Cortés, gli schiavisti ecc. e le loro statue. Quando vediamo in televisione o leggiamo sui giornali di monumenti imbrattati o, viceversa, di entusiastiche celebrazioni, dobbiamo sapere che si stanno confrontando due diverse visioni della storia. Personalmente, penso siano sbagliate le estremizzazioni e che, certamente, anzitutto occorra conoscere, capire le situazioni; ma che alla fine un giudizio bisogna pur trarlo, soprattutto se nello stesso periodo, nelle stesse condizioni, vennero fatte scelte diverse o sostenute teorie opposte a quelle dominanti (senza abbattere statue, beninteso!).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Torniamo a Napoleone ed abbandoniamo la interessante discussione in corso sul senso della storia. Oltre a quanto richiamato, vi sono alcune ragioni indiscutibili da segnare &#8216;a favore&#8217; di Napoleone, scelte che non erano comuni a tutti i Governi dell&#8217;epoca. Anzitutto la grande attenzione alla scuola, alla cultura, alla scienza, alla tecnica. Il suo Governo creò istituti tecnici, licei scientifici, politecnici, musei (il Louvre ma anche musei naturalistici). E poi una grande cura per la statistica e la modernizzazione dell&#8217;apparato statale. Ed ancora una politica di lavori pubblici (strade, ponti, edifici pubblici, canali, teatri, scuole&#8230;) seguita per ragioni militari e di propaganda ma anche per lenire la disoccupazione, per abbellire borghi e città e migliorare i servizi. Ed infine un insieme di provvedimenti per favorire commercianti ed artigiani, professionisti e &#8216;quadri&#8217; (diremmo oggi). Più in generale, grande merito di Napoleone fu l&#8217;aver portato in primo piano il merito (scusate il gioco di parole). Al di là della nascita, quel che contava era il merito, la capacità. Famosa la massima secondo cui, nell&#8217;esercito, ogni soldato, anche di umili origini, portava potenzialmente nel tascapane il bastone di Maresciallo di Francia. Anche a Cremona i Birago, i Sacchini, i Manini divennero ministri, generali, amministratori senza essere nobili. Grande merito fu l&#8217;aver creduto nell&#8217;individuo, al di là della nascita e del censo!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In conclusione: Napoleone ha posto fine all&#8217;instabilità rivoluzionaria (la Rivoluzione che divora i propri figli) durata diversi anni, sia per gli interventi militari esterni che per convulsioni interne. Ma ha salvato alcune conquiste della Rivoluzione. Sociali, politiche e culturali: la distribuzione delle terre ai contadini, una maggiore laicità, regole precise nel codice civile, carriere basate sul merito e non sulla nascita. In fin dei conti, Napoleone, se da un lato ha soffocato le più avanzate conquiste della Rivoluzione dall&#8217;altro ne ha consolidato alcune ed evitato che venissero travolte tutte dalla Restaurazione. Rimarrà sempre comunque una ambiguità nel giudizio. Se ci mettiamo dal punto di vista &#8216;realistico&#8217;, di chi afferma che la storia in fin dei conti non si fa con i &#8216;se&#8217;, il giudizio su Napoleone sarà sempre prevalentemente positivo. Se ci mettiamo invece dal punto di vista di chi pensa che nella storia non tutto sia determinato ma vi fossero sempre alternative possibili, allora il giudizio sarà prevalentemente negativo. Anche in questa ambiguità consiste il fascino e l&#8217;attualità di Napoleone Bonaparte.</span></p>
<p><strong>Gian Carlo Corada</strong></p>
<p>(seconda parte)</p>
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		<title>Napoleone, le celebrazioni che dividono. Fu vera gloria?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gian Carlo Corada]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 May 2021 08:16:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fu vera gloria? Si chiede Alessandro Manzoni nell&#8217;ode &#8216;Cinque maggio&#8217;, scritta di getto nel luglio del 1821, dopo avere letto la notizia della morte, il cinque maggio appunto, di Napoleone Bonaparte. Manzoni lascia &#8216;ai posteri l&#8217;ardua sentenza&#8217;, anche se sappiamo essere stato affascinato dall&#8217;indubbia grandezza del personaggio. Per duecento anni il quesito si è riproposto, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Fu vera gloria? Si chiede Alessandro Manzoni nell&#8217;ode &#8216;Cinque maggio&#8217;, scritta di getto nel luglio del 1821, dopo avere letto la notizia della morte, il cinque maggio appunto, di Napoleone Bonaparte. Manzoni lascia &#8216;ai posteri l&#8217;ardua sentenza&#8217;, anche se sappiamo essere stato affascinato dall&#8217;indubbia grandezza del personaggio. Per duecento anni il quesito si è riproposto, con  risposte le più diverse. Su Napoleone sono stati scritti circa 85.000 libri; 40 solo da gennaio di quest&#8217;anno, grazie anche alla ricorrenza del duecentesimo anniversario della sua morte. Sono stati girati più di 1000 film. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Oggi il dibattito, come si usa dire, ferve più che mai! In Francia è iniziato da tempo e pare interessare pure il lettore non specialista, lo spettatore magari distratto da telefilm e talk-show, il cittadino &#8216;qualunque&#8217; insomma. In Italia la discussione non sembra suscitare così appassionati contrasti di tifoserie. Il Corriere della sera ha dedicato quasi l&#8217;intero numero del suo supplemento culturale settimanale, &#8216;La Lettura&#8217;, a Napoleone; così ha fatto La Repubblica con il suo supplemento, &#8216;Robinson&#8217;. Altri grandi quotidiani ne hanno trattato, alcune reti televisive ne hanno accennato, diversi saggi sono usciti. Senza però suscitare la passione viva fra i nostri vicini d&#8217;Oltralpe. Forse è persino un bene che sia così, perché abbiamo l&#8217;occasione di essere più obiettivi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Dunque: che giudizio possiamo dare di Napoleone Bonaparte? La risposta non può che essere molto articolata e molto personale. Vista la complessità, la dividerei in due parti: una prima, che comprende le principali motivazioni per cui molti, storici e non, danno della sua figura e del suo operato un giudizio negativo; una seconda, in cui invece elenco le ragioni di un giudizio positivo e cerco di trarre delle (personali e provvisorie) conclusioni. Partiamo, dunque, da alcuni &#8216;campi&#8217; in cui il giudizio, a parere di molti, non può che essere prevalentemente negativo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Le guerre.</strong> E la crudeltà in guerra. Napoleone mise a ferro e fuoco l&#8217;Europa, all&#8217;inizio per difendere la Francia e la Rivoluzione, ma poi per &#8216;volontà di potenza&#8217;, per imporre la supremazia sua e della Francia. Si calcola che morissero, in quelle guerre, più di un milione di soldati! Molti erano italiani e quasi sempre povera gente: la leva era obbligatoria, ma i ricchi potevano comprarsi l&#8217;esenzione pagando un sostituto. Quanto ai metodi, Napoleone al bisogno andava per le spicce: chi si opponeva veniva fucilato o comunque punito se non si sottometteva. In un caso, poi, fece uccidere 3000 prigionieri turchi per il semplice fatto che non poteva liberarli né mantenerli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>L&#8217;Italia.</strong> Nei confronti del nostro Paese Napoleone seguì una politica di sfruttamento, depredandolo di opere d&#8217;arte e ricchezze di vario genere. Pur facendosi incoronare &#8216;Re d&#8217;Italia&#8217; ed usando per il suo Regno parole di apprezzamento (a volte; a volte invece di disprezzo, pensando probabilmente alla Corsica, zona considerata arretrata e barbara dai francesi, che da poco ne erano venuti in possesso), non considerò mai la possibilità di un&#8217;Italia unita e la vide sempre in funzione della grandezza della Francia, sua personale e della sua famiglia. L&#8217;immagine di un Napoleone liberale, apostolo dell&#8217;unità ed indipendenza dei popoli, nasce dopo la sua morte, grazie soprattutto al cosiddetto &#8216;Memoriale di Sant&#8217;Elena&#8217;, opera del 1823, di grande successo, in cui dà di se stesso una  immagine romantica e di fatto crea un mito per i patrioti italiani ed europei dei decenni successivi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>La religione.</strong> Napoleone abbandona l&#8217;acceso anticattolicesimo della Rivoluzione e questo potrebbe essere un bene. Ma lo fa in un&#8217;ottica che potremmo definire cesaropapistica! La fede e la Chiesa cattolica sono visti come fattori di stabilità e ordine sociale. &#8216;Togliete la fede al popolo e moltiplicherete i ladri di strada&#8217; scrive. La fede come &#8216;instrumentum regni&#8217;, dunque. I contenuti gli sono indifferenti: quand&#8217;è in Egitto si dichiara musulmano (per poi, a Sant&#8217;Elena, scherzarci su). Lascia quindi molti privilegi alla Chiesa cattolica, ma la controlla strettamente. Nel 1806 si arroga il diritto di nominare un terzo dei cardinali e nel 1809 fa addirittura arrestare il Papa. Suoi modelli sono Carlo Magno, Federico II, gli imperatori insomma che tentarono di governare i papi e subordinare la Chiesa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>La schiavitù.</strong> Sulla schiavitù l&#8217;atteggiamento di Napoleone fu assolutamente retrogrado. Nel 1794 la Francia aveva abolito la schiavitù nelle sue colonie di Haiti e Guadalupa. L&#8217;altra colonia francese, la Martinica, venne occupata dagli inglesi e lì la schiavitù rimase, come in tutti i possedimenti inglesi. Quando, nel 1802, questa colonia tornò francese, Napoleone, con la scusa di uniformare il regime giuridico in tutte le colonie, reintrodusse la schiavitù anche nelle prime due. I grandi proprietari terrieri gli furono grati!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><strong>Le donne.</strong> Opinione abbastanza diffusa è quella che vuole Napoleone favorevole all&#8217;emancipazione femminile. Nulla di più falso. A Napoleone le donne piacevano, eccome! Ma le considerava uno svago, utili al &#8216;riposo del guerriero&#8217;; le voleva docili e sottomesse. Nel suo Codice Civile la moglie deve obbedienza al marito, non può prendere impegni senza il suo consenso, non ha difesa dalle violenze domestiche. Anche in questo caso, un bel passo indietro rispetto alle conquiste della Rivoluzione!</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Allora perché è diffuso un giudizio positivo su Napoleone? Perché, tanto per citare un caso, il Corriere della sera titola a tutta pagina: &#8216;Processo a Napoleone. Assolto&#8217;? E perché milioni di persone lo seguirono e lo amarono ed ancora lo venerano? Nella seconda parte cercheremo di scoprirne le ragioni.</span></p>
<p><strong> Gian Carlo Corada</strong></p>
<p>(prima parte)</p>
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