Spesso i politici raccontano una realtà virtuale, corrispondente ai loro desideri. Poi arriva una cittadina amareggiata per l’ecatombe dei negozi in corso Campi e in corso Garibaldi a Cremona e tutto diventa chiaro. Semplice. Disarmante. Concreto.
Colpo al cuore alla fiera delle illusioni, l’intervento smaschera l’inconsistenza dello storytelling degli amministratori locali. Ma Ivana Cremaschini va oltre. Non si limita a evidenziare la ferita, propone anche una cura facile e di buon senso. «Una città – sottolinea – rinasce quando smette di inseguire ciò che non può più essere e comincia finalmente a immaginare ciò che può diventare» (Cremonasera, 6 marzo).
Il ragionamento sta d’incanto anche per il vorrei ma non posso di Cremona che imballa l’intero territorio e favorisce il distacco del capoluogo dalle realtà periferiche.
Agevolati dalla diminuita influenza dei partiti, dall’affievolirsi dell’ideologia, da una maggiore autonomia di giudizio e di scelta, i sindaci si sono affrancati dalla sudditanza psicologica verso il capoluogo. Meno disposti ad alzare la mano a comando, agiscono in base a valutazioni legate alle necessità e ai bisogni dei propri Comuni. Non è un aiuto per la coesione provinciale la pervicacia di una classe politica che invece di affrontare la propria irrilevanza regionale si pavoneggia in un’overdose di progetti e promesse con scarso futuro. Non è uno stimolo al confronto la scarsa propensione dei partiti a dialogare in modo paritario con gli amministratori pubblici del territorio. Un gap che non si supera con insignificanti convegni e sterili incontri pubblici. Con tavoli di lavoro e di confronto interessanti solo nel titolo. Con molte chiacchiere. Con poca sostanza. Non si giustifica l’inerzia con la minestra riscaldata e scotta.
Non si rilancia il territorio con la persistente miopia di politici e amministratori locali incapaci di una progettualità diversa da «quella che non può più essere».
Non si vincono le sfide del cambiamento con generali di serie B. Con politici pompati dagli anabolizzanti dei media dell’establishment. Con gli avatar del potere, insuperabili per l’arroganza e un po’ meno per le decisioni strategiche. Con l’io ipertrofico. Con un elevato rischio di shock anafilattico per intolleranza alle critiche.
La vicenda sul nuovo statuto di Padania Acque, con i soci divisi e in tanti disallineati dalla posizione di Cremona, è l’ultimo esempio di una spaccatura netta tra la presunta stella polare provinciale e il resto del firmamento.
I partiti, un tempo padri padroni, hanno perso autorevolezza. Da corpi intermedi si sono ridotti ad agenzie di collocamento. Spesso in lobbisti per gli stakeholder locali. In difficoltà a catalizzare un ampio consenso politico, badano ai propri interessi, i quali non sempre coincidono con quelli dei sindaci, soprattutto nei piccoli Comuni e se eletti con liste civiche.
Il Pd non è messo benissimo. Al di là delle divergenze tra la repubblica del Torrone e quella del Tortello, sulla citata vicenda di Padania Acque, segnali di nervosismo e di sfumati distinguo sono emersi durante la recente assemblea provinciale per la nomina del nuovo segretario. Dalle cronache giornalistiche e da alcune testimonianze è emerso che Crema scalpita e morde il freno. Due calibri da novanta del Pd cremasco, Matteo Piloni, nel ruolo di Padre Brown, e Stefania Bonaldi, in quello di gazzosina alla menta, si sono mostrati cauti sul vogliamoci tutti bene. Con eleganza e prudenza hanno lasciato intendere che non tutto va bene madama la marchesa. Anzi, c’è qualcosa da rivedere.
Il Pd provinciale è la fotografia sfocata della falange macedone del tempo che fu. Non è però un’armata Brancaleone. Assomiglia piuttosto a un gruppo di Auto Mutuo Aiuto (AMA) di militanti confusi privi di un leader carismatico.
Luciano Pizzetti, presidente del Consiglio comunale di Cremona, possiede i numeri per ricoprire il ruolo, ma è troppo impegnato a interpretare quello di sindaco ombra. Di stampella ad Andrea Virgilio, il sindaco effettivo. A Pizzetti non giova la propensione a salire in cattedra per impartire lezioni di politica a tutti, compagni e avversari. Le quattro pagine di intervista pubblicate da Mondo Padano in due puntate lo confermano. Gli nuoce il feeling con Marcello Ventura, coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia. Infine non rientra tra le medaglie da appendere al petto l’inversione ad U sul nuovo ospedale, da lui prima bollato come il diavolo, poi esaltato come il messia.
Fratelli d’Italia è messa peggio. A Cremona è un partito, a Crema un altro. In riva al Po segue una linea, in riva al Serio un’altra. Il risultato? È un ibrido: un Fratelli Coltelli. Ma anche un Ogm: un Fratelli Piddini Cremonesi (FPC) generato dalle relazioni pericolose tra i due partiti. E diventa difficile stabilire chi sia il visconte di Valmont e chi la marchesa de Merteuil.
Sconcerta la palese idiosincrasia di Ventura per il Cremasco, in contrasto con la funzione di coordinatore provinciale il cui compito è unire. Non dividere.
Stupisce il comportamento bipolare del partito su due questioni che non sono acqua fresca. Durante l’assemblea per il nuovo statuto di Padania Acque, Fratelli d’Italia si è schierato con il Pd cremonese senza essere seguito dai meloniani cremaschi. Stessa dinamica per il successivo esposto sul medesimo argomento inoltrato al prefetto dal centrodestra: ok a Crema, niet a Cremona.
Altra storia per i due esposti relativi al servizio rifiuti assegnato ad Aprica dal Comune del capoluogo. Entrambi inviati dai consiglieri comunali di centrodestra all’Autorità Nazionale Anticorruzione e alla Corte dei Conti, sono stati entrambi sottoscritti da Fratelli d’Italia.
Ma qui c’è un’altra sorpresa: la Lega si è defilata e non li ha firmati. Perché ha condiviso due esposti su Padania Acque e non i due su Aprica?
La risposta è importante, ma più significativa è l’asimmetria dei comportamenti del centrodestra. Crea confusione. Indica un’anarchia politica incomprensibile per il cittadino digiuno o poco esperto delle dinamiche dei partiti locali. Si trasforma in brodo di coltura per il qualunquismo già dilagante. Aumenta la disaffezione dei cittadini verso la politica. Mina la credibilità delle istituzioni.
Dal disastro merita di essere salvata Paola Tacchini del Movimento 5 Stelle-Cremona Cambia musica. Nessun volo pindarico, ma molta diligenza nello svolgere il compito di consigliera critica che stigmatizza i giri sull’ottovolante della maggioranza. Ha autografato tutti gli esposti cremonesi.
Una segnalazione speciale per Alessandro Portesani, di Novità a Cremona. Ha onorato il nome della lista. Coerente e caparbio, è tuttora un refolo di aria fresca nell’aria inquinata della città. Non ha optato per scelte facili e per accondiscendenti decisioni. Si è collocato fuori dal coro. Ha sostenuto con convinzione i tre esposti cremonesi. Tanta roba.
Un discorso a parte per Forza Italia, unico partito che ha mantenuto la barra dritta all’assemblea di Padania Acque e nei Consigli comunali di Crema e Cremona. Gabriele Gallina, segretario provinciale e sindaco di Soncino, si è distinto all’assemblea di Padania Acque per la convinzione e la grinta nella difesa del nuovo statuto. Poi ha compattato il partito provinciale che ha sottoscritto i quattro esposti di Cremona e Crema senza smagliature e polemiche. Un evento. Gallina è tendenzialmente un moderato. Un mediatore. Un instancabile e provetto sarto, un taglia e cuci di qualità. L’Angelo Litrico della provincia. In questa occasione è apparso un rivoluzionario.
Non è un quadro esaltante, forse eccessivamente espressionista, ma infilare la testa sotto la sabbia come gli struzzi sarebbe peggio. Cremona non conosce l’autocritica. Pretende di svolgere un ruolo egemone fondato sul modello feudale. Lei sovrana e a seguire vassalli, valvassori e valvassini in base al numero degli abitanti. Piegata su se stessa, non si è accorta che il suo modello di riferimento è vecchio e superato. Oggi, non più sostenibile.
Nessun Comune disconosce il suo ruolo di capoluogo e lo rispetta. Ma Cremona deve accettare di non essere l’ombelico provinciale a cui tutti i Comuni guardano. Non è il baricentro che equilibra il sistema. Anzi spesso è il terremoto che destabilizza. Non è il sole intorno al quale ruotano i satelliti. Cremona caput mundi funzionava in passato. Oggi un po’ meno. E ancora meno funzionerà in futuro. Piaccia o no, con l’Area Omogenea Cremasca e con quella Casalasca è iniziato il cammino verso una provincia federata. Un assetto che non rinnega l’unità del territorio. Al contrario migliora le sinergie tra le Aree e ne esalta le peculiarità di ciascuna, senza sminuire il ruolo della provincia.
Con questo scenario che fare? La risposta l’ha fornita Ivana Cremaschini all’inizio. Occorre «smettere di inseguire ciò che non può più essere e cominciare finalmente a immaginare ciò che può diventare». Elementare Watson.
Antonio Grassi






























