Alberto Corazzi, imprenditore, è socio della Canottieri Baldesio da sessant’anni. Nel dicembre 2024 il tribunale di Cremona gli ha riconosciuto il diritto, che è di ogni socio, di consultare i conti della società. Lo abbiamo sentito dopo la notizia dell’archiviazione della sua querela per le magliette indossate da alcuni consiglieri al termine dell’assemblea del 25 maggio 2024. Corazzi non nasconde l’amarezza verso il Collegio dei Probiviri, rimasto al suo posto, né la gratitudine verso l’assemblea dei soci che a giugno ha voltato pagina, né l’ottimisimo per il nuovo corso.
Partiamo dalla notizia più recente: il Gip ha archiviato la sua querela per le magliette. Come giudica questa archiviazione?
«Innanzi tutto la ringrazio per avere dato voce a chi non l’aveva in tutti questi anni e avere difeso la libertà di parola anche quando era scomoda. Le decisioni dei giudici si rispettano sempre. Ma le ordinanze vanno anche lette, per comprendere il ragionamento del giudice, e in quelle di Mombelli ci sono parole che, a mio avviso, pesano come macigni, proprio perché a scriverle è un gip. Il 26 giugno 2025, respingendo una prima richiesta di archiviazione, aveva scritto che quella condotta era «certamente biasimevole e, in questo caso, inutilmente dileggiante» e che «bersaglio di detta esternazione fosse il Corazzi era circostanza nota». Le indagini che ordinò hanno accertato che alcuni consiglieri sono stati visti «con indosso la maglietta incriminata», e l’allora presidente lo aveva dichiarato a «La Provincia» fin dal 5 gennaio 2025: «E’ stata una goliardata, quando l’abbiamo indossata non c’era più nessuno». Il 25 giugno 2026 il giudice ha scritto che la condotta è «pur censurabile» e l’iniziativa «certamente biasimevole», ma ha ritenuto che non vi siano elementi sufficienti per sostenere l’accusa: non fu un «atto corale», «la maggioranza dei soci presenti» non se ne accorse, l’intento fu «di tipo ironico/sarcastico». Ho presentato quella querela perché mi sono sentito diffamato. Il giudice ha stabilito che il reato non c’è, e rispetto, come sempre, la sua decisione».
Che cosa resta, allora, di quella vicenda?
«Nelle due ordinanze scritte a un anno di distanza, restano le parole del giudice: biasimevole, dileggiante, censurabile, ironico, sarcastico. E resta una sola domanda: è questo il comportamento che i soci si attendono dal Consiglio Direttivo a cui hanno affidato il governo della loro associazione? Ciò che il giudice ha scritto resta agli atti, e nessuno potrà ignorarlo».
Il 15 ottobre, in Tribunale, si è parlato di tregua. Che cosa è successo, esattamente?
«Una cosa semplice: il giudice Daniele Moro doveva fissare la discussione nel merito della mia esclusione dalla Baldesio, decisa dal Collegio dei Probiviri nel giugno 2025. Il nuovo Consiglio della Baldesio mi ha chiesto la disponibilità a cercare un accordo, io l’ho data, e il giudice ha rinviato l’udienza al 24 novembre, per dare tempo agli avvocati. Non c’è altro da aggiungere e non ci sono promesse da fare: i miei avvocati Andrea Mina e Ivan Scalvini e l’avvocato della Baldesio Isabella Cantalupo stanno verificando se esistono i presupposti di un accordo equo».
Un accordo su quali basi?
«Su basi che non spetta a me anticipare: ci lavorano gli avvocati e parlarne prima sarebbe scorretto verso tutti. Ripeto ciò che ho detto a La Provincia il 15 ottobre: «Ho sostenuto spese legali importanti e ho subìto un danno all’immagine, è vero, ma sono convinto che con la Baldesio troveremo una equa soluzione». Di un accordo mi interessa soltanto che chiuda questa vicenda nell’unico interesse che conta, quello della Baldesio e del ritorno alla sua armonia».
Molti l’hanno vista come una guerra alla Baldesio.
«Non è stata una guerra contro la Baldesio, di cui sono socio da sessant’anni. Mi sono semplicemente difeso da accuse sulle quali la magistratura si è già pronunciata: il giudice Moro ha sospeso l’esclusione, restituendomi alla mia società, e tre giudici, respingendo il reclamo della Baldesio, hanno confermato quella decisione. Le 115 Pec di cui si è tanto parlato erano, come ho detto, «non per rompere le scatole, ma tutte motivate»: chiedevano documenti e risposte che un socio ha il diritto di avere. Al nuovo Consiglio, eletto il 12 settembre, non ho più mandato una Pec. Perché le risposte, quando arrivano, non hanno bisogno di diffide».
Da dove è cominciato tutto?
«Da una richiesta semplice: vedere i conti della mia associazione, i libri, i bilanci, i contratti. Le mie richieste, ha scritto il giudice, «avanzate sin dal maggio del 2023, sono rimaste prive di riscontro o hanno avuto esito negativo». Nel novembre 2024 mi sono rivolto al Tribunale, insieme ad altri due soci, e il 23 dicembre il giudice Benedetta Fattori ha ordinato alla Baldesio di farci consultare la sua documentazione contrattuale, amministrativa, contabile e fiscale dal 2019 al 2024. Ha scritto che i soci «vantano il diritto di accedere ai libri sociali e, più in generale, alla documentazione contabile e amministrativa per esercitare un controllo sull’attività dell’ente e per verificare la gestione degli amministratori, a presidio della trasparenza associativa». È la decisione a cui tengo di più, perché non riguarda soltanto me: riguarda ogni socio della Baldesio».
Lei ha detto che in questa vicenda ognuno deve assumersi le proprie responsabilità. Che cosa intende?
«Intendo che qualcuno lo ha già fatto. Il 6 giugno l’assemblea dei soci ha respinto il bilancio consuntivo e il preventivo. E il Consiglio Direttivo che aveva proposto la mia esclusione a vita, ha dovuto prenderne atto e dimettersi. A quell’assemblea sono grato: ha detto basta a quella gestione e ha mandato un segnale chiaro a chi governerà la Baldesio. L’avvocato che quel Consiglio aveva incaricato di difendere la Baldesio contro la mia impugnazione ha rinunciato al mandato, in udienza, il 16 luglio. I soci hanno eletto un nuovo Consiglio che vuole chiudere la vicenda, e al nuovo corso guardo con entusiasmo. Fra gli organi che hanno avuto parte in questa storia, uno solo è ancora al suo posto: il Collegio dei Probiviri, che l’esclusione l’ha decisa. Ed è questo che oggi mi amareggia».
Ma il Collegio ha deciso su proposta del Consiglio.
«È vero, ed è proprio questo il punto. Il compito di un Consiglio è amministrare la Baldesio e rispondere ai soci. Io ero un socio che chiedeva i conti, con molte Pec e con critiche, anche severe. Nel primo esposto contro di me, il Consiglio di allora scriveva: «Non si intende né negare né contestare il diritto di critica, ma non si ritiene accettabile il tono utilizzato». Ho sempre pensato che il problema non fosse il tono, ma le domande. Da lì sono venute la sospensione e poi l’esclusione, e i fatti su cui si fondava, ha scritto il giudice Moro, «sono descritti genericamente ovvero sono inidonei a giustificare l’esclusione del socio». Un esempio solo: per chiedere la mia radiazione, nel marzo 2025, il Consiglio depositò un prospetto delle mie entrate e uscite «desunto dalle riprese delle telecamere di sicurezza»: quanti minuti restavo nel parcheggio dopo aver consultato i documenti che il Tribunale mi aveva autorizzato a vedere. Eppure la policy sulla videosorveglianza che la Baldesio si era data nel dicembre 2024 vieta di usare le immagini per «il controllo dell’attività dei soci o del personale». Il giudice Moro ha scritto che quell’addebito era «mosso in violazione del principio di buona fede»: avevo «semplicemente lasciato lentamente i luoghi» ai quali il Tribunale mi consentiva di accedere. Ma accusare non è giudicare. Lo Statuto affida la decisione al Collegio dei Probiviri, organo autonomo, che decide «inappellabilmente». Era il Collegio che doveva pesare le prove, ascoltare la difesa, misurare la sanzione. Avrebbe potuto dire che non c’erano gli estremi. Ha fatto proprie quelle accuse, comprese le «verifiche degli accessi» tratte dalle telecamere e ha deciso l’esclusione a vita. Il vero artefice di quella decisione è il Collegio dei Probiviri, e che cosa abbia fatto lo hanno scritto i giudici, non io».
Che cosa hanno scritto i giudici?
«Non sono parole mie. Il giudice Moro, il 15 febbraio 2026, di tre addebiti ha scritto, uno per uno, «manifestamente generico». Ha scritto che i fatti generici vanno ritenuti «tamquam non essent», come se non esistessero, che la sanzione «non è proporzionata» e che l’esclusione «causata dal modesto ritardato allontanamento dai luoghi dell’associazione integra un abuso del diritto o un comportamento contrario al principio di buona fede in senso oggettivo». Il 29 aprile 2026 tre giudici hanno respinto il reclamo della Baldesio: la delibera è «priva tuttavia di una specifica individuazione delle condotte rilevanti», mentre una delibera deve consentire «l’effettivo esercizio del diritto di difesa». Sono due decisioni, non una. Mi hanno aiutato, moralmente, più di qualunque cosa: perché dicono che le mie azioni avevano un fondamento».
Lei ha scritto ai Soci un lungo dossier per spiegare perché, a suo avviso, i Probiviri dovrebbero dimettersi. Lo riassuma per chi non è socio.
«Il dossier contiene documenti, non opinioni: lettere, delibere, ordinanze, con le date. Racconta due procedimenti: la sospensione di sei mesi del novembre 2024 e l’esclusione a vita del giugno 2025, e li confronta con ciò che il Collegio dei Probiviri aveva promesso per iscritto nel giugno 2024, quando si era insediato: sanzioni soltanto per violazioni «chiaramente individuabili quali fattispecie violate», «con attenta istruttoria e nei limiti di un necessario e rispettoso contraddittorio». Poi è andata diversamente. Nel primo procedimento non mi è mai stata indicata la norma che avrei violato, nemmeno quando è stata chiesta per iscritto, e le obiezioni del mio avvocato Tomaso Pisapia sono state dichiarate «irricevibili». Nel secondo, i documenti della mia difesa, 193 allegati, non sono mai stati richiesti, e uno degli esposti contro di me non mi è mai stato consegnato. Non è il racconto di un torto personale: è il racconto di un metodo, e il metodo riguarda tutti i soci, perché lo stesso Collegio può applicarlo a chiunque».
Nel dossier lei sostiene che il Collegio non è stato imparziale. È un’accusa pesante.
«Formulo l’accusa con un aggettivo suffragato da tre fatti documentati. Lascio a chi legge il giudizio. Primo: nel marzo 2025, undici giorni dopo la data di un nuovo esposto del Consiglio Direttivo contro di me, il Collegio dei Probiviri mi ha scritto che quel Consiglio, cioè la parte che chiedeva la mia radiazione, agisce nell’interesse della società «sino a prova contraria», «allo stesso modo dei Consigli precedenti che parimenti riteniamo di menzionare con gratitudine». Secondo: fra le ragioni dell’esclusione ha messo anche «la contestazione formale in merito a nostri giudizi motivati», cioè il fatto che avessi contestato le sue decisioni. Terzo: quando ho chiesto che a decidere fossero i supplenti, la ricusazione è stata respinta dagli stessi Probiviri che ricusavo».
E i suoi esposti contro il Consiglio Direttivo sono stati esaminati dal Collegio dei Probiviri?
«In un anno ne ho presentati sedici, fra esposti e segnalazioni: quattro lettere di rigetto, una diffida sui miei toni, nessuna istruttoria, e per il resto silenzio, da trenta a trecentoventicinque giorni. Al primo, del 28 maggio 2024, proprio sulle magliette di cui abbiamo parlato, non ho mai ricevuto risposta, né allora né dopo. Lo dico senza polemica, perché è la ragione del dossier: un organo che giudica i soci deve usare lo stesso metro per tutti».
Quanto è costato tutto questo alla Baldesio?
«Le due cause sulla sospensione e sull’esclusione nascono da due decisioni del Collegio dei Probiviri: senza quelle decisioni, non esisterebbero. Dal novembre 2023 alla fine del 2025 la Baldesio ha pagato al suo avvocato circa 35.500 euro, di cui oltre 21.000 per le cause che mi riguardano, più il doppio contributo unificato al quale il Tribunale l’ha condannata come «reclamante soccombente»; il 2026 non è ancora nei conti, e la cifra salirà. Nei bilanci, le consulenze tecnico-legali sono passate da 17.153 euro nel 2022 a 55.883 euro nel 2025. A me sono costate due anni di difesa a mie spese. Ma il costo più alto non è in denaro: un socio senza i mezzi per difendersi oggi sarebbe escluso a vita per ciò che il Tribunale ha chiamato «un abuso del diritto». Io ho potuto difendermi. Altri non avrebbero potuto farlo».
Lei parla di danno all’immagine. Lo ha misurato?
«Sì, perché fra gli addebiti c’era anche quello di aver danneggiato il buon nome della Baldesio sui giornali. Ho raccolto tutto ciò che è uscito dal maggio 2023 a oggi: più di novanta pagine di quotidiano, più di sessanta edizioni, ventuno in prima pagina. Il mio nome compare in quarantasette di esse, dieci volte in prima pagina, tutte dopo la sospensione; in almeno diciannove accanto alle parole «sospeso», «escluso», «radiato», «espulso», «ex socio». Il giorno dopo la notifica dell’esclusione, il quotidiano ne pubblicava i passaggi. Per tre anni i cremonesi hanno letto di me soprattutto questo. Non lo dico per lamentarmi: lo dico perché il buon nome, mio e della Baldesio, lo hanno portato sui giornali quelle delibere, e perché chiunque può verificarlo pagina per pagina».
Eppure lei è ancora qui, e parla di armonia.
«Sono ancora qui perché la Baldesio è la mia società da sempre, e perché non ho mai cercato una rivincita. Mi sono battuto perché fossero riconosciute le mie ragioni, e i giudici lo hanno fatto. Il resto, le spese, i titoli di giornale, lo metto in conto a una stagione che vorrei finita. Oggi mi interessa una cosa sola: consegnare ai soci una società in pace, traghettarla fuori da questi anni perché torni a essere quella di una volta, orientata allo sport, alla convivialità, al rispetto».
All’assemblea del 6 giugno il socio Marco Pizzamiglio aveva preparato per tutti i soci il suo primo intervento in quarant’anni. Ai probiviri chiedeva di agire «con imparzialità», di essere «super partes», e diceva: «Avreste dovuto dimettervi per dignità dopo lo smacco subìto dal Tribunale». Non ha potuto dirlo: gli è stato tolto l’audio poco dopo aver preso il microfono, perché il suo intervento «esulava dagli argomenti all’ordine del giorno». Lo abbiamo pubblicato qui per intero; quella sera la presidente del Collegio, Silvia Caporali, gli ha risposto: «Non mi dimettero». Ha qualcosa da dirle?
«Due parole di Pizzamiglio che faccio mie: imparzialità e dignità. Un socio che in quarant’anni non aveva mai preso la parola le aveva preparate per dirle a tutti i soci, e non ha potuto farlo. La Presidente gli ha risposto qui, quella sera: scriveva di una decisione «che ritengo corretta» e chiamava le decisioni dei giudici «peraltro non definitive». È vero: un’ordinanza non è una sentenza. Ma due decisioni del Tribunale sono una valutazione che nessuno può ignorare. E in fondo a quel messaggio c’è una riga da rileggere: poche ore dopo che l’assemblea aveva respinto i bilanci del Consiglio Direttivo che aveva proposto la mia esclusione, la Presidente del Collegio dei Probiviri ringraziava quel Consiglio «per l’impegno profuso». La accosto alla gratitudine del marzo 2025, e lascio il giudizio a chi legge. Da allora alla Baldesio è cambiato tutto, tranne il Collegio: chi mi accusò è uscito di scena, chi mi giudicò siede ancora al suo posto, con la stessa toga e lo stesso metro di giudizio, fino al maggio 2028. È questo che trovo inaccettabile: non per me, che il Tribunale ha già restituito alla Baldesio, ma per ogni altro socio, che domani potrebbe essere giudicato come sono stato giudicato io».
La mattina dopo, sempre qui sul blog, Pizzamiglio ha replicato alla presidente firmandosi «il socio cui è stato spento il microfono». Le dimissioni, ha scritto, sono «un atto dovuto e doveroso», e una «dimissione in blocco di tutto il Collegio» sarebbe «la più onorevole e apprezzata delle scelte». Epoi: «O vuole essere “l’ultimo giapponese” che resiste nella giungla dopo che la guerra è finita?». Lei chiede ancora le dimissioni?
«Sì, e senza giri di parole: devono dimettersi, per quella dignità che Pizzamiglio chiedeva loro davanti ai soci. Non come condizione dell’accordo con la Baldesio: quella condizione l’ho ritirata il 16 ottobre, perché un accordo non può dipendere da chi non ne è parte, ma come un dovere verso i soci che li hanno eletti, ai quali avevano promesso di svolgere il loro compito «con equità e imparzialità». E Pizzamiglio ha ragione: la guerra è finita. Se non si dimetteranno da sé, i soci non devono rassegnarsi: possono chiederlo, e lo Statuto dà loro gli strumenti per farlo».
Che cosa chiede, oggi, alla Baldesio?
«Niente che non abbia già detto: chiudere, con equità, una vicenda che ha fatto male a tutti, e prima di tutto alla Baldesio. Il nuovo Consiglio ha mostrato disponibilità al dialogo, e io ho risposto con la stessa disponibilità. E vorrei che i diritti che i giudici mi hanno riconosciuto, a cominciare da quello di vedere i conti, valessero per ogni socio, senza bisogno di un tribunale. Poi, come dice Pizzamiglio, potremo voltare pagina senza serbare rancore».
E se l’accordo non si trovasse?
«Allora il 24 novembre il giudice deciderà nel merito, come è normale che sia. Ma confido che non sarà necessario. Ho sessant’anni di Baldesio alle spalle e vorrei passarne altri senza Pec, senza tribunali e senza titoli di giornale. È l’unico risultato che mi interessa davvero».
Vittoriano Zanolli































