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Da decenni l’Islam europeo conquista terreno e niente sembra in grado di contrastarne  l’avanzata. Capire non è semplice, ma è doveroso provarci.  A mio modo di vedere, fra le cause del fenomeno va considerata l’oicofobia. 

Il disprezzo  che proviamo per la nostra cultura sembra essere il comune denominatore che spinge alcune frange della politica a cercare alleanze con le principali organizzazioni musulmane che hanno messo radici nel continente. I nostri  grandi meriti quali i diritti dell’uomo, la democrazia, le conquiste sociali, la tecnologia e le grandi, irripetibili opere dell’arte, sono stati da noi dimenticati. Non so dire se ciò sia avvenuto in buona fede o meno. 

Parte della politica europea ha preferito cedere alla pusillanimità, dimostrandosi prona, per pavidità o per calcolo, a inquadrare l’Islam (anche quello estremista) come un fenomeno religioso e non per quello che in realtà è: un fenomeno politico. Solo un’Europa debole e confusa può cedere a questo tipo di fraintendimento di cui i paladini più determinati sono l’estrema destra e una parte della sinistra.

La destra, si sa, disprezza il secolarismo e la democrazia; è soggiogata da una vocazione  che la spinge a prosternarsi davanti a ciò che i suoi militanti definiscono sacro. Tutto quanto venga considerato basilare per la loro esistenza viene sacralizzato: la guerra, l’eroe, la narrazione revisionista, le etnie, i miti identitari …e chi più ne ha, più ne metta. Oltre a ciò condivide con l’islamismo un insieme di valori “tradizionali” oggigiorno molto discussi, come la supremazia di genere, la lotta ai LGBT+ e l’antisemitismo. 

Questo ha portato la destra a pensare all’Islam come a una forza anti liberale con cui stipulare una sorta di interdipendenza strategica.  In altre parole l’Islam stesso è diventato “la forza” per antonomasia che contrasta l’Occidente  in virtù delle regole certe e ammantate di assoluto che lo alimentano.

Estremismo di destra e fondamentalismo islamico si alimentano a vicenda in un paradosso ideologico inquietante e questo avviene oggi come in passato: tutti ricordiamo  che a suo tempo il Gran Muftì di Gerusalemme chiese la collaborazione di Hitler e Mussolini per opporsi alla fondazione dello Stato ebraico, mentre Mussolini stesso si autoproclamò protettore dell’Islam. 

D’altro canto la sinistra, che non è stata in grado di scrollarsi di dosso il dogma marxista, anziché  fare una sana e rigenerante autocritica, guarda all’Islam come supporto per continuare la lotta contro il capitalismo liberale, il grande nemico imbattuto. L’Islam quindi  è “l’altro” cui riferirsi e poco o punto importa che questo “altro” sia l’alfiere di tutto ciò contro cui si è combattuto sino a ieri: patriarcato, teocrazia, negazione della libertà individuale, sottomissione delle donne e, anche qui…chi più ne ha, più ne metta. 

Al nuovo alleato quindi viene attribuita una forza d’urto anti occidentale che certa sinistra non è in grado di attuare e a cui non resta che fare un uso strumentale di una cultura che ci è estranea per contrastare la propria. E’ noto che anche la sinistra è nata in Occidente.

Tutti ricordiamo come molti intellettuali europei abbiano inneggiato alla Repubblica islamica dell’Iran dopo la cacciata dello Scià, definendola come uno spirito di rivolta capace di opporsi alla modernizzazione forzata voluta dall’imperialismo (Foucault e gli immancabili epigoni). 

Ancora oggi, pur zittiti dalle innumerevoli azioni liberticide ordinate dagli ayatollah, i nostri penseurs faticano ad accettare che burqua e chador  non sono emblemi culturali e nemmeno  religiosi, ma sfacciatamente politici che poco o nulla hanno a che fare con la lotta dei popoli oppressi dall’imperialismo. 

Sia la destra che la sinistra, come dicevo, hanno ceduto alla  pusillanimità o, se si preferisce, alla pavidità intellettuale. 

Che i militanti di destra, con i loro occhioni lucidi, guardino ai  propri  modelli onirici  (per usare un eufemismo) con devozione mistica,  non stupisce di certo, ma il gran silenzio della sinistra davanti a comportamenti per noi  inaccettabili da lungo tempo lascia decisamente perplessi.  

Lo smantellamento progressivo dei valori che ci hanno alimentato  e che noi abbiamo subìto passivamente,  non consente più di produrre una narrazione  solida di storie che ci rendano consapevoli e che uniscano scienza, tecnologia e spiritualità;. quest’ultima, peraltro,  unisce i popoli, mentre la religione, con i suoi schemi, dogmi e regole, li separa. 

L’Occidente ormai è ridotto ad una scatola vuota che chiunque può riempire a proprio piacimento.

La nostra vita ha bisogno di un senso che non troviamo più perché abbiamo abdicato a favore di tecnica, burocrazia e consumismo. Non ci sono più bravi cittadini, ma bravi consumatori, diceva Pasolini; siamo arrivati al punto che cambiamo  smartphone con la trepidazione di chi è  prossimo a cambiare vita. 

La sinistra odia l’Occidente per il suo passato e la destra per il suo presente. Le ragioni di questo strano connubio fra opposte visioni politiche potrebbero essere individuate nel pensiero post moderno che  ha promosso un relativismo indisciplinato e confusionario, oppure potrebbero essere ricercate nelle frizioni innescate  dalla nostra natura duale: razionalità contro istinto, certezze contro dubbi generano emozioni sospese e ideali infranti che rendono la consapevolezza fragile e sofferente, con tutti i guai che ne conseguono, fondamentalismi compresi.  

 

Giuseppe Pigoli

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