La commissione di Vigilanza non doveva discutere se il Sindaco avesse fatto bene o male a chiedere la rimozione del manifesto, né sindacare una scelta politica. Doveva discutere il “come” tale scelta è stata esercitata, attraverso quali atti, procedure e modalità.
La commissione di Vigilanza non sostituisce un giudice amministrativo, non annulla atti e non accerta responsabilità, non vota provvedimenti. Svolge però il controllo politico-amministrativo previsto dal Regolamento, verificando se l’azione amministrativa si sia sviluppata nel rispetto dei principi di legalità, imparzialità, trasparenza e buon andamento.
La lettera del Sindaco, trasmessa via PEC su carta intestata dell’Ente, che è il nodo centrale da cui prende avvio tutta la vicenda – o almeno per quanto riguarda l’analisi di una commissione di Vigilanza – ha indubbiamente prodotto una sequenza di effetti concreti. Stabilire se tale comunicazione costituisca un provvedimento amministrativo, un atto atipico, una direttiva o una mera comunicazione era proprio uno dei temi che la commissione era chiamata ad approfondire. Infatti, indipendentemente dalla sua qualificazione giuridica, è un fatto che tale “comunicazione” abbia prodotto effetti verso soggetti terzi; ed è questo che giustifica il controllo della Commissione. Insomma, la nota del Sindaco non era una lettera di auguri di Natale, appare a tutti gli effetti come comunicazione istituzionale che ha prodotto effetti nei confronti di terzi.
Mi viene contestato di aver ricostruito la vicenda e di aver prospettato possibili irregolarità. Quelle riportate nella convocazione erano ipotesi istruttorie e quesiti da sottoporre al contraddittorio, non conclusioni definitive. Sono state esplicitate preventivamente per garantire trasparenza, consentendo al Sindaco di conoscerle in anticipo e di rispondere punto per punto durante la seduta, non un’imboscata come da lui insinuato.
Se il Sindaco riteneva errate quelle ipotesi, quale sede migliore della Commissione per dimostrarlo? Il mancato confronto ha impedito ai commissari di verificare se tali rilievi fossero fondati oppure no. Per questo continuo fermamente a ritenere che la Commissione fosse il luogo istituzionalmente corretto nel quale chiarire ogni aspetto controverso. Proprio la sua partecipazione sarebbe stata essenziale per smentire le criticità evidenziate. Quale luogo migliore della commissione di vigilanza per spiegare, argomentare, dimostrare, che l’azione è stata legittima, trasparente e corretta, in attuazione sì di una linea politica ma esercitata nella piena legittimità degli strumenti che sono a disposizione?
Il tema non era vigilare sull’aborto né sull’orientamento politico del Sindaco. Il tema era verificare se l’esercizio del potere pubblico fosse avvenuto attraverso strumenti conformi alle regole dell’azione amministrativa. Con la sua assenza ha negato la possibilità del contraddittorio; ha impedito di approfondire se l’azione istituzionale e amministrativa sia stata esercitata nel rispetto delle competenze e dei principi di trasparenza.
Il precedente istituzionale di cui c’è da preoccuparsi non è l’attività della commissione, ma l’eventualità che una comunicazione informale possa produrre effetti sostanziali senza il ricorso agli strumenti tipici previsti dall’ordinamento. A mio avviso quella comunicazione presenta caratteristiche tali da poter essere percepita come una forma di pressione istituzionale nei confronti di un soggetto terzo. Proprio per questo ritenevo necessario che fosse il confronto in commissione, e non una contrapposizione esterna, a chiarire se tale valutazione fosse fondata oppure no. Ma sono rimasti senza risposte.
Di ciò io sono preoccupata e penso che dovrebbe preoccupare tutti: l’assenza di risposte sul “come” si è agito. Perché oggi è toccato a qualcuno, ma domani potrebbe accadere a qualcun altro, nelle stesse identiche modalità. Va bene così? A me no, almeno finché i dubbi non verranno chiariti.
presidente commissione di Vigilanza
































