Il prossimo 4 luglio gli Stati Uniti festeggeranno i 250 anni della Dichiarazione d’Indipendenza, un traguardo storico che coinvolgerà l’intero Paese, in un programma diffuso di eventi, commemorazioni, mostre e spettacoli. Insieme alle altre città simbolo della Rivoluzione americana – Boston, New York, Washington DC… – sarà Philadelphia a fare da fulcro delle celebrazioni di America 250; proprio qui, infatti, nel 1776, è nata la nazione americana. Nell’approssimarsi di un anniversario tanto importante, gli USA continuano a rappresentare, pur in un contesto sempre più ‘multipolare’, un attore decisivo della geopolitica mondiale. E’ lecito chiedersi se conosciamo davvero, nel profondo, gli Stati Uniti , le ragioni e le modalità attraverso le quali sono nati, nonché la loro storia, o se siamo condizionati, nel bene e nel male, da stereotipi e pregiudizi. In seno al Sistema bibliotecario e documentale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, molteplici sono le opere al riguardo illuminanti, in grado cioè di guidare chi volesse intraprendere un percorso di approfondimento rigoroso.
Imprescindibile, pur con un taglio giornalistico, “America – Viaggio alla riscoperta di un Paese”, di Federico Rampini, edito da Solferino, nel 2022.
La considerazione preliminare dell’autore è che “tutti pensano qualcosa dell’America. Anche chi non c’è mai stato. Soprattutto chi la conosce poco ha opinioni molto forti in proposito: ammirazione estrema oppure ostilità, disprezzo, paura, orrore”. È, quindi, utile conoscerla davvero. “Sono nate in questo luogo tante cose che invadono la nostra vita quotidiana e decidono il nostro futuro. Per esempio i social network. Se il mondo ci sembra piccolo, se comunichiamo facilmente con amici che stanno a migliaia di chilometri, oltre un oceano, è perché le tecnologie nate in America hanno conquistato il pianeta”.
Al passaggio del millennio, gli italiani che passavano da San Francisco – la tecnopoli capitale della Silicon Valley -, attratti dalla prima rivoluzione digitale, tornavano in patria convinti che internet avrebbe reso il mondo migliore; non di rado, sono gli stessi che, vent’anni dopo, si sono convertiti alle visioni più apocalittiche. L’ordine mondiale americanocentrico è certamente entrato in crisi ma quelli che vorrebbero abbatterlo non hanno le idee chiare su ciò che dovrebbe sostituirlo, non hanno da proporre un sogno alternativo a quello americano. L’America, inoltre, è la più antica fra le democrazie moderne. Nacque nel 1787 con un’idea dei diritti e delle libertà simile a quella che noi abbiamo oggi.
La Rivoluzione francese, ispirata da quella americana, accadde due anni dopo. Quei Paesi che oggi si definiscono democratici hanno spesso avuto l’America come modello; eppure quasi nessuno vuole riconoscerne la primogenitura. Gli europei, fieri della loro storia antica, faticano ad ammettere di aver costruito la loro democrazia solo dopo una nazione giovane e “artificiale”. In Italia il giudizio sull’America oscilla seguendo le preferenze politiche: se sei di sinistra è un Paese meraviglioso quando lo governa Obama, per poi diventare un inferno sotto Trump. E viceversa, se sei di destra. Ci sono ragioni profonde per cui viene considerata, da molti, un modello negativo: resta la nazione più ricca e più potente del mondo, un “impero” con basi militari ed eserciti in ogni continente; suscita, quindi, ammirazione o soggezione, sovente invidia o risentimento. In Italia, l’antiamericanismo ha giacimenti profondi: nonostante sia la Russia ad aver aggredito un popolo indipendente (gli ucraini), per una parte dell’opinione pubblica la colpa, anche in questo caso, è dell’America. La stessa cosa accadde in concomitanza con l’attacco dell’11 settembre 2001: in tanti cercarono “le colpe dell’America, che se l’è meritato”, qualcuno elaborò persino teorie complottiste (un attacco orchestrato dagli stessi americani). Del resto, furono antiamericani tanto il fascismo quanto il comunismo, e anche una parte del cattolicesimo, che non perdonò a De Gasperi di aver ricostruito l’Italia con i soldi del Piano Marshall, cioè di una potenza angloprotestante.
Un’altra corrente di amore-odio è connessa con il consumismo: “L’America, dai tempi dei nostri nonni, ha esportato i suoi prodotti simbolo nel mondo intero: cominciò con la Coca Cola e i jeans, per passare agli iPhone, You Tube e Amazon, Facebook e Google, Netflix e Zoom”.
A livello globale, si passa da chi vede nell’America il condensato di tutti i mali della modernità (il materialismo, la dittatura del profitto, lo sfruttamento del proletariato industriale…) a chi la dipinge come la terra delle opportunità e della meritocrazia, dove chi ha talento può farsi strada e dove l’economia di mercato dispiega i suoi benefici. E’ la patria delle libertà e della democrazia ma ha anche invaso tanti Paesi. E’ una terra ricca di opportunità ma anche con diseguaglianze terribili. Ha gli ospedali migliori del mondo, ma le cure mediche sono molto costose, non alla portata di tutti…
Muovendo da tali premesse, Federico Rampini si propone, attraverso il suo libro, di guidarci alla “riscoperta dell’America”, con lo sguardo che può avere solo chi ci ha vissuto per quasi un quarto di secolo, mettendovi radici. Tuttavia, da italiano che ha conservato uno spirito critico verso il Paese che Lo ha accolto, riesce a offrire una visione dell’America al contempo interna ed esterna, ripulita da pregiudizi e illusioni, “anche perché gli Stati Uniti non sono mai stati così disuniti, le differenze…si sono dilatate negli ultimi anni” .
Certamente, la loro dimensione continentale in parte giustifica la diversità. Si tratta, inoltre, di un Paese – evidenzia l’autore – che, oggi, ha un rapporto difficile con la storia, in cui coesistono memorie divergenti e narrazioni contrapposte, che abbatte le proprie statue, il che rappresenta solo un pezzetto di ciò che accade nelle scuole, nelle università, nei media, nel senso che ogni capitolo della storia nazionale è oggetto di contestazione, alla quale non sfugge l’Indipendence Day. La sinistra radicale antirazzista – ben inserita nell’Accademia, in molte scuole pubbliche, a Hollywood, nei media a larga diffusione – ha “riscritto” la Rivoluzione americana. Per altro, la sinistra della cancel culture scimmiotta la destra, che sul revisionismo storico l’ha preceduta, in relazione alla Guerra di secessione. Un Paese che ha maturato una certa distanza culturale dall’Europa, dove anche i rivali più accesi – per esempio, nel 2022 in Francia, Macron e Le Pen – gareggiano a chi promette più cose che lo Stato può e deve fare per i cittadini. Non così negli USA, dove – nella scelta tra interesse collettivo e libertà individuale – gli Stati Uniti hanno sempre un po’ più di attenzione alla libertà, rispetto al resto del mondo. Con il Suo libro, Federico Rampini non intende difendere l’America, non ha tesi da dimostrare; semplicemente, compie un viaggio nella realtà, ci offre un condensato di ventidue anni di vita vissuta.
Per una conoscenza approfondita e complessiva – dalle origini fino ai nostri giorni – della storia degli Stati Uniti, le studiose e gli studiosi dell’Università Cattolica possono avvalersi anche di volumi quali:
“Storia degli Stati Uniti d’America : la “libertà americana” dalle origini a oggi”, edito da Donzelli, nel 2017; un testo che evidenzia come tutta la vicenda americana, in fondo, ruoti attorno al concetto chiave di ‘freedom’ – insieme terra promessa e campo di battaglia -, presente già nella Dichiarazione d’Indipendenza e poi nelle fasi più importanti della storia del Paese, dalle manifestazioni per i diritti civili ai discorsi di guerra post 11 settembre; una libertà da difendere anche al di fuori dei propri confini, quindi criterio ispiratore e schema ideologico della politica estera americana;
“La “nazione indispensabile” : storia degli Stati Uniti dalle origini a oggi”, edito da Le Monnier Università, nel 2016. Si tratta di un volume che ripercorre la parabola degli Stati Uniti, assurti – da colonie europee fondate nel Seicento in America Settentrionale, a ridosso dell’Atlantico – alla primazia mondiale, in meno di quattro secoli, estendendo i propri confini fino al Pacifico e al golfo del Messico e trasformandosi da Paese agricolo a potenza industriale. Con l’ambizione, per altro, non solo di conquistare i mercati internazionali, ma anche di propagare all’estero il proprio modello sociale, politico ed economico, in nome della diffusione degli ideali di libertà e di democrazia, contro l’autoritarismo e il totalitarismo. Una leadership, oggi, in fase di ridimensionamento, per l’emergere di contraddizioni interne e nuove sfide internazionali;
“Storia degli Stati Uniti : la democrazia americana dalla fondazione all’era globale”, edito da Feltrinelli, nel 2013. Il libro copre l’intero arco temporale del percorso storico statunitense, soffermandosi su tutte le grandi questioni sociali e politiche che l’hanno contrassegnato, con un’attenzione particolare al periodo e agli avvenimenti della seconda metà del Novecento e del primo decennio del XXI secolo, fino agli sviluppi più recenti. Prendendo in esame i nodi fondamentali dell’essenza degli Stati Uniti – in primis la loro diversità rispetto all’Europa -, aiuta a capire le grandi linee di tendenza della loro politica internazionale, che continua a influenzare la vita di tutti.
Per chi, invece, preferisse concentrarsi sulle motivazioni e le modalità che hanno condotto alla nascita degli Stati Uniti, nonché sull’importanza della rivoluzione americana come modello ispiratore per altre rivoluzioni, il Sistema bibliotecario e documentale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore ha in dotazione volumi altrettanto interessanti:
“Il grande incendio: come la rivoluzione americana conquistò il mondo”, edito da Einaudi, nel 2018. L’autore – uno dei maggiori storici mondiali dell’Illuminismo – spiega come le idee radicali dei fondatori americani abbiano impostato il modello per le rivoluzioni democratiche, i movimenti e le costituzioni in Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Belgio, Polonia, Grecia, Canada, Haiti, Brasile e America spagnola. La rivoluzione americana, in buona sostanza, non si concluse con la trasformazione e l’indipendenza degli Stati Uniti ma continuò a riverberare in Europa e nelle Americhe. Furono le idee dell’Illuminismo radicale – con la distruzione dei tre pilastri della società europea di ancien régime (monarchia, aristocrazia e autorità religiosa) e la promozione del repubblicanesimo democratico, dell’autogoverno e della libertà – a ispirare le rivoluzioni in molte nazioni, in cui i vari leader sposarono i valori democratici americani, seguendo esplicitamente l’esempio del Nuovo Continente;
“La creazione dell’America”, edito da Einaudi nel 2003. Secondo la rappresentazione più popolare della rivoluzione americana, un’indistinta plebaglia di rivoluzionari, animati da ideali di libertà e giustizia, si liberò dal giogo dell’impero britannico, conquistando la democrazia per il nuovo mondo. Lo storico americano Francis Jennings capovolge tale impostazione, proponendo un quadro meno idilliaco: quello di una élite privilegiata, intenta a vagheggiare un proprio impero, che riproducesse nei suoi connotati l’originario impero britannico;
“La nascita degli Stati Uniti d’America : dichiarazione d’indipendenza ed esordio sulla scena internazionale”, edito da F. Angeli, nel 2017. Le tre parti di cui si compone il libro ripercorrono la storia degli Stati Uniti dall’epoca della colonizzazione, attraverso la fondazione della nazione, sino alla guerra anglo-americana del 1812-1815. Nella prima, di Giuliana Iurlano, si esaminano i concetti basilari che, durante la fase della colonizzazione e sulla scorta del pensiero di Spinoza, costituirono la base filosofica della Dichiarazione d’Indipendenza, con un accento particolare posto sul tema della continuità o rottura tra la stessa e la Costituzione americana. Nella seconda, sempre la Iurlano analizza il pensiero di George Washington e gli esordi della politica estera americana, tra neutralità e impegno nello scenario internazionale, sino alla guerra contro i corsari islamici del Nord-Africa ai tempi di Thomas Jefferson. Nella terza, Antonio Donno ricostruisce le origini, gli sviluppi e le conclusioni della guerra tra Gran Bretagna e Stati Uniti del 1812, che gli americani, enfaticamente, definirono “seconda guerra d’indipendenza”.
Antonio Agazzi