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Nella sola provincia di Cremona sono mappati oltre 200 impianti tra biogas storici e nuove ammissioni al biometano finanziati col PNRR. Di questi, un nucleo densissimo di una decina di grandi impianti industriali di digestione anaerobica/biometano è strettamente concentrato nel distretto del Casalasco (tra i territori di Casalmaggiore, Gussola, Martignana di Po, San Giovanni in Croce, Rivarolo del Re, Piadena, Solarolo Rainerio e limitrofi).

Ecco il calcolo geometrico e agronomico basato sui volumi e sui limiti imposti dalla Mappa Nitrati della Regione Lombardia.

Quanto digestato viene prodotto?

Un singolo impianto di biometano standard del Casalasco digerisce tra le 40.000 e le 50.000 tonnellate di biomassa all’anno (tra reflui zootecnici propri, insilati locali e pollina/scarti agroindustriali esterni).

Produzione annua per impianto: 38.000 tonnellate di digestato residuo (al netto della perdita in biogas).

Produzione complessiva stimata (10 impianti del Casalasco): 380.000 tonnellate di digestato all’anno.

Il bilancio chimico dell’azoto

Il digestato generato da queste ricette miste (ricche di azoto esogeno da pollina avicola) ha una concentrazione media di azoto totale stimata prudenzialmente in 4,5 kg di azoto per tonnellata.

380.000 t digestato x 4,5 kg N/t=1.710.000 kg di azoto (totale annuo).

Gli impianti del Casalasco immettono quindi nel ciclo agronomico locale ben 1.710 tonnellate di puro azoto ogni anno.

Quanta superficie agricola utilizzata legalmente? (Il limite ZVN)

Poiché l’intero Casalasco è classificato come Zona Vulnerabile ai Nitrati (ZVN) dalla Regione Lombardia, il limite massimo invalicabile per lo spandimento è di 170 kg di azoto per ettaro all’anno. Senza considerare le tecnologie di separazione (che riducono il volume del liquido ma concentrano solo i solidi senza eliminare la massa di azoto), la formula matematica per l’assorbimento legale è rigida:

1.710.000 kg N\170 kg/ha/anno=10.058 ettari

Per spandere legalmente il solo digestato prodotto dal cluster di impianti esistenti nel Casalasco servono poco più di 10.000 ettari di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) netta.

Il cortocircuito: il confronto con la SAU reale e il carico zootecnico

Per capire perché la terra non è fisicamente in grado di assorbire questo volume, dobbiamo sovrapporre i 10.058 ettari necessari alla realtà geografica:

La frammentazione dei terreni: 10.000 ettari corrispondono a 100 chilometri quadrati di soli campi coltivati interamente asserviti agli impianti. Comuni come Gussola, Torricella o Martignana di Po hanno estensioni territoriali totali comprese tra i 10 e i 30 km² (compresi centri abitati, strade e argini del Po). Significa che il digestato da solo richiede la superficie agricola equivalente a 4 o 5 interi Comuni casalaschi.

La zootecnia preesistente (l’azoto “fantasma”):
Quei 10.000 ettari di terra richiesti dagli impianti non sono vuoti. Sono i medesimi terreni coltivati a mais e foraggio su cui le aziende agricole locali devono già spandere i liquami tal quali prodotti dalle stalle storiche di bovini e suini del territorio. La zootecnia casalasca satura già autonomamente l’80-90% della SAU locale.

Il surplus netto

Se la terra del Casalasco è già satura per la quasi totalità del limite di 170 kg/ha a causa dei reflui storici, lo spazio utile effettivo rimasto sulla SAU locale per assorbire l’azoto “nuovo” o “importato” dagli impianti è inferiore al 15% (circa 25 kg/ha liberi).

SAU reale necessaria per assorbire l’eccedenza =1.710.000 kh N digestato \ 25 kg/ha disponibili= 68.400 ettari

Per non intossicare le falde e rispettare i limiti biologici del terreno del Casalasco, servirebbero quasi 70.000 ettari di terra libera, un’estensione immensa che costringe gli impianti a esportare e trasportare la frazione solida e liquida del digestato a distanze siderali (fuori dalle ZVN o verso colline e province limitrofe carenti di materia organica), trasformando la transizione verde in una continua ed economicamente pesante movimentazione di camion.

 

Maria Grazia Bonfante

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