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Confesso di essere sempre stato da un lato della barricata, lavorando come medico sia per  il Servizio Sanitario Nazionale (SSN) che per la Sanità privata accreditata. Recentemente, per una cortesia personale, ho vissuto invece il SSN come utente, dovendo semplicemente consegnare una provetta e rispettiva impegnativa nella struttura di via Bonomelli denominata Civico 81. Bene, sono le ore 8 e 15 del mattino, nessun parcheggio (ma credo sia un invito ad andarci  a piedi o in bicicletta), poi scendi in un’entrata angusta e ti trovi in un corridoio stretto affollato da decine di persone in attesa della chiamata per il prelievo. Pochi giovani, molti anziani, tutti in piedi ad aspettare il loro turno. Che però non arriva, visto che l’unica persona in camice bianco addetta alla gestione amministrativa è impegnata da venti minuti al telefono per gestire una situazione evidentemente insolita. Alle ore 8,55, realizzando che l’attesa potrebbe essere infinita e che comunque devo lavorare anch’io, lascio la fila e me ne vado sbattendo la porta. Ovviamente senza aver consegnato alcunché e telefonando alla persona alla quale intendevo fare un favore per confessarle la mia assoluta incapacità di gestire da utente una normalissima situazione alla quale i cittadini debbono invece essere del tutto abituati. La conferma del fatto che ogni situazione dovrebbe essere vista non solo dalla parte di chi fornisce una prestazione, ma anche dalla parte di chi ha la necessità di  questa prestazione: si ha proprio l’impressione che il termine “servizio” venga interpretato alla rovescia, laddove sono gli utenti ad essere al “servizio” di chi quelle prestazioni deve fornirle.

Poi però, passando in auto davanti ad un ambulatorio privato convenzionato, mi viene l’idea di chiedere se possono darmi una mano. Parcheggio facile, nessuna fila, personale efficiente e cortese, nessun problema per consegnare provetta, impegnativa, pagare il ticket e fissare il giorno del ritiro, magari anche online. A questo punto la mia mente comincia a confondersi. E’ questo il servizio sanitario pubblico per il quale ho lavorato? E’ questo che gli utenti vogliono davvero? Qui non c’entrano i finanziamenti, qui non c’entra la carenza di personale, qui è in ballo esclusivamente la capacità organizzativa, evidentemente una prerogativa che nel SSN non pare delle migliori. Poi penso che siamo in Lombardia, ai vertici dell’assistenza sanitaria pubblica e che in certe altre Regioni magari è anche peggio. Roba da farsi venire i brividi.

In altre strutture la situazione è però molto diversa: tutto tracciato, tutto organizzato, nessuna attesa per l’utenza né per i prelievi e neppure per le prestazioni ambulatoriali. Personale cortese, percorsi efficienti, sale d’attesa come Dio comanda, organizzazione senza confronti con quella precedentemente descritta. A questo punto è lecito porsi qualche domanda e magari riflettere sul fatto che, al di là di ospedali nuovi e vecchi, ambulatori  e Case di Comunità, sembra proprio che nessuno si stia realmente (pre)occupando di migliorare la normale e quotidiana attività sanitaria: se questa dovesse rimanere come quella che ho avuto modo di verificare come semplice  utente, che Dio ce la mandi buona. Per chi sta dall’altra parte della barricata, per coloro che hanno la necessità di assistenza, si potrebbe fare molto di più. Peccato che nessuno sembra preoccuparsi di questi aspetti, che non richiedono investimenti economici, ma solamente organizzativi. Accontentiamoci allora di un SSN che non riesce neppure a rendersi conto del  problema di decine di persone anziane in piedi in un corridoio angusto ad attendere per ore la chiamata per un banalissimo prelievo o semplicemente per consegnare una provetta. Conforta il fatto che nessuna di quelle persone in attesa sembra meravigliarsi di tale situazione: per loro evidentemente si tratta di una condizione del tutto normale. Ci sarebbe da ridere, se non gli cascasse la dentiera.

 

Pietro Cavalli

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