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«Grazie di esistere. Più bella cosa non c’è. Più bella cosa di te, unica come sei, immensa quando vuoi, grazie di esistere». Nessuno lo conferma, ma da alcuni giorni fonti attendibili riferiscono che il ritornello di Eros Ramazzotti sia diventato la hit preferita del centrosinistra provinciale e cremasco in particolare. Alcuni mentre la cantano accennano guardinghi a gesti scaramantici. Intanto l’area cattolica del partito è impegnata in novene mariane. Gli intellettuali fighetti, rigorosamente non organici, ma in cerca di una poltrona remunerata, rivedono su Prime Video due pellicole di culto: Poltergeist e Sesto senso. Poi, all’ora dell’aperitivo serale, si cimentano in una discussione sul paranormale. Tutti uniti in un campo largo, unico in Italia per coesione, ad auspicare che Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega perseverino nella deriva masochista e tafazziana imboccata in questi mesi.

Consapevoli che se Sagunto piange Roma non ride, i miracolati del centrosinistra evitano intelligentemente di brindare in maniera sfacciata. Coerenti con il passato, dimostrano di essere una spanna più scafati e accorti di un centrodestra sgarrupato e pressapochista. Simpatica Armata Brancaleone, più che compatta falange oplitica, Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega, hanno pubblicamente sostenuto l’ufficiosa candidatura a sindaco di Crema di Daniel Segre e puntato al buio le proprie fiches su di lui. Travolti dall’entusiasmo hanno trascurato due dettagli dirimenti dell’operazione e si sono ritrovati in mutande.

Primo, non hanno controllato eventuali vincoli normativi legati alla professione del candidato, attuale vicequestore vicario di Lodi ed ex commissario di Crema.

Secondo, non hanno considerato che Segre non è una pedina degli scacchi. Non è manovrabile. Non è disposto a farsi dettare la linea da altri. Per condizionarlo servirebbero politici, maestri in strategia e tatto, merce semi sconosciuta nel centrodestra della Repubblica del Tortello. Centrodestra ricco, invece, di apprendisti a vita, di traccheggiatori per indole e per Weltanschauung. Nella mediocrità imperante si distingue il fuoriclasse Fabio Bertusi, il pokerista di Fratelli d’Italia, che è bravo e tiene il banco, ma è un battitore libero.

A onor del vero, strategia e tatto non abbondano neppure nel centrosinistra locale, che però è assai abile nel mascherare difficoltà e scazzi carsici che lo attraversano.

Segre era stato preciso. Aveva illustrato ai generali del centrodestra la sua intenzione di candidarsi con una propria lista, appoggiata dai partiti da loro rappresentati. Semplice e lineare. Patti chiari e amicizia lunga: comando io. Ma, in politica, i patti eccessivamente chiari generano amicizie brevi. E se poi non si verificano in anticipo la conformità delle candidature alle leggi e alle norme, la brutta sorpresa è dietro l’angolo. Ma faciloneria e dilettantismo sembrano una prerogativa dei politici della nostra provincia, soprattutto di centrodestra.

L’attuale sindaco di Casalmaggiore, il leghista Filippo Bongiovanni, eletto consigliere regionale nel l 2023, è stato costretto a rinunciare al trasloco a Milano per una banale dimenticanza. Non si era dimesso, nei termini previsti dalla legge, da membro del consiglio di amministrazione del Consorzio di bonifica Navarolo, dettaglio che ha annullato il viaggio nella metropoli.

Nel 2019, copione analogo, ma più complesso, per il forzista Mirko Signoroni che allora come oggi era sindaco di Dovera. Eletto presidente della Provincia, deposti i calici per il brindisi della vittoria, gli arriva l’ingiunzione di sfratto da palazzo di corso Vittorio Emanuele. Il tribunale di Cremona lo dichiara ineleggibile in quanto vicepresidente del cda dell’Azienda d’Ambito Ottimale (Ato) di Cremona. Elezione annullata e pochi mesi dopo consultazioni bis. Rimosso l’ostacolo, Signoroni si ricandida. In regola, rivince senza peccato.

Sia detto senza equivoci, per il centrodestra la rinuncia a Segre non è una disfatta. «La situazione è grave, ma non è seria» (Ennio Flaiano). In altre parole si trova nella cacca fino al collo, ma può ancora respirare. Eh già. Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega devono ora trovare, forse inventarsi un nuovo candidato che, piaccia o meno, rischia di essere inteso dai cittadini per una seconda scelta. Non un tappabuchi, ma un panchinaro. Anche di lusso, ma panchinaro. E le dichiarazioni del senatore di Fratelli d’Italia, Renato Ancorotti, dopo il patatrac non aiutano a ridurre il comprensibile nervosismo che si è creato nella coalizione. Nella versione di giustiziere in doppio petto e guanti bianchi, Ancorotti ammette l’esistenza del problema normativo che ha bloccato Segre. Ma poi aggiunge il nanogrammo di veleno che fa la differenza, che fa male: «Un candidato sindaco giustamente si aspetta di poter contare su una squadra coesa e competente, capace di ragionare unita su idee e programmi per la città, non di dover fare i conti con le smanie di pochi» (Cremaonline, 15 settembre). Arsenico e vecchi merletti.

La sfiga non arriva mai da sola. La vicenda Segre cade nel momento politico peggiore per il centrodestra locale. Piove sul bagnato.

Nelle settimane scorse, il consigliere regionale Marcello Ventura si è dimesso da coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia. Al suo posto un commissario, il bresciano Giorgio Bontempi. Anche la salute del circolo di Crema non è delle migliori. Carlo Maccari, mantovano, per l’occasione medico della politica, incaricato alcuni mesi fa di curare il paziente cremasco, non ha ancora individuato la terapia idonea per dimettere l’ammalato dall’ospedale. Ma al popolo meloniano gli ufficiali degradati del partito, insieme ai sottoufficiali che pedissequamente li seguono, assicurano che tutto procede bene. Che tutto va al massimo, a gonfie vele. Meglio di Vasco Rossi. Ma nessuno si azzarda a prevedere un finale. Il paziente sta bene, però è morto. Eh già.

La Lega sta peggio. Nei giorni scorsi Riccardo Vitari, il suo consigliere regionale eletto in provincia, ha cambiato casacca. È passato a Futuro Nazionale. In termini politici per il Carroccio non è una grande perdita. In numeri è molto. Per il territorio non è una buona notizia. Con l’aria che tira in Regione, la provincia si ritrova con una bocca di fuoco in meno in maggioranza. Dei tre rappresentanti locali in Regione, Vitari politicamente è quello con meno peso specifico. Non è scarso. Gli manca la statura del leader per essere un punto di riferimento imprescindibile della Lega provinciale. Nonostante si sia arruolato nell’esercito vannacciano, scelta che lo inserisce tra i politici più tempestivi a sfruttare le opportunità contingenti, non abbonda di lungimiranza, peculiarità invece di Ventura che sa sempre con mesi di anticipo dove tira il vento e in materia può esibire un più che meritato master da 110 e lode. Con il trasferimento a Futuro Nazionale, Vitari ha avuto il suo quarto d’ora di gloria, ma ha dimenticato che passato il giorno, passato il santo. E presto verrà archiviato anche il determinante contributo fornito dal suo passaggio dalla Lega a Futuro Nazionale. Passaggio che ha permesso alla sua nuova squadra di costituire un gruppo autonomo in Regione, ma per lui è una Pasqua senza gloria. Non è una resurrezione. Se si illude di essersi guadagnato riconoscenza eterna dai nuovi compagni di avventura è un ingenuo. La politica è senza cuore e il vecchio saggio ammonisce: chi è causa del suo mal,
pianga se stesso. Eh già.

Improponibile il paragone con Matteo Piloni, consigliere regionale Pd, che in quanto a esperienza e scaltrezza amministrativa lo doppia. E sulla pista della politica a Vitari dà tre giri di distacco. Però in questi anni l’ex leghista gli è stato attaccato al culo. Dove c’era Piloni c’era Vitari. Quello che diceva Piloni, lo ripeteva Vitari. E adesso che il vannacciano non potrà più seguire e ricalcare le orme del maestro piddino, come le famose oche di Lorenz, cosa farà? Boh. Per ora, ha dato un calcio nelle parti basse della Lega, mentre è impelagata, insieme agli alleati di centrodestra, nella vicenda Segre. Un gesto di alta classe verso gli elettori che gli avevano procurato il pass per la Regione.

Forza Italia è stato il primo partito a schierarsi con Segre. A giugno, con la velocità di Beep Beep aveva battuto sul tempo gli alleati del centrodestra. Con un comunicato il segretario di Crema, Alessandro Mirelli, informava che la segreteria cittadina del partito aveva deciso di sostenere «la candidatura civica di Segre a sindaco di Crema» (Cremaonline, 20 giugno). Una scarica elettrica per Noi Moderati. Con moderata fermezza, Enzo Bettinelli, il coordinatore cittadino aveva moderatamente criticato la decisione, da lui giudicata affrettata e poco condivisa: «Forza Italia è partita con il piede sbagliato» (Cremaonline, 21 giugno).

Non è una novità. Sprovvisti di metronomo, gli azzurri quasi mai imbroccano il tempo giusto. Sfasati e perennemente in ritardo, in questa occasione, si sono accreditati come campioni mondiali di velocità, record non sempre positivo, se è vero che la gatta frettolosa partorisce gattini ciechi.

Cosa resta della candidatura di Segre, diffusa con sorrisi smaglianti e conclusa in anticipo con malinconiche orecchie abbassate? È un festival del già visto e sentito, cucito su uno storytelling liso. Di nuovo e originale rispetto alla storia del centrodestra locale, il profilo del caposquadra. Però è durato il tempo di una bolla di sapone.

Poi c’è l’esemplare educazione di Fabio Bergamaschi, Pd, sindaco uscente e ufficialmente ricandidato per la rielezione. Dall’annuncio del ritiro della corsa di Segre, se incrocia un simpatizzante del centrodestra lo saluta con calore e cordialità inusitata: «Grazie di esistere». Eh già.

Antonio Grassi

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