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Le risorse investite dai Comuni nei servizi sociali sono in costante aumento in valore assoluto, ma anche in percentuale sulla spesa corrente.  Ed è questo il dato significativo che allerta e preoccupa gli amministratori pubblici. Soprattutto quelli dei piccoli Comuni, costretti a far quadrare i conti con entrate limitate e minimi spazi di manovra. Un problema carsico che riemerge ogni anno in occasione della discussione dei bilanci comunali. E così è avvenuto nei giorni e nelle settimane scorse durante l’approvazione del consuntivo 2025, impegno da chiudere entro il 30 aprile.

Per gli ottimisti, il trend indica una maggiore attenzione al welfare. Per i pessimisti, segnala un aumento del disagio dei cittadini. Probabilmente la verità sta nel mezzo.

Un aiuto per interpretare l’esplosione dei numeri viene da Alessandro Portesani, consigliere comunale di Novità a Cremona e operatore nel settore socio-sanitario. Diplomatico con la spada, è il Gandalf della politica del capoluogo, che all’occorrenza sa essere Aragorn. 

«Dai dati relativi al periodo 2020-2025 – spiega – emerge che in città la crescita della spesa sociale, da circa 24 a quasi 33 milioni, sembra legata soprattutto a un aumento della domanda, più che a un rafforzamento strutturale del Comune. In particolare crescono alcune aree specifiche, come minori e accoglienza (MSNA), che però risultano in larga parte coperte da trasferimenti statali.  Questo porta a un aumento della capacità di risposta, ma in modo piuttosto vincolato e dipendente da risorse esterne».

Un trend al rialzo che Cinzia Fontana, vice sindaca di Crema, conferma e sottolinea con la preoccupazione e la precisione che la caratterizzano. Rigorosa, la Nilde Jotti provinciale snocciola alcune cifre. Fredde, spiegano lo stato dell’arte più di un appassionato discorso. Aveva già sollevato la questione due anni fa (Vittorianzanolli.it, 4 agosto 2024), senza ottenere i risultati sperati. La discussione è durata il tempo di un’incazzatura. Poi è ritornata nel sottosuolo. Di quel dibattito restano sbiaditi ricordi di qualche mugugno dei sindaci e alcune velleitarie promesse di azioni di protesta da recapitare a Roma, poco altro. Pragmatica e idealista, la vice sindaca, anche lei come Patti Smith in People Have The Power, crede «che tutto quello che sogniamo può arrivare».  Per questo, inossidabile e con il supporto dei numeri, ripropone l’argomento della spesa sociale. Intanto coltiva la speranza che, diversamente dal passato, la questione non ritorni in cantina o in soffitta come l’albero di Natale, per rimanerci fino al prossimo anno. 

Fontana sottolinea che nel 2009 i Comuni impiegavano per diritti e politiche sociali e famiglie il 15,2 per cento delle spese correnti.  Nel 2019 il 23,0; nel 2025 il 25,9.

Per istruzione e diritto allo studio, Servizio di Assistenza per l’Autonomia Personale (Saap) compreso, si è passati negli stessi anni di riferimento dal 9,4 per cento al 9,9 e all’11,5 della spesa corrente.  Se si estrapolano i dati del Saap si rileva che il suo incremento è stato dell’1,6 per cento, più che triplicato rispetto allo 0,5 per cento dei dieci anni precedenti.

L’analisi comparativa dei rendiconti 2009–2019–2025 forniti dalla vice sindaca evidenzia una riallocazione strutturale delle spese correnti verso gli interventi sociali ed educativi.

 Da 4,9 milioni di euro nel 2009 la spesa è passata a 10,8 nel 2025 con un incremento del 120 per cento, che giustifica i timori dei Comuni.  

La crescita, in percentuale, supera ampiamente quella delle spese correnti complessive, salite dai 32,4 milioni di euro nel 2009 ai 41,7 del 2025, con una variazione del 29 per cento. Anche l’istruzione ha seguito un percorso di rafforzamento. Dai 3,05 milioni di euro del 2009 è salita ai 4,79 del 2025, un balzo del 57 per cento.  Una crescita significativa, ma più contenuta rispetto al sociale. 

I bilanci raccontano di più welfare, più istruzione, più attenzione alle persone. Ma anche più difficoltà per i Comuni. Non è sufficiente incrementare la spesa, per una buona politica sociale. Servono equità, sostenibilità e risposte alle reali richieste di assistenza. Se fosse il contrario si cadrebbe nell’assistenzialismo, antitesi di una buona amministrazione della cosa pubblica. E il rischio di incorrere in questo errore sempre dietro l’angolo.

I servizi sociali rientrano tra le funzioni più seguite e più curate delle amministrazioni comunali, ma anche tra le più complesse da gestire. Richiedono un’attenzione particolare, che travalica l’aspetto economico che, piaccia o non piaccia, per i Comuni rimane l’ostacolo più impegnativo da affrontare.

La missione 12 del bilancio (il capitolo di spesa che si occupa del sociale)  e i relativi programmi sono il navigatore che informa del percorso intrapreso dai singoli Comuni nel sociale. Sono le colonne d’Ercole che tutte le amministrazioni devono superare per poi navigare in un mare tutt’altro che calmo. Questo implica risorse adeguate e coraggio. Ma non basta ancora. 

Se i Comuni sono gli armatori del vascello, le assistenti sociali sono le skipper. E qui sorge un problema. Anzi il problema per eccellenza, l’ostacolo più difficile da rimuovere. Le assistenti sociali scarseggiano e spesso l’opzione di operare nel privato prevale su quella di impegnarsi nel pubblico. Le ragioni di questa scelta sono più che giustificate dal riconoscimento economico, dall’ambiente di lavoro più accogliente, dal minore carico burocratico.  Vantaggi non necessariamente offerti tutti insieme.

Poi c’è la burocrazia che non aiuta. Complica e toglie del tempo all’assistenza.  L’informatica non fornisce l’aiuto sostanziale che offrr in altri settori. L’Azienda Sociale Cremonese, la Comunità Sociale Cremasca e il Consorzio Casalasco Servizi Sociali, che raggruppano i Comuni delle tre aree provinciali non possono ancora fare miracoli. Comunque resta il nodo della carenza di assistenti sociali.

Il quadro non è dei migliori e le prospettive per il futuro non sono incoraggianti. Le fragilità sono in aumento.  La povertà legata al lavoro precario e sottopagato determina un crescente disagio sociale a cui i Comuni, da soli, non riescono a fornire risposte adeguate. 

Una nota positiva arriva dall’Asst di Crema.  Su alcuni temi socio-sanitari è già in atto una sinergia con i Comuni, ma è una goccia in mezzo al mare. 

Un aiuto alle amministrazioni potrebbe venire da una collaborazione con enti e associazioni impegnate nel settore dell’assistenza. Non è un obiettivo impossibile. Basterebbero meno steccati e più dialogo. Poi la volontà di condividere le competenze. Si determinerebbe un valore aggiunto, utile non solo per la gestione del disagio sociale, ma anche per la prevenzione dello stesso. Strada maestra per evitare che il malessere si trasformi in patologia ingestibile. 

 

Antonio Grassi

  

 

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