Lo Spino di Giuda senza spine: passione, morte e resurrezione di nostro signore Gesù Cristo. Eccoci di fronte a un nuovo paradosso, anzi a un insieme di paradossi in natura, ma qua c’è anche lo zampino dell’uomo, e forse di qualcun altro. La pianta in questione, la Gleditsia triacanthos L., ha uno sviluppo per lo più arboreo, spontaneamente può raggiungere anche i 40 metri di altezza, e le spine le sono talmente peculiari che non solo hanno suscitato il suo nome volgare più noto, Spino di Giuda appunto, ma rientrano anche nella sua denominazione scientifica. Quel nome di specie triacanthos, infatti, sta ad indicare le sue spine raccolte sui fusti o sui rami tipicamente in gruppi di tre, con quella centrale più lunga e più o meno ortogonale alle laterali. In realtà ci sono diverse variazioni sul tema e le spine nel loro sviluppo possono diventare talmente lunghe, robuste e appuntite, da rappresentare una sorta di barriera impenetrabile quando la pianta viene sfruttata a siepe. Non solo, la loro importanza sconfina nel religioso, visto che la pianta è attribuita a quel Giuda Iscariota, l’apostolo di Gesù che lo tradì, consegnandolo a quella corona di spine che rappresentò l’inizio della sua condanna terrena, donde anche il nome di Spinachristi o, in dialetto, di Spin del S’gnor, tant’è che qualcuno ha avanzato l’ipotesi che la corona di spine di Gesù derivasse dai rami appuntiti di questa pianta, cosa inverosimile perchè la Gleditsia è originaria del Nord America, ed è stata introdotta in Europa nel XVIII secolo.
La vera corona di spine deriva dal Paliurus spina-Christi Mill. comunemente noto come Marruca o Spina di Cristo, identificata da Plinio con una pianta vista in Cirenaica, e di origine sudeuropea, soprattutto carpatico-danubiana, e pontica (Mar Nero). Tuttavia , di queste spine così famose, a cercarle nelle piante esaminate di recente a Cremona, non c’è traccia. Dove sono finite, allora? Una Spina di Cristo senza spine sembra poi un controsenso, un “tradimento” della tradizione religiosa a cui siamo abituati. Le ho cercate tanto in lungo e in largo sulle piante note, invano, da sotto quell’ampio intreccio di rami che sanno produrre (foto centrale) e solo dopo una lunga ed estenuante ricerca, qualcosa che di spina si tratta ho rintracciato, ma sui piani alti di una sola pianta, e in forma un po’ abortita, ridotta, ma tipicamente a tre punte (foto 2).
Che è successo dunque? Una qualche mutazione dovuta all’inquinamento atmosferico? Tutt’altro, anche perché essa è una pianta ben adattabile e resistente all’inquinamento, quindi ampiamente coltivata a Cremona. E’ successo allora che l’uomo si è inventato una sua varietà (cultivar) , chiamata inermis Willd., senza spine o con pochissime, più snella nella forma e a sviluppo più ridotto (10-15 metri di altezza media). Inermis, dunque disarmata. In tempi in cui si invoca continuamente la pace e il disarmo, ecco allora che questa pianta, almeno “lei”, ha preso seriamente l’invito vanamente rivolto all’umanità.
Ma come mai questa varietà senza spine? Essendo ampiamente diffusa a scopo ornamentale nelle vie cittadine, nei parchi, si può pensare che si volesse ridurre il rischio di ferite accidentali da avvicinamento di persone, di bambini innanzitutto, che hanno una minore cautela nel rapporto col mondo esterno, rispetto agli adulti. Un nobile intento, dunque, che non guasta affatto col valore estetico della pianta, ma prima di proseguire nella sua descrizione, non potevo non rintracciare alcuni esemplari che già conoscevo della specie tipo, quella con le spine ben sviluppate, a 25 chilometri dalla città. Dovendo già recarmi sul posto per lavoro il 6 maggio, ho colto l’occasione per andare a rivedere quegli esemplari, e lo spettacolo delle loro spine, nonostante la pioggia, è stato mirabile. Ecco quelle tipiche tripartite ben sviluppate (foto 3). Qua addirittura lichenizzate (foto 4), e quindi in elementi singoli molteplici che, come temibili frecce, si proiettano dal tronco verso gli sprovveduti visitatori (foto 5).
La varietà inermis presenta quindi un’altra diversità dalla specie originaria, e paradossale rispetto a quello che è il ciclo tipico della natura. Il magnificente paradosso è rappresentato dalle foglie che in questa varietà della varietà, chiamata “sunburst”, sono giallo dorate sin dall’esordio e si mantengono a lungo di questo colore, anziché essere verdi come la quasi totalità delle foglie arboree a me note (foto 6). Un giallo dorato che spicca in pieno sole e da cui è sembrata derivare, tant’è che sunburst significa “raggio di sole”, meglio inteso come un’esplosione di luce solare che, dato lo sviluppo alto, ampio, arrotondato e un po’ ricadente agli apici, ne amplifica l’effetto della diffusione nell’ambiente urbano (foto 7, 8). Altresì l’aspetto vaporoso, espanso, ha fatto pensare a delle nuvole dorate che ben si stagliano sul cielo azzurro ( foto 9). Foglie che poi diventano verdi con l’avanzare della stagione, fino a ingiallire nuovamente d’autunno, riprendendo la colorazione tipica della senescenza.
Ma ad approfondirme l’osservazione, oltre alla tipica divisione in 12-20 coppie di foglioline ellittiche e finemente dentate al bordo, emergono altre colorazioni e forme. I nuovi germogli possono presentare delle escrescenze di colore verde rossastro, chiamate galle, ovvero rifugi di larve di insetti che le hanno parassitate, modificandone la biologia (foto 10). Passando ai fiori, ci complichiamo ancor più la vita. L’albero in natura è dato ora dioico, il che vuol dire che i fiori maschili e quelli femminili si trovano rispettivamente su esemplari distinti, ora poligamo, cioè con caratteri bisessuali sulla stessa pianta. Negli esemplari da me fotografati, i fiori maschili sono densamente e riccamente raccolti in una sorta di salsicciotti penduli (racemi) giallo verdastri, alcuni ancora chiusi negli involucri olivastri, altri con le antere bianche già evidenti e a 3-5 petali (foto 11). I fiori femminili, invece, non sono di facile reperimento ma, per quanto rari, questo non impedisce la fruttificazione che avviene abbondante, con la produzione di baccelli, contenenti i semi, lunghi e arrotolati nella foggia che ci riporta a quella metafora del serpente già ampiamente trattata nei precedenti articoli. Sono talmente sviluppati e contorti che cadendo dai rami alti possono rimanere sospesi su quelli più bassi e simulare quindi un serpente arboricolo. Non solo, cadendo a terra numerosi, fanno veramente pensare a un nido di serpenti in movimento zigzagante, con la lingua sporgente (foto 12). D’altra parte, avendo parlato di Giuda e di Gesù Cristo, in qualche modo il diavolo doveva cercare di entrare anche in questo articolo, re in che modo se non sfruttando la metafora animalesca che gli è più tipica, quella del serpente appunto?
E la spina a tre punte, triacanthos, disposte ortogonalmente tra loro con quella centrale più lunga e verticale, metafora della pianta, è anche metafora della Croce che rimanda alla morte di Gesù Cristo incoronato di spine per l’opera malefica del diavolo- serpente. Ma l’esplosione di luce rappresentata dalla straordinaria comparsa delle foglie sunburst, diventa metafora della Resurrezione, di quella luce abbagliante che proviene dal sepolcro scoperchiato, e porta una nuova vita, liberata dalle spine della sofferenza terrena, che sono anche le armi della lotta violenta tra gli esseri umani, di cui non ce ne sarà più bisogno (Inermis).
Se pertanto nell’articolo sulla Pietra di Bismantova mi chiesi chi era il mandante dei tentati omicidi di San Benedetto, in questo caso mi chiedo chi avrà mai ispirato ai gardinieri la varietà “esplosione di luce” della Gleditsia che altrimenti, nella forma originaria a foglie verdi, non avrebbe potuto di certo richiamare l’esplosione luminosa della Resurrezione? L’intreccio dunque tra osservazione della natura, sensibilità personale e riferimenti spirituali si fa sempre più avvincente e trova nella natura un luogo fondamentale, anzi eletto, di contemplazione e di meditazione.
Stefano Araldi











6 risposte
Complimenti come sempre una bella riflessione
Esempio bellissimo di come il verde urbano possa diventare luogo di meditazione. Parte da un albero comune a Cremona, lo spino di Giuda senza spine, ci porta alla corona di spine di Cristo alla luce della Resurrezione, passando per il “disarmo” della cultivar inermis. Metafora chiara profonda e mai didascalica. Sorprendente l’intuizione finale: il nesso tra giardinieri, ispirazione e contemplazione. Il testo fa bene allo spirito. Suggerirei di divulgarlo nelle scuole e nelle parrocchie.
Complimenti dottore non delude mai!
Complimenti dottor Araldi: un articolo di rara profondità, capace di trasformare l’osservazione di una pianta -“lo spino di Giuda”, presente sul territorio cremonese – in un racconto che intreccia storia e spiritualità cristiana. Lo spino di Giuda, con o senza spine, diventa immagine della fragilità e della forza, della ferita e della guarigione, della Passione e della Rinascita. E poi la luce dorata della sunburst: non semplice colore, ma simbolo potentissimo della Resurrezione.
Risorgere vuol dire perdere le “spine” della sofferenza, ma anche le “armi” della lotta per rinascere a Vita Nuova. Solo chi scrive in piena libertà, senza lasciarsi irrigidire dalle barriere del sapere o della convenienza, riesce a far parlare la natura con questa limpida verità.
Particolarmente toccante il riferimento alla Croce, alla Resurrezione e la riflessione che ognuno di noi dovrebbe trovare dentro di sé quella pace con se stesso e con ciò che lo circonda, che spesso viene spenta a causa degli avvenimenti vicini e lontani. La ricerca della luce, anche dove non la vogliamo vedere, al di fuori dei nostri personali confini e limiti.
Dott. Araldi, bellissimo questo riferimento alla meditazione della Passione e Resurrezione di Cristo attraverso l’osservazione della pianta così bene descritta e fotografata. Originale l’inizio dell’articolo:”Spino di Giuda senza spine:,,,,” che invoglia il lettore a capire meglio quello che può sembrare un’autentica contraddizione. I suoi articoli Dott.Araldi, sì leggono sempre con piacere, spero che vada avanti a spiegare il mondo naturale per guidarci ad una attenta osservazione e meditazione.
Complimenti al Dott.Araldi per l’accurata, profonda ed avvincente descrizione della pianta “Lo spino di Giuda”; che ci porta a meditare sulla passione, e morte di Gesù Cristo, così come le foglie della sunburst alla esplosione della Resurrezione.
La natura non finisce mai di stupirci.