Ferraroni: ”Cremona ha grandi potenzialità”

5 Maggio 2026

”Intervengo con piacere al Rotary Cremona Po, che è il mio club e nel quale mi sento a casa. Ci troviamo in un momento delicato per il nostro Paese, per l’Europa e per il mondo intero”. Così ha esordito Maurizio Ferraroni, presidente dell’Associazione industriali, alla recente conviviale al Ristorante del Golf. L’imprenditore ha evitato di elencare dati che spesso danno un’immagine distorta della realtà e che si prestano a valutazioni talvolta contrastanti. Punto  di partenza è il recente quadro fornito da Confindustria.

Peggiorato lo scenario. Il prezzo del petrolio è alto, nonostante la fragile tregua nella guerra in Medio Oriente. L’impatto dello shock energetico già si legge in molti dati sull’economia italiana: cade la fiducia delle famiglie, anticipando una frenata dei consumi; risalgono i tassi sovrani; si abbassano le attese sull’industria, che stava provando a risalire; frenano anche i servizi. Reggono gli investimenti che nei primi tre mesi del 2026 sono ancora sostenuti dalle risorse del PNNR.

Petrolio caro, anche il gas ma meno. Il prezzo del petrolio è tenuto alto dal conflitto in Medio Oriente, che ne minaccia  scarsità: 102 dollari al barile in media in aprile (da 99 a marzo), +40 dollari sulla media di dicembre (62). Il prezzo del gas, invece, si è moderato in aprile (48 euro/mwh), dopo essere salito a marzo (53) quasi al doppio di dicembre (28). Il dollaro si è fermato a 1,16 sull’euro in aprile, dopo il rafforzamento a marzo: non sta aiutando ad attenuare i rincari dell’energia per l’Eurozona.

Tassi in aumento. La guerra sta ampliando gli spread e invertendo la rotta dei tassi sovrani in Europa, dai minimi del 27 febbraio ai massimi del 27 marzo: in Italia a 4,02% da 3,36%, in Francia 3,79% da 3,17%, in Germania 3,07% da 2,61%; in aprile, lieve moderazione. Il tasso per le imprese italiane è a 3,33% a febbraio ma salirà, frenando il credito. Infatti la BCE è attesa rialzare i tassi a breve (dal 2,00%), per il già avviato balzo dell’inflazione: in Europa +2,5% a marzo, da +1,9%; negli USA +3,3% da +2,4%; in Italia è salita meno (+1,7% da +1,5%) perché i prezzi di alcuni servizi sono scesi mentre saliva l’energia.

Investimenti: indicatori stabili. I dati congiunturali evidenziano segnali di tenuta degli investimenti per il 1° trimestre. A marzo, resta quasi invariata la fiducia delle imprese manifatturiere di beni strumentali, dopo gli aumenti di gennaio-febbraio. Nelle costruzioni, la fiducia delle imprese aumenta per il secondo mese, trainata dalle attese di occupazione, anche se con peggiori aspettative sui piani di costruzione.

Consumi: fiducia giù, rischio aumento del risparmio. Nel 4° trimestre il tasso di risparmio era sceso al 7,8%, poco sopra il livello pre-pandemia. A febbraio le vendite al dettaglio si sono contratte (-0,2%), specie per i beni alimentari. A marzo crescono poco gli acquisti di auto (+0,6%), ma la fiducia è peggiorata bruscamente: ciò potrebbe far salire il risparmio già nel 1° trimestre, frenando i consumi.

Industria: attese negative. A febbraio la produzione industriale era aumentata di appena +0,1%, insufficiente a recuperare il calo di gennaio (-0,6%): nel 1° trimestre la riduzione acquisita è di -0,5%. A marzo il PMI è in zona espansiva (51,3 da 50,6), ma l’attività è sostenuta dall’accumulo “precauzionale” di scorte in vari settori, per anticipare aumenti di prezzo. La fiducia delle imprese industriali è in modesto aumento, ma l’impatto della guerra emerge nella brusca flessione delle attese di produzione.

Anche nei servizi atteso un calo della domanda. I servizi in Italia stavano accelerando a inizio 2026, in particolare con una spesa dei turisti stranieri al +6,3% tendenziale a gennaio. Ma con la guerra, a marzo l’indicatore SP-PMI è caduto bruscamente in zona recessiva (48,8 da 52,3), riflettendo un calo della domanda. La fiducia delle imprese dei servizi è salita di poco, ma peggiorano le attese sugli ordini.

Export in aumento prima del conflitto. L’export italiano di beni è risalito a febbraio (+2,2% a prezzi costanti), dopo una stasi a gennaio. Cruciale il rimbalzo delle vendite negli USA (+8,0% tendenziale, dopo mesi di calo), concentrate nei farmaci e negli altri mezzi di trasporto. I nuovi dazi, dal 24 febbraio, rendono le merci italiane meno competitive rispetto a prima. Un impatto diretto della guerra è atteso sui 22 miliardi di export verso i Paesi del Golfo e su alcune forniture critiche (alluminio, fertilizzanti).

Eurozona: segnali di sfiducia. A febbraio la produzione industriale è rimasta ferma in Spagna e Germania, si è contratta in Francia (-0,8%); a marzo i PMI indicano miglioramento in Germania, stabilità in Francia, flessione in Spagna; mentre nei servizi la Francia è l’unica in calo. La fiducia e le attese di occupazione sono in calo nell’Area sulla scia della guerra e l’incertezza è salita ai livelli dell’aprile 2025.

Previsioni al rialzo per gli USA. La FED ha rivisto al rialzo le previsioni sull’economia USA: +2,4% nel 2026. La produzione industriale a marzo ha subito una flessione (-0,5%), ma nel 1° trimestre registra nel complesso un +0,6% (dopo -0,4% nel 4°); gli indici PMI e ISM confermano la dinamica positiva della manifattura. L’aumento degli occupati (+178 mila unità) e le basse richieste di sussidi di disoccupazione evidenziano un miglioramento del mercato del lavoro americano.

”Quello che ci circonda, quello che tocca da vicino ogni singola impresa, ogni distretto, ogni lavoratore che quotidianamente contribuisce a far vivere il nostro tessuto produttivo. Parlare di scenari globali significa parlare del futuro delle nostre comunità, delle nostre famiglie, dei nostri giovani – ha commentato Ferraroni -. Viviamo in un mondo che sembra non avere più punti fermi. Negli ultimi anni abbiamo visto crescere conflitti che pensavamo appartenessero al passato. Abbiamo assistito al ritorno dei dazi e delle barriere commerciali come strumenti di politica economica. Fenomeni che portano rischi ormai noti: ad esempio in termini di export (la previsione del Centro Studi di Confindustria attesta un -20 miliardi) e di occupazione (anche qui la prospettiva fa riferimento a 118.000 posti di lavoro a rischio). Abbiamo imparato, nostro malgrado, che le guerre, anche quando non ci coinvolgono direttamente, hanno un impatto profondo sulle nostre economie: condizionano i prezzi dell’energia, i costi delle materie prime, la stabilità delle catene di approvvigionamento. Questo intreccio di instabilità e conflitti ha reso il nostro mestiere di imprenditori più difficile, perché significa lavorare in un contesto di incertezza costante”. 

”Il Centro Studi Confindustria ci dice che la crescita mondiale resterà debole nei prossimi anni, attorno al 2,7 per cento: un livello che non basta a trainare le economie più fragili e che rischia di accentuare le disuguaglianze tra Paesi – ha aggiunto il relatore -. In questo l’Europa non può restare spettatrice: deve mettere la competitività industriale al centro delle sue politiche. Se non lo farà, se non ci sarà una visione chiara, rischieremo di trovarci schiacciati da un lato dalla potenza americana e dall’altro dalla forza crescente dei BRICS, che stanno costruendo nuove regole e nuove alleanze globali. Non dobbiamo sottovalutare questo passaggio storico. Il rafforzamento dei BRICS non è soltanto un fenomeno economico, ma rappresenta anche un cambiamento di equilibri geopolitici. Significa che una parte sempre più consistente del commercio mondiale, delle risorse strategiche e perfino delle innovazioni tecnologiche potrebbe essere governata da logiche diverse da quelle a cui siamo abituati. Per noi europei e per noi italiani è una sfida enorme: non possiamo permetterci di rimanere fermi. Dobbiamo decidere se difenderci chiudendoci in noi stessi o se cogliere queste dinamiche come opportunità per differenziare i mercati, rafforzare le nostre filiere e valorizzare ciò che il mondo ci riconosce: qualità, innovazione, bellezza e sostenibilità. In questo contesto già complesso, c’è un ulteriore elemento che ci preoccupa da vicino: la fragilità delle economie tedesca e francese. La Germania è il nostro primo partner commerciale. Molte imprese cremonesi e lombarde lavorano come fornitori per l’industria tedesca: componenti, macchinari, semilavorati che diventano parte dei prodotti finali tedeschi. Se la Germania rallenta, noi ne risentiamo immediatamente. La Francia, dal canto suo, soffre di una domanda interna debole e di costi energetici elevati che mettono in difficoltà la competitività industriale. Non possiamo dimenticare che questi due Paesi rappresentano i nostri mercati di sbocco principali: se loro vacillano, anche le nostre esportazioni rallentano”.

Ferraroni ha poi puntato l’attenzione sugli Stati Uniti: ”La manifattura ha subito un declino significativo negli ultimi decenni. Questo fenomeno ha portato alla formazione del ‘Rust Belt’, una regione caratterizzata da decadenza urbana e perdita di posti di lavoro dovuti alla deindustrializzazione. Tuttavia, gli USA stanno cercando di invertire questa tendenza investendo in tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e la robotica. Questo rafforza moltissimo la digitalizzazione e le imprese americane che operano in questo settore. La nostra situazione italiana, a paragone, è complessa. Da un lato, stiamo cercando di promuovere la digitalizzazione del settore manifatturiero attraverso iniziative come il Piano Transizione 5.0, con tutti i suoi limiti e appesantimenti, dall’altro molte piccole e medie imprese hanno posticipato o avviato solo recentemente la transizione verso processi produttivi più intelligenti. Questo ritardo potrebbe compromettere la competitività del paese nel lungo periodo. Quindi possiamo dire che mentre gli Stati Uniti stanno cercando di recuperare terreno nel settore manifatturiero attraverso l’adozione di tecnologie avanzate, l’Italia si trova in una posizione intermedia, con potenzialità di crescita ma anche sfide molto significative da affrontare per evitare di rimanere indietro nella competizione globale”.

Per quanto riguarda l’Italia ”i dati – osserva Ferraroni – ci raccontano un Paese che resiste ma fatica”. ”Cresciamo poco e cresciamo meno dei nostri principali concorrenti – ha aggiunto -. Paghiamo un costo dell’energia superiore a quello dei nostri vicini europei e, nonostante questo, ci imponiamo vincoli e tempistiche molto difficili da mantenere e perseguire; e abbiamo filiere produttive che spesso restano troppo frammentate. C’è anche una questione demografica che pesa. Leggevo qualche giorno fa su ‘Il Sole 24 Ore’ che secondo l’Istat, con l’attuale inverno demografico, la popolazione italiana dovrebbe passare da circa 59 milioni al 1°gennaio 2023 a 58,6 milioni nel 2030 e 54,8 milioni nel 2050. La porzione di over 65 sul totale è arrivata al 24,7% accompagnata dall’aumento della quota di over 80 in un contesto di minimo storico di natalità (1,18 figli per donna nel 2024). La popolazione invecchia, i giovani sono pochi e spesso vanno all’estero. Il capitale umano, che dovrebbe essere la nostra risorsa più preziosa, rischia di diventare la nostra debolezza. A fronte di una popolazione in decremento in prospettiva, ci saranno sempre meno giovani per sostituire i pensionati in un Paese con un PIL pro capite in calo ed una spesa pensionistica in continuo aumento. Eppure l’Italia dimostra una straordinaria resilienza: là dove si innova, dove si investe in innovazione, digitalizzazione e sostenibilità, le imprese italiane non solo resistono, ma spesso crescono e conquistano nuovi mercati. Questo è un segnale che non dobbiamo sottovalutare: la crisi non è destino, è un contesto che possiamo governare se sappiamo fare scelte coraggiose”.

”Se guardiamo poi alla Lombardia – ha detto il relatore – non solo vediamo un cuore industriale che continua a battere forte, ma possiamo ormai quantificare con precisione cosa significhi “forte” in termini reali. I dati di Confindustria Lombardia ci dicono che nel 2024 la Lombardia ha prodotto circa 485 miliardi di euro di PIL, cioè quasi il 23% del totale nazionale, con una quota manifatturiera attorno al 20%. Questo vuol dire che quasi un quinto della nostra economia regionale si regge sull’industria; significa che ogni scossa al settore manifatturiero ha risonanze fortissime sul benessere complessivo, sull’occupazione, sulla capacità sociale di reggere i colpi. E l’export conferma la centralità di questa regione: nel 2024 le esportazioni lombarde hanno superato i 163,9 miliardi di euro, un dato che rassicura ma che al tempo stesso ci mette davanti al compito di mantenere questa posizione in mercati sempre più competitivi. Anche il tasso di occupazione, intorno al 69,4%, è superiore alla media nazionale, e questo ci racconta qualcosa di più: non solo imprese che lavorano, ma imprese in grado di dare lavoro stabile, sviluppando un tessuto produttivo che non si limita a sopravvivere ma che risponde e cerca di anticipare la domanda. Allo stesso tempo, questi numeri vengono accompagnati da segnali di allarme: la crescita attesa per il PIL regionale nel 2025 è stata rivista allo 0,8%, un valore che indica come la spinta non sia sufficiente a garantire una piena espansione delle attività. Le imprese lombarde, per non restare in balia degli eventi, hanno iniziato a ristrutturare le proprie catene di fornitura; circa il 38,5% ha guadagnato quote di mercato rispetto al periodo pre-Covid, mentre oltre il 20% ha già modificato fornitori o processi logistici per ridurre dipendenze e rischi. Questi dati ci mostrano che non possiamo permetterci di sperimentare politiche tiepide o interventi parziali: serve una strategia regionale e nazionale che sappia supportare l’innovazione, sostenere le imprese in questi adattamenti, rendere meno costosa e più sicura l’energia, accelerare la semplificazione, garantire che la domanda interna possa tornare protagonista, e che l’esportazione non resti una risorsa guardata con timore ma una leva da rafforzare continuamente”.

Ferraroni si è soffermato infine su Cremona e sul territoreio: ”Qui i dati sull’occupazione sono positivi: abbiamo raggiunto un tasso di occupazione superiore al 70 per cento, con una disoccupazione che resta molto bassa. È un risultato straordinario se guardiamo agli ultimi vent’anni, ma non possiamo fermarci a questa fotografia. Dietro questi numeri ci sono questioni che dobbiamo affrontare: i giovani faticano ancora a trovare stabilità, molte donne restano escluse o marginalizzate dal mondo del lavoro, e la qualità di alcuni contratti non sempre è all’altezza delle competenze espresse. La nostra economia ha radici profonde nell’agricoltura. Cremona è sempre stata una terra agricola, e l’agroalimentare resta una colonna portante della nostra identità. Ma negli anni siamo riusciti a costruire molto di più. Abbiamo sviluppato una manifattura di qualità, un settore metalmeccanico competitivo, una logistica che ci collega ai grandi mercati e servizi avanzati che ci permettono di affrontare sfide nuove. Questa trasformazione dimostra che Cremona sa adattarsi e sa evolvere, mantenendo le proprie radici ma aprendosi al futuro. La nostra posizione geografica ci offre un vantaggio competitivo straordinario. Siamo al centro della Pianura Padana, vicini a Milano, connessi con i grandi assi logistici che portano verso l’Europa e con spazi ancora disponibili per crescere. In un momento in cui molte aree del Nord Italia hanno già esaurito le possibilità di espansione, Cremona può ancora attrarre investimenti, insediare nuove aziende, creare poli industriali e logistici di grande valore”.

”Ma sarebbe miope non riconoscere i limiti che ancora ci frenano – ha dichiarato Ferraroni -. Le infrastrutture sono il nostro tallone d’Achille. Le strade non sono sempre adeguate, la rete ferroviaria non è all’altezza delle necessità produttive, la logistica costa più di quanto dovrebbe, e perfino la connettività digitale non è uniforme su tutto il territorio. Se vogliamo davvero essere competitivi, dobbiamo affrontare questi nodi con decisione. È per questo che l’Associazione Industriali di Cremona, sotto la presidenza di Francesco Buzzella, ha promosso con forza il Masterplan 3C, realizzato con il supporto di The European House Ambrosetti. Questo progetto è nato per guardare in faccia la realtà: per analizzare con rigore le potenzialità e i limiti del nostro territorio, per individuare le strategie di sviluppo più efficaci e per proporre azioni concrete. Non si tratta di un esercizio accademico, ma di una vera bussola alla guida delle scelte di imprese, istituzioni e comunità nei prossimi anni. Il Masterplan 3C ha messo in luce la necessità di colmare i ritardi infrastrutturali, di valorizzare le aree disponibili, di integrare l’agricoltura con l’industria e con l’innovazione tecnologica, e di investire sul capitale umano, perché senza competenze non ci può essere futuro. È un progetto che non guarda al domani immediato, ma che ha l’ambizione di disegnare la Provincia di Cremona nei prossimi dieci, vent’anni”.

Ferraroni ha poi elencato i risultati raggiunti: tavoli aperti, progetti avviati, relazioni costruite nei quali ”l’Associazione industriali ha giocato un ruolo da protagonista”. Eccoli qui elencati:

  • Costituita l’Associazione temporanea di scopo per dare attuazione al Masterplan 3C: non solo un esercizio di stile ma abbiamo dato corpo e concretezza al percorso facendo partire attivamente i tavoli in provincia; tavoli che impongono un lavoro comune di riflessione su azioni per lo sviluppo del territorio dalle infrastrutture, al turismo, dalla formazione all’attrazione di investitori.
  • Costruito un legame molto positivo con tutte le associazioni, evitando temi divisivi per concentrarci su quelle azioni che devono vedere insieme industriali, artigiani commercianti ed agricoltori. In un territorio spesso ‘diviso’ come il nostro non è scontato realizzare un’Associazione come ASSIEME – arrivata da nostro impulso – e mantenerla attiva nel tempo.  
  • Aperto la strada al tema dei Cluster, che sono aggregazioni di soggetti (aziende, università, centri di ricerca, ecc.) riconosciuti dalla Regione Lombardia e hanno lo scopo di promuovere la collaborazione, l’innovazione e la competitività in vari settori. Siamo stati i primi a lanciare l’attenzione sul portare il cluster Agrifood sul nostro territorio – sul quale ad oggi vi sono alcuni ostacoli – così come siamo stati i primi ad immaginare la nascita di un nuovo cluster sulla cosmesi che possa aver sede sul cremasco.
  • Riportato – e tra qualche giorno si terrà la seconda edizione – un Forum Economico dell’Economia Cremonese (le ‘Assise’), un luogo dove effettivamente ci si confronta sulle scelte da fare per il futuro (per fare un esempio, è nato proprio da questo Forum il progetto di sviluppo sul turismo cremonese, la DMO). 
  • Cercato di dare una linea per raggiungere un risultato di equilibrio nella governance della nuova CCIAA. Una azione “guida” direi che ha dato un soddisfacente bilanciamento tra le tre province e le categorie economiche da rappresentare.
  • Siamo poi coinvolti nella cabina di regia per far partire le ZLS (Zona Logistica Semplificata), un’area geografica economicamente strategica, pensata per stimolare l’investimento e lo sviluppo industriale attraverso semplificazioni burocratiche e agevolazioni fiscali mirate.
  • Per noi e per Mantova è una intuizione importante in quanto fa riferimento a due province – con aree portuali, retroportuali, produttive, logistiche e interportuali – che hanno due “porti interni” che potrebbero essere davvero una risorsa pe il paese. 
  • Sul tema delle nuove generazioni ci siamo mossi su più fronti: abbiamo costituito la Fondazione Next Generation 3C, formata da imprese cremonesi con un’unica missione: il supporto fattivo attraverso borse di studio e risorse ai giovani meritevoli. 
  • Da nostra spinta è partita la fondazione ITS Academy Cremona sul territorio, di cui siamo fondatori; una scuola di alta formazione post-diploma che offre percorsi che alternano lezioni, laboratori e stage, nei settori meccatronica, cosmetica e digitalizzazione dei processi industriali. Il percorso è pensato per rispondere alle esigenze produttive locali e coinvolge scuole, imprese ed enti locali per formare tecnici altamente specializzati. Oltre l’80% dei diplomati trova lavoro entro pochi mesi dal termine degli studi. 

”Siamo di fronte a sfide che non possiamo controllare, ma abbiamo il dovere di prepararci e di reagire – ha concluso Farraroni -. L’Italia ha risorse straordinarie, la Lombardia è un motore potente, Cremona ha una posizione unica e potenzialità ancora inespresse. Tocca a noi fare la differenza. Con coraggio, con visione e con senso di responsabilità possiamo trasformare le difficoltà in occasioni di crescita. Non per resistere passivamente, ma per crescere, innovare e consegnare alle nuove generazioni un territorio più forte, più moderno e più giusto”.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *