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È una storia da ricordare. È una storia da raccontare. È una storia un po’ complicata. È una storia speciale per gente normale. Una storia comune per la politica locale.  È una storia cremonese. È una storia incasinata.  È la storia del nuovo ospedale.  La proposta lanciata nel marzo del 2020 dall’europarlamentare forzista Massimiliano Salini è stata applaudita e sposata dall’Amministrazione comunale di centrosinistra guidata da Gianluca Galimberti. 

Avallata dal governatore leghista Attilio Fontana, l’idea ha suscitato l’entusiasmo degli stakeholder e fatto incazzare i bastian contrari, quelli che non hanno portato il cervello all’ammasso e rifiutano il pensiero unico. Decantato dall’allora direttore generale Asst, Giuseppe Rossi, in quota Lega, il progetto è stato affidato all’archistar Mario Cucinella. Presentato come ottava meraviglia del mondo, il nuovo ospedale ha il compito di traghettare la sanità provinciale nel futuro, approdo previsto entro la fine del 2035. Almeno secondo la recente comunicazione di Ezio Belleri, direttore generale in carica dell’Asst di Cremona, ai capigruppo del consiglio comunale (www.comune.cremona.it  6 ottobre). 

«Il cronoprogramma – ha precisato lo stesso Belleri – non è un calendario statico: viene verificato nel tempo e, quando necessario, riprogrammato sulla base dell’effettivo avanzamento del procedimento» (www.asst-cremona.it/news,  7 ottobre). 

E se è il capo dello stato maggiore della sanità cremonese a sostenere che il cronoprogramma potrebbe essere ballerino, è doveroso credergli e battere i tacchi. Ma poi, subito dopo, diventa un obbligo incrociare le dita, per le donne, e toccarsi le parti intime, per gli uomini.   Che si tratti di un eccesso di prudenza di Belleri, o di un vaccino preventivo per salvaguardarlo da contestazioni per eventuali ritardi, un dato è certo: sarebbe un grosso azzardo scommettere anche un solo simbolico euro sul rispetto della data di fine lavori. 

Belleri non è nuovo a dichiarazioni schiette e sincere, per questo apprezzabili, ma al tempo stesso fonte di perplessità e, perché no, stupore.   Con una delibera di Giunta del 21 dicembre 2023, la Regione lo nominava direttore generale dell’Asst di Cremona per tre anni: dal 1° gennaio 2024 al 31 dicembre 2026. Il 23 dicembre, due giorni dopo la delibera e otto prima dell’insediamento ufficiale, in un’intervista pubblicata sul quotidiano La Provincia, Belleri spiegava: «Il motivo della mia nomina a Cremona penso vada ricercato nell’esperienza che ho acquisito nel far partire i cantieri». E i cantieri son quelli del nuovo ospedale. 

Nessuno discute il pensiero del direttore generale. L’ipotesi da lui formulata è plausibile, ma sarebbe stato preferibile un accenno alle sue capacità manageriali in ambito socio-sanitario. Qualità che indubbiamente possiede, ma, si sa, le vie del Signore sono infinite e poco note. Nel medesimo articolo del 23 dicembre veniva precisato che Belleri era «in quota Fratelli d’Italia, corrente Mantovani». Dettaglio da non sottovalutare. Mario Mantovani, figura significativa nel pianeta meloniano, è in ottimi rapporti con il pokerista Fabio Bertusi, uno dei migliori sulla piazza provinciale, maestro nel dare le carte e gestire la partita.  Pragmatico, non ha remore a stringere accordi trasversali tra i piddini e i meloniani di casa nostra. Compito non molto arduo se si considera che nell’era della società liquida la flessibilità è un pregio. L’ultimo esempio è lo scazzo politico-amministrativo per la nomina del collegio sindacale di Padania Acque, che li ha visti spalla a spalla sulla stessa barricata. Circostanza che rende credibile anche l’ipotesi di un accordo sul nuovo ospedale e potrebbe spiegare il silenzio quasi tombale di Fratelli d’Italia sulla vicenda. Comportamento che richiama lo storico «Taci, il nemico ti ascolta». Fantapolitica.  Forse. Ma spesso la realtà supera la fantasia.

In parallelo il Pd, in apparenza più coraggioso, qualcosa ha balbettato. Molto guardingo e preoccupato, non ha esondato dall’alveo del mainstream che impone il sostegno a oltranza al nuovo ospedale, panacea della sanità locale e per questo innalzato a credo. A dogma.  Si applaude al balzo nel futuro, ma non si valuta la possibilità che sia un salto rischioso e poco giustificato per il nostro territorio. Si esalta la novità, ma si evita di chiedersi se sia più vantaggiosa per i cittadini o per i portatori d’interesse. Si glissa sulle critiche. Si inneggia all’ospedale fantascientifico, ma la richiesta degli organismi competenti per ottenere il Dea (Dipartimento emergenza e accettazione) di secondo livello non è ancora stata esaudita. Riconoscimento indispensabile per assurgere nell’olimpo degli ospedali galattici. Ma per ora si staziona nella stanza della vanità e della fiera dei sogni.

È una storia di conversioni improvvise. È una storia che racconta di Luciano Pizzetti, Pd ed ex tante cose politicamente significative, oggi presidente del consiglio comunale di Cremona.  È una storia di un novello San Paolo, fulminato sulla via dell’ottava meraviglia del mondo. Prima, Pizzetti definisce «una boutade illogica la proposta di Salini di costruire un nuovo ospedale di 700 posti a Cremona» (L’eco del Popolo, 2 maggio 2020). Poi, come i Blues Brothers, vede la luce.  Al pari di loro si sente in missione per conto di Dio. La boutade viene declassata e finisce nel cesso. Il nuovo ospedale sale in cielo e diventa il nettare degli dei. 

Pizzetti si trasforma in Goffredo di Buglione. Guida l’esercito nella guerra santa per la nascita del nuovo ospedale.   Spiccio, avverte i consiglieri comunali che «La decisione è assunta, quindi non c’è più spazio di discussione per i se, ma per i come. Non siamo più al momento dell’inizio siamo già oltre» (Vittorianozanolli.it, 21 febbraio 2025). Già, è il trumpismo in riva al Po. È una storia di resilienza e di resistenza. Di lotta, termine desueto, poco usato anche dai sindacati e dal più rappresentativo partito italiano di sinistra, ammesso che si possa ancora definire tale.  Una storia di chi non cede mai. Una storia con due irriducibili oppositori al progetto. Uno, il Movimento per la riqualificazione dell’ospedale maggiore di Cremona.  L’altro, il Comitato per la difesa della sanità pubblica e dell’ospedale di Cremona. Per ora marciano divisi, ma un domani potrebbero colpire insieme. 

E’ una storia con oltre seimila firme di cittadini contrari alla costruzione dell’ottava meraviglia del mondo e favorevoli alla rigenerazione dell’attuale struttura. Firme ignorate da coloro che si riempiono la bocca di partecipazione, ascolto e confrono. È una storia di soldi. Di tanti soldi. Di centinaia di milioni di euro. Non si sa quanti ne serviranno per completare l’operazione. Il cronoprogramma presentato ai capigruppo prevede la consegna del cantiere e l’avvio dei lavori il 1° marzo 2029.  Poi ci sono le spese per la rottamazione dell’ospedale pensionato.

Per portare a termine la sua missione (far partire il cantiere)  Belleri, il cui incarico scade alla fine di quest’anno, dovrà essere riconfermato alla direzione dell’Asst. E se questo avverrà, per riuscirci, i tempi del cronoprogramma dovranno essere rispettati senza sforare di un minuto. Auguri.

«Potrebbe andar peggio! Potrebbe… piovere!» (Frankenstein Junior, regia di Mel Brooks). È una storia sbagliata, ma non quella raccontata da Fabrizio De André. 

 

Antonio Grassi

Nella foto centrale ‘l’astronave’ di Cucinella

 

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