Mercoledì alle sette della sera, presso la sala Stradivari di CremonaFiere, i sindaci-soci di Padania Acque erano riuniti per un’assemblea societaria. Poco prima avevano approvato
all’unanimità il bilancio d’esercizio 2025. Si accingevano a votare i componenti del collegio sindacale della società.
Alle sette della sera le discussioni e le polemiche roventi dei giorni precedenti su questo argomento impregnavano l’aria, ma il clima appariva tranquillo. Definirlo mesto sarebbe più corretto.
Alle sette della sera i sindaci-soci erano stanchi e demotivati. Sfibrati dallo scontro avviato nelle settimane precedenti per una sfida molto di potere e poco di sostanza. Confusi per
l’eccessivo clangore di lame incrociate. Spaesati per tanto rumore sulla spartizione di poltrone tecniche e di controllo e non di gestione. Decisione importante, ma non tale da
scatenare un cataclisma politico.
Alle sette della sera un uomo elegante, niente giacca, camicia bianca, cravatta e pantaloni blu, scarpe stringate nere e cintura dello stesso colore, sostava sul pianerottolo antistante la sala dell’assemblea. Presenza insolita, l’intruso rappresentava l’indizio, lo spoiler del risultato dell’imminente
votazione. Alto e distinto, sentinella della sala Stradivari, l’uomo attendeva calmo e sicuro la chiusura dei lavori. Si crogiolava nel rimirare la scala reale che teneva in mano. Avrebbe
vinto la partita. Lui, il politico che non era segretario né dirigente di partito, neanche sindaco-socio e neppure assessore o consigliere. Lui il king maker che aveva dettato le regole del gioco e dato le carte. Lui il metronomo della politica locale, il cerbero educato, abituato ad usare pugno di ferro in guanto di velluto. Lui, pignolo e metodico, aveva diretto con maestria il
traffico del consenso sulla via dell’acqua.
Alle sette della sera tutto era evangelicamente già compiuto e lui attendeva l’ufficializzazione del risultato, dell’ultimo esame prima della laurea di migliore pokerista
della politica locale.
Fabio Bertusi, l’uomo che sussurrava ai partiti, aspettava il trionfo della lista Pd-Fratelli
d’Italia, da lui promossa e sostenuta.
Non uno scherzo e non un ossimoro, ma nuovo organismo geneticamente modificato
(Ogm) e registrato con il nome di Fratelli Piddini Cremonesi (FPC). Costruito con
segmenti di Dna dei due partiti dalla sezione politica di ingegneria genetica di Pd e Fratelli
d’Italia, si contrappone al vecchio sodalizio Forza Italia-Lega.
Alle sette della sera il surreale diventava reale. L’assurdo si trasformava in fattuale. La
politica provinciale si confermava un ologramma di mestieranti, specializzati in
chiacchiere e tessere. Popolata da maschi alfa taroccati, con ego debordanti alla ricerca di
conferme. Intrisa di perdenti, truccati da vincenti. Con donne eccellenti relegate in seconda
fila.
Alle sette in punto della sera si sgretolava la coalizione di centrodestra, implodeva Fratelli
d’Italia. Il Pd svendeva la propria identità per uno scranno di serie B.
Alle sette della sera Forza Italia e Lega uscivano ammaccati dallo tsunami, ma con dignità e
coerenza, gravati di un interrogativo relativo ai futuri appuntamenti elettorali. In autunno
le elezioni del consiglio provinciale. Il prossimo anno il rinnovo di alcune amministrazioni
comunali, Crema la più importante. Saranno le elezioni con liste Ogm?
Alle sette della sera, in sala Stradivari la fotografia di vincitori e vinti era già chiara, in
anticipo sulla chiusura della consultazione.
Di Bertusi, è stato detto. Tutti i votanti sapevano che sarebbe salito sul gradino più alto del
podio degli strateghi, pronto per la seconda parte della sua marcia alla conquista della
leadership e del controllo di Fratelli d’Italia, partito al quale, si dice, sia iscritto. Obiettivo
ambizioso, è impresa ardua. Considerato il livello non da Champions League della locale
classe dirigente meloniana, il traguardo non sembra però impossibile. Tra i ciechi anche gli
orbi ci vedono. Bertusi possiede occhi di lince.
Alle sette della sera, Andrea Bignami, seduto in prima fila nella sala Stradivari, membro
uscente del collegio sindacale, tranquillo attendeva la sua riconferma, prevista dalla
sceneggiatura che, sapeva, non sarebbe stata modificata.
Stazza di Bud Spencer, l’aria rilassata ed enigmatica di un monaco buddista, è il vincitore
vero. Per più di un anno il Pd ha cercato un appiglio giuridico per giubilarlo, ma indarno, direbbe il poeta. Tra i tentativi figura il vergognoso doppio passaggio in consiglio comunale
del nuovo statuto della società.
Leghista della prima ora, understatement invidiabile, Bignami non ha mai dimenticato che
Alberto da Giussano compare con la spada sguainata nel simbolo del suo partito. E lui è
un fuoriclasse a tirare di fioretto. Come Cyrano, anche Bignami non perdona e tocca. Per
altri tre anni proseguirà a essere l’incubo del Pd e a disturbare il sonno di chi propaganda
un cambiamento, che alla verifica risulta farlocco.
«Eh già sembrava la fine del mondo ma sono ancora qua ci vuole abilità» (Vasco Rossi).
Alle sette della sera, Matteo Romagnoli di Fratelli d’Italia, ma candidato del neonato
FPC, non era roso dal dubbio sull’esito dell’elezione del collegio sindacale. Alle sette della sera, l’ora dello spritz con stuzzichini, è stato nominato presidente del
collegio sindacale di Padania Acque con i voti decisivi del Pd ma senza una parte di quelli
di Fratelli d’Italia. Capolavoro assoluto di realpolitik non scevro di un pizzico di cinismo, la sua elezione merita una standing ovation e una riflessione su dubbi e ambiguità generati. È vera gloria il matrimonio Pd-Fratelli d’Italia? Ma il 5 maggio, Manzoni e Napoleone non
c’entrano.
Dei tre membri effettivi del collegio sindacale, il presidente Romagnoli e il consigliere
Bignami sono entrambi marchiati con il timbro Centrodestra di origine controllata. Ora, è
corretto affermare che la maggioranza sia formalmente di centrosinistra? No. Ma è
altrettanto vero che è sbagliato sostenere che sia di centrodestra. Il loop è servito. Definirla
maggioranza bertusiana sarebbe il modo migliore per uscire dal rompicapo. È proibito
dalla politica, ma non dirlo è ipocrisia.
Alle sette della sera, nella sala Stradivari è andata in onda la tragedia di Fratelli d’Italia.
Confuso e spaesato, il partito fluttua nel mare grigio del nulla. Privo di bussola, con una
classe dirigente di volonterosi boy scout, non offre molto altro. Con poche idee confuse, Fratelli d’Italia cavalca l’onda dell’improvvisazione e la coerenza
manca dalla sua cassetta degli attrezzi. Più simile a un’armata Brancaleone che a una
falange oplitica, è un partito bipolare. Raccoglie consensi, tessere e poltrone, ma non
dirigenti all’altezza del ruolo. Non incide per i numeri che può esibire. Nella guerra per il collegio sindacale di Padania Acque, i boy scout scalcagnati di Giorgia
Meloni si sono schierati con la squadra vincente. Hanno ottenuto il presidente, ma si sono
ritrovati spelacchiati per fratricide e furiose liti all’arma bianca.
Partiti per suonare, hanno sì suonato, ma sono tornati suonati. Un caso da studiare.
Marcello Ventura, il capo dei lupetti, al momento di scatenare l’inferno contro gli ex
alleati Lega e Forza Italia e fornire sostegno a Romagnoli, è rimasto con il cerino in mano.
Travolto dalle contestazioni per l’accordo con il Pd, si è ritrovato con l’esercito decimato
per la diserzione dei suoi ufficiali, contrari al matrimonio con il Pd. Contestato, è stato
costretto ad affrontare una lotta intestina a colpi di comunicati, fuga di notizie, colpi bassi.
Il partito da Fratelli d’Italia si è trasformato in Fratelli coltelli, un’evoluzione darwiniana al
contrario.
Sarebbe miope addossare esclusivamente la responsabilità del disastro a Ventura. Il
fallimento della linea rossonera va condiviso con il mantovano Carlo Maccari, coordinatore regionale del partito. Spedito a Crema per commissariare il circolo indisciplinato, in città si è visto molto poco, e
molto poco è già molto. Sulla guerra che ha squassato il partito non ha mosso un dito. Non ha profferito una
parola. Si è caratterizzato per il suo silenzio devastante per Fratelli d’Italia. Nel valzer dell’assurdo, si è salvato il senatore Renato Ancorotti. Sveglio come pochi e rapido come
un centometrista olimpico, si è divincolato in tempo record dall’abbraccio mortale con il
Pd.
Chiude il cerchio il documento del direttivo provinciale del partito. Dissente dalla linea filopidiessina di Ventura. Questo basta e avanza. Alla riunione erano presenti in pochi, ma sufficienti per risultare giustiziere.
Alle sette della sera i sindaci-soci del Pd presenti a CremonaFiere, acquattati e silenziosi, seguivano discreti i lavori dell’assemblea. Nei giorni successivi alla nomina non hanno rilasciato dichiarazioni. Niente polemiche. Profilo basso e via andare.
Stupisce il silenzio del consigliere regionale del Pd, Matteo Piloni. Ubiquitario interviene su tutti i problemi del territorio, se necessario anche sul ruolo sociale del gioco della lippa.
Alle sette della sera il Pd ha vinto. Ha spaccato e incenerito Fratelli d’Italia. Ha confermato di essere la Dc del terzo millennio. Ma più arrogante. Forse più spregiudicato. Ne valeva la
pena? Se alle cinque della sera è il Lamento per Ignacio Sanchez Mejias di Garcia Lorca, quanto è successo mercoledì alle sette della sera in sala Stradivari è il Lamento funebre
della politica provinciale.
Condoglianze.
Antonio Grassi

































