Franca Norsa era nata a Milano il 31 luglio del 1920. Era figlia di una cattolica, Cecilia Pernetta, e di Luigi Norsa, ingegnere ebreo e dirigente d’azienda. Crebbe nella lussuosa e centralissima via Mozart ignorando quello che le sarebbe accaduto nel 1938.
Il padre era stato decorato al merito nella Grande Guerra, grazie a una sua invenzione bellica che fu poi oggetto d’interesse per l’applicazione nell’Esercito. Condusse importanti impianti metallurgici e fu il fondatore nel 1935 del Consorzio Approvvigionamenti Materie Prime e Siderurgiche, voluto dal Governo. Ebbe molti altri prestigiosi incarichi nel mondo della siderurgia. tanto da ricevere elogi scritti perfino dai vertici del Partito Nazionale Fascista, oltre ad essere nominato dal Re Commendatore della Corona d’Italia per merito industriale.
Ma tutti questi meriti e la stima del Regime a ben poco servirono da quel novembre del 1938 in cui Mussolini promulgò le Leggi in Difesa della Razza Ariana. Ebbe da quel momento inizio la persecuzione di tutti gli ebrei italiani, che non diede scampo nemmeno a chi, come l’ingegner Norsa, era molto stimato in società.
Lui e il figlio Giulio ripararono in Svizzera, mentre la moglie Cecilia è la figlia Franca rimasero a Milano, pensando che non essendo di maternità ebrea sarebbero state ignorate. Ma così non fu.
Dapprima Franca fu costretta a lasciare il Liceo Parini in quanto ebrea. Riuscì a ottenere il diploma di maturità classica passando al Liceo Manzoni e grazie a uno stratagemma: pare che la madre avesse ottenuto, grazie all’aiuto di un impiegato dell’anagrafe, di far dichiarare Franca quale figlia di padre ignoto, e farla quindi divenire Franca Pernetta di madre cattolica e italiana.
Tuttavia lo stratagemma ebbe vita breve e presto madre e figlia dovettero nascondersi in un alloggio in via Rovello, a pochi metri da dove pochi anni dopo sorgerà il Piccolo Teatro di Grassi e Strehler, forse un segno del destino.
Finita la guerra, la famiglia si riunisce e Franca, che fin da bambina sognava di fare l’attrice imitando le amiche della .ùmadre, si trasferisce a Roma dove studia recitazione e frequenta il teatro di avanguardia dei Gobbi. Lì conosce suo marito, l’attore Vittorio Caprioli e su insistenza del padre, che temeva altre persecuzioni, cambia il suo cognome. Sceglie di farsi chiamare Franca Valeri in omaggio a quel Paul Valery che tanto aveva letto durante il nascondimento forzato a Milano.
Si trasferisce poi a Parigi dove avrà un grande successo teatrale, per poi tornare a Roma e stabilirvisi definitivamente, ma senza mai dimenticare la sue radici milanesi: quelle amiche della madre che imitava da bambina si trasformano nel personaggio con cui la Valeri passa alla storia del cinema e della televisione la sciuretta milanese un po’ acida e snob, pettegola ma generosa e divertente.
A Milano lascerà il suo archivio che oggi è custodito presso la prestigiosa Accademia dei Filodrammatici.
La sua storia di perseguitata è esposta fino al 21 dicembre al Memoriale della Shoah di Milano, con una serie di rarissimi documenti della Cittadella degli Archivi.
Francesco Martelli
sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano
docente di Archivistica all’Università degli studi di Milano
Nella foto centrale Franca Valeri