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GLI EDITORIALI DI ADA FERRARI

Tutto come previsto: benché il centro sinistra prometta tuoni e fulmini, a contestare e cannoneggiare le misure del governo Meloni non sarà  un’opposizione parlamentare impantanata al momento in fratture interne che impediscono qualunque convincente proposta alternativa. E dunque? E dunque si ricorre all’antico ‘rimedio della nonna’: un piede nel  sistema e l’altro nell’antisistema, stare nelle istituzioni e nel contempo farle criminalizzare e assediare dalle piazze.  Vecchio gioco delle parti che procede con le collaudate stampelle di sempre:  centri sociali, gruppi dell’antagonismo militante, collettivi studenteschi.  Rimedio della bisnonna direi, a giudicare dagli stracotti argomenti del comunicato ufficiale diffuso durante il ‘No Meloni day’ organizzato a Milano lo scorso 18 novembre da alcuni collettivi studenteschi con la supervisione culturale del centro Sociale Il Cantiere, autentico tempio dell’Intelligenza critica.  Articolata e rispettosa della scelta di milioni di italiani l’analisi del  voto: “Queste elezioni hanno visto vincere una maggioranza che rappresenta tutto il marcio di questo sistema”. Di pregevole chiarezza il loro autoritratto: “Siamo la generazione meticcia….Siamo la generazione queer  e transfemminista”. Intuibili le esigenze spirituali primarie: “ Vogliamo il diritto all’aborto libero, sicuro e gratuito e pretendiamo un’educazione di genere, al consenso e al piacere” Quanto a scuole e Università, pacatamente definite fabbriche di servi, di oppressi  e leccapiedi,  per nostra fortuna  si dichiarano pronti a occuparsi personalmente della radicale riscrittura di programmi e scelte didattiche.  Non procedo oltre in questo penoso tracollo dell’intelligenza. Inutile aggiungere che Il Cantiere non è un cenacolo di stinchi di santo:  immobili di pregio  occupati con la violenza, raid squadristici per selezionare case da sequestrare, squadre d’assalto mascherate che provvedono a sventrarne porte e finestre, un ristorante abusivo ignaro di cosa sia un registratore di cassa e un pittoresco repertorio di altri illeciti. Perché il questore non interviene? Perché Il sindaco di Milano Sala, area Pd e dintorni, lo prega di  lasciar correre. E tanto basti.

La miccia che ha dato e darà crescente fuoco alle polveri della protesta antagonista in scuole e università,  senza tuttavia riuscire a varcare – decisiva differenza col passato –  la soglia delle fabbriche, sta in due parole: una scuola ancorata al principio cardine del merito e una revisione del reddito di cittadinanza che riservi più generosi sostegni ai veri bisognosi e restituisca in tempi ragionevolmente rapidi al mondo del lavoro e alla conseguente dignità sociale chi invece  può lavorare ma per varie ragioni, come un precoce abbandono scolastico, si è ritrovato fuori mercato. Alle due parole aggiungiamone pure una terza direttamente conseguente: ripristino dell’ascensore sociale. Cose, a lume di buon senso, convincenti e condivisibili. Cose che si potrebbero addirittura definire di sinistra: magari le famose ‘cose di sinistra’ che un Pd in crisi identitaria cercava col lanternino fino all’altro ieri nel legittimo desiderio di esistere e soprattutto di dimostrarlo. Perché mai, dunque, tanta ostilità al disegno governativo? La domanda porta dritto agli irritabili nervi scoperti di un mondo post comunista che, perso il consenso nella classe operaia e con esso l’originaria ragion d’essere, è oggi alle prese con dubbi  del tipo ‘Chi sono, da dove vengo, cosa voglio’.   Risposta finora non trovata, se Letta arrivò a pensare di affrontare il problema giovanile con un assegnuccio consegnato ‘brevi manu’ ai diciottenni e la buona notizia che possono coltivarsi quanta cannabis gli aggrada nell’orto di casa.

Comincerei dunque col riconoscere che riguardo alla catena scuola-disoccupazione giovanile-mercato del lavoro si sta tentando di partire col piede giusto, pur nell’insoddisfacente entità degli investimenti destinati. Ho detto ‘tentando’ senza sovrastimare capacità operative per ora largamente inesplorate.  Ma, quantomeno, l’urgenza di una scelta è chiara. Continuare a lasciar credere alla platea di adolescenti inebetiti dai social che la vita è un Gratta e vinci, un parco giochi con qualche benevolo reddito di cittadinanza sempre all’orizzonte? Oppure spiegargli come stanno le cose, con un doveroso atto d’amore e onestà  tanto più necessario a fronte del declino di capacità e volontà educativa delle famiglie?  Se Dio vuole, qualcuno avanza il proposito di informarli che la vita è una faccenda tremendamente seria e, se presa sottogamba, prima o poi ti presenta micidiali rese dei conti.   Scuola del merito non significa, come una calcolata malafede sostiene,  spietata selezione della specie, scelta di covarsi i genietti  gettando gli altri alle ortiche.  Più semplicemente significa garantire che chi ha merito, per impegno personale e doti d’intelligenza, non sia scavalcato da chi sgomita in forza di un privilegio di nascita e ricchezza. Non a caso merito è il contrario di privilegio. Solo così si può sperare di rimettere in moto quel famoso ascensore sociale che distribuì istruzione, benessere e voglia di futuro, facendo correre l’Italia, nei mitici anni dell’espansione economica. Ingegnarsi su come  farlo ripartire è l’unica via realistica per garantire la qualità del materiale umano che erediterà il Paese e le enormi sfide che il futuro gli riserva. E la naturale incubatrice di tutto questo è la scuola. Non solo come luogo di apprendimento di cognizioni e saperi specifici ma di quel più generale ‘saper vivere’ che definirà la successiva postura di ciascuno verso il mondo, la società, la famiglia, il lavoro, le istituzioni… Compresa la postura verso quel principio di autorità senza il quale la convivenza civile degenera in illegalità e scontro muscolare di bande armate.  Esattamente quel che il bullismo vorrebbe, tant’è che se  infierisce per un verso sulle fragilità, inducendole spesso alla risoluzione estrema del suicidio,  per l’altro scarica la propria violenza sulle eccellenze colpevolizzandone i meriti. Ultima bravata, una matita conficcata nella testa di un compagno di scuola unicamente colpevole d’essere il più bravo. Il minimo esigibile è che queste gravissime devianze siano rieducate con l’obbligo a lavori socialmente utili dentro le scuole stesse. 

Ma la sinistra non ci sta: la scuola non è un tribunale e  i ‘lavori forzati’ non sono imponibili. Chi gliel’ha suggerita questa, l’illuminato circuito dei centri sociali?  I ‘no’ inspiegabili dell’area Pd sono parecchi e spesso moralmente incoerenti rispetto alla sua stessa storia. Come fa a difendere una versione assistenziale e demagogicamente indiscriminata del reddito di cittadinanza un partito dal passato tanto intimamente intrecciato al mondo del lavoro, della disciplina produttiva, dell’identità operaia e delle faticose e orgogliose tappe del suo riscatto? Il guaio è che il Pd non è più da decenni quella roba lì. S’è inchiodato al sistema, marmorizzato nell’apparato, ingrigito in pratiche di trasmissione ereditaria e dinastica del potere facendone un’arte che gli ha consentito di tenerselo pur senza vincere un’elezione. Ha piazzato parenti, discendenti e affini in ogni ragguardevole ganglio di giornalismo, editoria, cinema, televisione e università. E perché mai un partito così felicemente  e scientificamente dinastico dovrebbe simpatizzare per roba come scuola del merito e ascensore sociale?

 

Ada Ferrari

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