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Le discoteche negli anni ‘80 erano interrate e raggiungibili da scalette ripide e anguste, come cercare la stanza del faraone nella piramide di Giza. Ne ricordo una che mi piaceva da matti alla barriera Po, non ne ricordo il nome, forse perché ha cambiato pelle mille volte, ma non la logistica. Fumavamo come ciminiere e l’aria era densa, polverosa e appiccicaticcia. I pavimenti suonavano sotto le suole in un cik ciak sinistro. L’atmosfera era impregnata di Merit, Lucky Strike, per i più fighi le Marlboro rosse, e Ceres, a fiumi bevuta dalla bottiglietta, o vodka alla pesca, effluvi mischiati a deodoranti cheap del supermercato e Opium e Drakkar noir.
La parola sobrietà era bandita. Tutto era opulenza ed edonismo. Ma non ne eravamo consapevoli.
Indossavamo giacche con spalline aerodinamiche, accessori ispirati a Flashdance, come gli scalda muscoli in lana alle caviglie, i capelli erano rigorosamente permanentati, scalati, con ciuffi improbabili. I cappotti, loden, giacconi in jeans con una lanugine bianca all’interno, bomber da sci blu elettrico, erano ammonticchiati sui divanetti, come dolmen postmoderni. Ogni tanto ci scappava una bruciatura di sigaretta: un trofeo di guerra. La mamma ci cuciva sopra uno stemmino e finiva lì. Erano incidenti di percorso.
Ho pensato con nostalgia in queste ore a quei momenti spensierati come sotto l’effetto di uno scampato pericolo, con le lacrime agli occhi per la mattanza di capodanno in Svizzera (foto centrale), l’ultimo posto al mondo dal quale aspettarsi una simile tragedia.
Ragazzi e ragazze giovanissimi, pieni di sogni e di energia bruciati in una trappola mortale.
Ci siamo stati anche noi in quelle tane a ballare allo sfinimento, pieni di felicità negli occhi. Siamo solo stati fortunati. Tutto qui.
Francesca Codazzi

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