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«La Lega ce l’ha duro». Era il 1991. Umberto Bossi rassicurava gli italiani sulla virilità del proprio partito di maschi alfa. Un partito ancora adolescente, ma già protagonista.  Definiva Roma ladrona e non reputava un’eresia ipotizzare una Padania indipendente.  William Wallace del Nord Italia era pronto a guidare l’esercito leghista nello scontro sul federalismo, sull’identità e sul radicamento dei territori, sulla questione settentrionale, ancora oggi dibattuta e tutt’altro che risolta. Aiutata dalle stelle più brillarelle, dai grilli che fanno cricri, dal ponentino più malandrino e dagli altri alleati invocati dal Rugantino, Roma ha ammorbidito, ammaliato e fottuto gli eredi di Bossi. Ora il partito è in mezzo al guado, in un fiume di guano. 

Ciò che era duro, ora si è ammosciato. Ciò che era mela cotogna, ora è caco maturo. Ciò che era torrone, ora è marmellata.

Nel 1993, due anni dopo la dichiarazione testosteronica del capo, Cesare Giovinetti issava la prima bandiera leghista sul Comune di Crema. La seconda l’avrebbe ricollocata nel 2007 Bruno Bruttomesso, dopo un quinquennio governato dal centrosinistra. La terza è conservata in naftalina in un cassetto e probabilmente ci rimarrà per molto, forse per sempre.  

Il bancario Giovinetti piallava il politico di professione Renato Strada, soggetto, per usare il lessico bossiano, con i controcazzi. Laureato in filosofia, già leader studentesco, ex segretario del Pci cremasco, il compagno Renato stava in parlamento – secondo mandato – sotto il vessillo Pds. Promosso per la poltrona Frau di Roma, bocciato per la più economica poltroncina Ikea di Crema.  Una doccia fredda inaspettata per il borghese di sinistra abituato a vincere e poco avvezzo alla sconfitta. Claudio Velardi ha raccontato che un giorno aveva chiesto a Renato, allora suo collega di università, cosa pensasse di fare in futuro.  La risposta non lasciava adito a dubbi: «Il rivoluzionario di professione» (Il Riformista del 22 luglio 2025). Pare che non ci sia riuscito. L’anno successivo al tracollo elettorale, Strada si dimetteva dal Consiglio comunale, in attesa di una sistemazione degna del suo alto lignaggio politico. Sistemazione che arrivava pochi anni dopo con la prestigiosa nomina di direttore generale dell’Enea, esperienza conclusa in anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato. Tornato in riva al Serio nel 2003, contribuiva alla riorganizzazione delle partecipate del Cremasco. L’operazione partoriva Scrp, la cui tribolata giubilazione è risaputa, così come è altrettanto nota la sua rigenerazione in Consorzio.it.  Come l’araba fenice.

Il bancario aveva superato un pezzo da novanta della politica locale.  Non un apprendista stregone. Non uno sconosciuto militante di partito. Di certo, non un militonto.  Già, aveva sverniciato nientepocodimeno che Renato Strada, il politico più snob del territorio, ammirato non solo dai compagni di partito, ma anche da una fetta della borghesia cittadina, quella illuminata, sul cui significato si può discutere, ma che è indubbio sia più propensa al cambiare tutto per non cambiare nulla.  Per la Lega, la vittoria del dilettante contro il professionista sanciva un trionfo elettorale storico e da sballo.

Mentre Giovinetti si prendeva Crema, il cremonese Giorgio Conca stava già alla Camera. Nel frattempo Italico Maffini scaldava i muscoli per correre in Senato, raggiunto nel 1993. Aldo Bettinelli, dopo cinque anni in Regione, nel 1997 entrava negli annali per avere organizzato, insieme al casalasco Giovanni Robusti, la protesta degli agricoltori inferociti per le multe relative allo sforamento delle quote latte. Prova di forza, dimostrava la notevole capacità di mobilitazione sociale della Lega.

Era la cavalcata delle valchirie del partito. Poi un tonfo tremendo alle elezioni comunali del 1995. Evandro Lodi Rizzini, suo candidato sindaco di Cremona, su cinque concorrenti si piazzava al terzo posto con circa il 13 per cento dei voti: una sconfitta con le caratteristiche di una disfatta se confrontata con il 20 per cento incassato cinque anni prima, grazie a una lista di esponenti storici del partito.  Tre per tutti: Mario Pedrini, Franco Manfredini, Claudio Demicheli

Negli anni successivi, la Lega procedeva senza infamia e senza lode.  Traccheggiava.

Nel 2005 spediva a Milano il soncinese Mauro Gallina, il cavaliere pallido dei film western, lo sconosciuto che arrivava nella sperduta Silvertown e risolveva tutti i problemi.  Quelli affrontati da Gallina a Milano pochi li ricordano. 

Nel 2008 entrava in Senato il cremasco Alberto Torrazzi, ingegnere e bossiano di ferro. Un bulldozer nella difesa della dottrina del fondatore del partito.  A fine legislatura la fedeltà alla linea del fondatore lo relegava nella minoranza del partito. Usciva dalla nomenklatura della Lega locale. Abbandonava la politica attiva: da mastino dei Baskerville ad anonimo e simpatico basset hound. Però non completamente domo.

Nel 2013 Roberto Maroni, presidente della Lombardia, nominava Cristina Cappellini, assessora alle Culture, Identità e Autonomie. Anche lei soncinese, svolgeva il compito con competenza e raccoglieva un consenso che travalicava i confini dell’appartenenza di partito. 

Sempre nel 2013 il soresinese Federico Lena veniva eletto consigliere regionale. A Milano ci restava per due legislature, fino al 2023. La seconda, conquistata con una manciata di preferenze a scapito della Cappellini, la sua principale competitor. Ha abbandonato la militanza di partito. E’ un civico. Ora è assessore al bilancio a Madignano. 

Silvana Comaroli è il cameo che si distingue.  E resiste.  Entrata in parlamento nel 2008, non è più uscita, senza preoccuparsi di rimanerci con il pass da deputata o con quello da senatrice.  Ancora oggi fa la spola tra Soncino e Roma. Già, sempre o ovunque Soncino. Cresciuta all’ombra della famosa rocca sforzesca, orgoglio del borgo, è attrezzata per affrontare gli intrighi di corte. Dote confermata dalla sua abilità di sopravvivere ai cambi di segretario. Andata nella capitale con un viaggio pagato da Bossi, è rimasta con uno offerto da Maroni. E adesso continua con un biglietto staccato da Salvini. Per una donna, nel partito del celodurismo, anche se presunto, è impresa notevole. Ma è anche il filo della continuità, che ricorda le origini. L’aspetto da insegnante di liceo, il tono pacato, quasi dimesso, ingannano: è lei la Wonder Woman padana.

Nel 2013 Matteo Salvini subentrava a Maroni nel ruolo di segretario federale della Lega Nord. Nel 2022 cambiava il nome al partito. Sostenuto dai giovani padani e con eccessiva modestia, lo ribattezzava Lega per Salvini premier. Per i fedelissimi pretoriani il Capitano concedeva briciole di potere e di cariche, senza passare dall’ufficio qualità del partito, ammesso che la Lega ne avesse e ne abbia uno.  

Claudia Gobbato di Agnadello, cresciuta negli uffici regionali della Cappellini, nel 2022 finiva alla Camera. Qualcuno crede ancora oggi fosse il quarto mistero di Fatima, altri la segretissima formula della Coca Cola. Come era arrivata è sparita. Ma nessuno si è accorto della sua assenza.

Simone Bossi, per quattro volte segretario del partito cremonese, è navigatore di lungo corso. Più nostromo che comandante. Più portato a usare l’estintore che a impugnare la spada di Alberto da Giussano. Versione moderna del democristiano moroteo, varcava le porte del Senato nel 2022. Chiusa l’esperienza rientrava nei ranghi del tran tran provinciale. Sveglio, aveva capito che essere primo in provincia non è poi tanto male.  Può risultare più gratificante che secondo a Roma. Saggio e lungimirante aveva capito da tempo che piuttosto che niente, meglio il piuttosto.

Infine c’è Riccardo Vitari, in consiglio regionale dal 2023 per grazia ricevuta, favorita dal buon cuore e dalla disattenzione di Filippo Bongiovanni, allora come ora sindaco di Casalmaggiore. Dopo avere ottenuto il lasciapassare per la Regione, Bongiovanni è stato costretto a restituirlo per l’incompatibilità con un incarico ricoperto al momento del voto.

Vitari s’impegna, ma spesso si aggrega al consigliere piddino Matteo Piloni in una società di mutuo soccorso troppo sbilanciata a sinistra. Nulla da stracciarsi le vesti, senza dimenticare però che l’autonomia è uno dei pilastri del pensiero leghista. 

La Lega non ce l’ha duro e quella del nostro territorio non fa eccezione. Questo però non è un de profundis, un necrologio anticipato. È una fotografia virata seppia di una Lega sulla via dell’estinzione e costretta a cambiare per sopravvivere.

È il racconto di una metamorfosi profonda iniziata alcuni mesi fa nel partito e giunta all’ultimo miglio. L’annuncio di questi giorni del presidente della regione, Attilio Fontana, sulla nascita di un’associazione all’interno della Lega per rilanciare il Nord e sostenere la leadership collettiva nel partito lascia poco spazio a illusioni. Gli applausi e l’adesione di Luca Zaia e Massimiliano Fedriga, due pesi massimi del partito, garantiscono che c’è poco fumo e molto arrosto. 

È la conclusione di una storia con due finali. Se si è pessimisti e un po’ nostalgici, Leonard Cohen funziona a meraviglia per i titoli di coda: «I miei amici se ne sono andati e i miei capelli sono grigi». Se si è ottimisti e sognatori, Enzo Jannacci è magico: «El purtava i scarp de tennis, el parlava de per lü, rincorreva già da tempo un bel sogno d’amore». E si riprende a correre di nuovo. Per l’ennesima volta.

 

Antonio Grassi

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