Il sociale si trasforma in asociale. La connessione amplifica la separazione. La protesta spesso degenera in violenza. La Rete è l’idra degli algoritmi, serpente dalle molte teste che, se tagliate, ricrescono. Nei giorni scorsi il mostro ha colpito la nostra provincia. La vicenda dei Facebook Files aveva suonato non un campanello, ma una sirena d’allarme sul pericolo del bastardissimo serpente digitale.
All’inizio di questo mese è uscito The Social. Il prezzo della verità. Il film racconta quella vicenda iniziata nel 2019 e terminata nel 2021. Una storia di divulgazione di contenuti divisivi, del loro impatto sui giovani e degli affari che dettano la linea e azzerano l’etica. La pellicola si conclude con la lunga sequenza dell’assalto a Capitol Hill da parte dei sostenitori di Donald Trump, dettaglio non casuale. Appesantito da tecnicismi e da intenti moralizzatori e didascalici, il film non è da quattro stelle, ma il prezzo del biglietto non è sprecato. Pone il problema della presenza invasiva e intrusiva dei social nella quotidianità. Presenza percepita come un ambiente naturale. La pellicola merita d’essere vista per capire l’universo perverso dei social. Habitat artificiale e pericoloso è il posto virtuale che livella tutti e dove è un attimo rincoglionirsi.
Non da ieri, sociologi, psicologi e altre moderne cassandre lanciano l’allerta sui pericoli dei social. Poi succede che, senza preavviso, la realtà presenti il conto. Ed è avvenuto nei giorni scorsi nel nostro territorio. La provincia si è accorta di non essere una monade e neppure una tartaruga protetta dal carapace. La lungimiranza non le è congeniale. Il rinvio della soluzione dei problemi è parte del suo Dna. Chi va piano va lontano, però non è raro che perda il treno. E nella società dell’impermanenza, sotto il Torrazzo capita spesso di restare fermi alla stazione. E se Martin per un punto perse la cappa, Cremona alcune volte la perde per cappotto.
Le cronache dei media, non solo locali, confermano che il re è nudo e, in questo caso, il re è la politica. La giornalista Michela Garatti descrive il contesto e il clima di Cremona la mattina del 20 ottobre. Dipinge il quadro inquietante di una città. Traffico ridotto, centro deserto, studenti assenti davanti alle scuole. Vetrine protette da pannelli di compensato. Situazione pressoché identica a Crema. Il 20 ottobre Cremona appare una città da romanzo distopico, originata da uno tsunami di chat che nei giorni precedenti annunciavano l’apocalisse in riva al Po e al Serio. È una città ammutolita e spaesata. Impaurita e attonita. Una città incredula. Stordita, nonostante il previsto giorno del giudizio non fosse arrivato. Niente di quanto anticipato e temuto è successo. Nessuna protesta. Nessuno scontro. Nessun atto vandalico.
Il 20 ottobre hanno prevalso il silenzio di una città sconcertata e la presenza massiccia delle forze dell’ordine impiegate per presidiare il territorio, lavoro svolto con professionalità e precisione. Non pervenuti gli amministratori pubblici e i politici locali. Se presenti, hanno attraversato la storia per caso.
Cremona ha scoperto d’essere vulnerabile. Non è cosa da poco. È grave e pericoloso. All’improvviso si è accorta di essere impreparata ad affrontare con risposte adeguate avversari che nel conflitto utilizzano mezzi non tradizionali. Filibustieri della Rete, specializzati nella guerriglia digitale, non provocano danni materiali evidenti e quantificabili all’istante. Producono, invece, disagi psicologici e comportamentali. Instillano nella mente dei cittadini paura e insicurezza. Innescano e amplificano l’esigenza di controlli più numerosi e rigidi, sollecitazione che se attuata riduce gli spazi di libertà, senza la garanzia che la restrizione aumenti sensibilmente la sicurezza. Un intervento che forse non vale la candela.
«Una città può essere messa in ginocchio anche senza un solo disordine» (Nia Guaita). Già. Il capoluogo è stato tenuto in scacco da chat che informavano di azioni la cui autenticità destava dubbi. Ancora meno certa la loro realizzazione. E provoca solletico la striminzita comunicazione del sindaco di Cremona, Andrea Virgilio, il giorno prima della contestazione mai scoppiata. Excusatio non petita di un sindaco in apnea, che non può esimersi dal timbrare il cartellino reclamato dal ruolo. «La situazione è monitorata da Prefettura, Questura e forze dell’ordine, in stretto contatto con l’Amministrazione comunale». Grazie. Il rancio è ottimo e abbondante, ma fa schifo, però non si può dire.
Comprendere Virgilio è un atto dovuto. La politica pullula di Ponzio Pilato. Non vanno né in paradiso né all’inferno, ma nel limbo. È la terra di nessuno dove un nonnulla crea disorientamento e panico. Induce risposte impulsive e richieste di interventi inadeguati e sproporzionati al bisogno.
I fomentatori dell’uragano digitale sconosciuti all’inizio della vicenda, sono stati identificati nei giorni successivi. Grande sorpresa ha suscitato la scoperta che a suonare la carica agli stakanovisti dello spamming e della guerriglia digitale fossero due minorenni. Due ragazzi, uno rumeno di 14 anni e l’altro di origini senegalesi di 15.
Le rivendicazioni a favore del diritto allo studio e contro il caro vita non sono fasulle né pretestuose. Sono istanze legittime. Ma quando la protesta alimenta sospetti e dietrologie, rischia di diventare la prima vittima di una comunicazione opaca. Il dubbio è un killer spietato: può uccidere anche le migliori intenzioni.
Neanche i cani muovono la coda per niente. E allora a chi giova tutto questo?
Sono passati oltre 11 anni dal 24 gennaio 2015 e in città è ancora vivo il ricordo della guerriglia che alle 17 aveva devastato la città con l’assalto anche al comando della polizia locale. La manifestazione, organizzata dall’area degli antagonisti, era nata dopo il ferimento di un attivista del centro sociale Dordoni da parte di militanti di CasaPound. Duemila circa i partecipanti provenienti da tutta Italia. Danni ingenti. Presenti i black bloc.
Nel frattempo la tecnologia ha rivoluzionato società, politica, comunicazione e la forma del dissenso. Un cambiamento rapido e in continua accelerazione. Al contrario delle istituzioni, che nonostante il lodevole sforzo per adeguarsi al nuovo mondo delle connessioni ultrarapide, del lavoro che cambia, dell’intelligenza artificiale, sono staccate almeno due giri di pista rispetto ai battistrada.
La violenta manifestazione del 2015 appartiene al giurassico. Al di là delle motivazioni diverse, anche le modalità della protesta sono agli antipodi rispetto a quella abortita pochi giorni fa. Allora la motivazione era precisa e chiara nei contenuti. I promotori avevano nomi, volti e riferimenti riconoscibili. Non si nascondevano dietro l’anonimato consentito dalla Rete. Avevano riferimenti politici e leader riconosciuti.
Oggi la protesta nasce e si propaga attraverso schermi e chat. Le rivendicazioni possono essere legittime, ma i contorni della mobilitazione restano sfumati; i promotori digitali sono senza volto. Manca un punto di riferimento con cui confrontarsi. Chat e messaggi in un battito di ciglia possono trasformare un’ipotesi in un’emergenza collettiva.
Ieri i contestatori avevano la barba lunga o rasata. Oggi sono imberbi. La politica latita e i politici scarseggiano. La dialettica è un Carneade. Prevalgono rabbia e odio sociale. Spesso il vuoto esistenziale decide. E i social sono il miraggio nel deserto.
Tutti meritano di far sentire la propria voce, non tutti meritano un microfono. Questo è il problema. Questo è The social. Il prezzo della verità. Mala tempora currunt, sed peiora parantur. Con la speranza che il peggio non arrivi.
Antonio Grassi
































