Pochi giorni fa, alla festa al Quirinale per gli 80 anni della Repubblica, nel monologo celebrativo dedicato alle “madri costituenti” che hanno fatto grande l’Italia, l’attrice e regista Paola Cortellesi non ha reputato necessario citare un’importante conquista che avrebbe reso fiere proprio delle donne che per la Repubblica si sono battute: dopo un cammino lungo otto decenni, l’Italia ha un presidente del Consiglio donna. La prima della storia italiana a ricoprire questo ruolo. Ma, ahimè, di destra. Così, nessun rappresentante del femminismo intransigente ha fatto notare l’omissis, o quanto meno almeno l’ineleganza istituzionale.
Nessuna indignazione poi per le parole del deputato cinquestelle Francesco Silvestri, che in Parlamento per criticare l’atteggiamento del Governo verso il presidente americano Donald Trump, ha accusato Giorgia Meloni di “non aver raddrizzato la schiena, ma di aver semplicemente indossato delle ginocchiere”. Non è solo una frase sessista, ma volgare e irrispettosa che si è potuto permettere solo perché il presidente del Consiglio è donna. Dubito che con un uomo avrebbe utilizzato la stessa espressione.
In un comunicato, l’onorevole Laura Boldrini ha preso posizione così: “La difesa delle donne passa da molte cose: dallo sradicamento degli stereotipi sessisti, dalla garanzia della parità salariale, dalla distribuzione del carico di cura dentro le famiglie, dal riconoscimento del sacrosanto principio del consenso nei rapporti sessuali, dal congedo genitoriale paritario, dall’educazione delle giovani generazioni al rispetto e all’uguaglianza (…). Indignarsi per una frase facilmente interpretabile in modo sessista pronunciata nell’aula di Montecitorio è giusto, ma rischia di risultare opportunista se si rivela solo un modo per attaccare gli avversari politici”. Ebbene, mi permetto di dissentire: le parole hanno un peso. E no, non si tratta di una frase facilmente interpretabile: l’intenzione era una e una sola. Ed è quella che va condannata “senza se e senza ma” quando viene rivolta a qualsiasi donna, non solo a Giorgia Meloni.
Ed è proprio l’affermazione secondo cui «la difesa delle donne passa attraverso l’educazione delle giovani generazioni al rispetto e all’uguaglianza» che mi permette di collegarmi alla vicenda del Tanta Robba Festival e al concerto di Tony Pitony. Ogni artista è libero di esprimersi, di cantare ciò che desidera, di esibirsi in concerto e di essere remunerato per il proprio lavoro. Tuttavia, quando un evento viene realizzato con fondi pubblici, soprattutto se rivolto ai più giovani, le scelte degli amministratori dovrebbero essere coerenti con i valori che le istituzioni dichiarano di voler promuovere e difendere.
In questo caso, infatti, non si tratta semplicemente di offrire ai ragazzi e alle loro famiglie l’opportunità di assistere gratuitamente a un concerto; significa anche sostenere economicamente e, in qualche misura, legittimare contenuti e messaggi che molti considerano volgari e misogini. Messaggi che, troppo spesso, vengono liquidati da una parte della sinistra con un sorriso di circostanza e un’alzata di spalle, anziché essere affrontati con la necessaria serietà.
Ho un figlio adolescente. Qualche canzone di Tony Pitony la ascolta e la conosce perché la ascoltano i suoi amici. Solo io, però, conosco lo sforzo che faccio per ascoltarle con lui, spiegarne il significato, provare a fargli capire che certe cose non vanno dette né fatte a nessuna donna. Cerco di mostrargli che suo padre non ha mai usato quelle parole con sua madre e non ha mai agito al di fuori del rispetto. Che un conto è una canzone, un altro è la quotidianità, la vita vera.
Domandiamoci però quanti genitori riescono, possono o vogliono fare questo lavoro ogni giorno. Per me è quasi un’ossessione: interrogarmi continuamente su come educare un futuro uomo degno di questo nome, un futuro marito o compagno di cui essere fieri.
Domandiamoci allora anche se le istituzioni, e in questo caso il Comune di Cremona, stiano davvero facendo la loro parte a sostegno delle famiglie. Di quelle che ci sono e si impegnano ogni giorno, ma anche di quelle che fanno più fatica a esserci. Oppure se continuiamo a fermarci alle belle enunciazioni di principio e alle lectio magistralis che solo chi è di sinistra può fare ai bigotti e retrogradi di destra.
E domandiamoci infine se sia giusto che il Comune garantisca la gratuità di un evento in cui passano messaggi offensivi nei confronti delle donne e profondamente diseducativi per le giovani generazioni. Benissimo gli eventi gratuiti e di richiamo per i giovani, ma almeno si abbia la dignità della coerenza rispetto ai messaggi che si scelgono di veicolare. La sinistra cremonese e chi oggi governa la città abbiano il coraggio di dire chiaramente cosa pensano dei contenuti di certe canzoni, perché la musica non è mai solo musica: è uno dei più potenti veicoli di comunicazione e contribuisce a formare l’immaginario di chi ascolta.
Chiara Capelletti
consigliere comunale di Fratelli d’Italia
