Correva l’anno 2000 e la sanità italiana era tra le migliori del mondo: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità eravamo al secondo posto a livello mondiale e comunque, secondo la rivista The Lancet, l’Italia poteva vantare una sanità tra le prime dieci al mondo. A Cremona, sino allo scadere del 1999, c’era un direttore generale di nome Felice Majori, cittadino cremonese cresciuto professionalmente nella sanità pubblica locale e che sosteneva di dover rispondere del suo operato ai cittadini cremonesi, magari anche al bar mentre beveva un caffè con qualcuno che si lamentava del servizio ospedaliero.
Un altro mondo. Oggi la sanità italiana è crollata al 45° posto a livello mondiale, preceduta da tutti i Paesi europei tranne la Croazia e appena prima del Sud Africa (dati Numbeo), mentre l’ospedale di Cremona è al 77° posto (su 133) della attuale classifica degli ospedali italiani (classifica World’s best Hospital 2026 – Newsweek). Per gli amanti dei dettagli giova forse sottolineare che l’ospedale di Treviglio-Caravaggio e quello di Lodi sono messi assai meglio rispetto a quello di Cremona, che tuttavia precede in classifica quello di Mantova, addirittura non classificato, mentre l’anno scorso era al 122° posto, in zona retrocessione, calcisticamente parlando. Ciononostante va segnalato che l’ospedale Poma di Mantova (si sottolinea non classificato) è titolare di un DEA di secondo livello, del tutto assente per ora e per sempre a Cremona, secondo la normativa vigente. Mah!
Certo, venti anni non sono pochi e tuttavia non si tratta di nostalgie, si tratta del fatto che di assistenza sanitaria ospedaliera (quella che sta in piedi con le tasse di chi le tasse le paga) avremo, prima o poi, tutti la necessità.
Qualcuno è in grado di spiegare questo disastro? Cosa è successo nella Sanità pubblica dal 2020 in avanti? Chi ha nominato i direttori generali degli ospedali? Su quali basi di competenza/esperienza professionale? Magari bastava l’appartenenza politica? Perché la dirigenza ospedaliera ha cessato di rispondere al cittadino e si è interessata esclusivamente agli equilibri di una politica assai difficile da comprendere? Perché la gestione delle politiche sanitarie sembra avere come obiettivo non la salute dei cittadini bensì la spesa di ingenti risorse economiche di provenienza pubblica? Chi controlla come vengono spesi i soldi della sanità ospedaliera e quali risultati in termini di salute pubblica si riescono ad ottenere? Domande retoriche, ovviamente, per la cui risposta basterebbe ricordare alcune scelte ospedaliere succedutesi nel corso degli anni (anche a Cremona) e sulle quali è meglio stendere un pietoso velo. O magari potremo tornare sull’argomento, chissà.
Comunque, in termini complessivi, la risposta non pare difficile: in questi ultimi 20 anni la sanità pubblica è diventata una gallina dalle uova d’oro per alcuni, una sofferenza invece per quelli che si occupano effettivamente della salute dei cittadini. Lo stesso attuale assessore alla Sanità di Regione Lombardia (uno tra i poche che di sanità capisce qualcosa) fatica non poco a far passare proposte in grado di affrontare/superare le attuali difficoltà: deve prima di tutto confrontarsi con chi ritiene che la sanità pubblica debba essere esclusivamente il mezzo per guadagnare spazi relazionali (con quel che consegue).
Tra questi personaggi e in tale contesto appare finalmente la soluzione a tutti i problemi: a fronte di una crisi sanitaria che vede alcuni cittadini rinunciare addirittura alle cure per liste d’attesa infinite, davanti a una sempre minore attrattività (economica e lavorativa) per medici ed infermieri, in presenza di un delirio amministrativo (caro signore, a Cremona non c’è posto, possiamo prenotare la sua prestazione all’ospedale di Sondrio), la soluzione è quella di costruire nuovi ospedali. Cremona è uno dei luoghi predestinati ad una nuova struttura edilizia, soldi a palate e tutti contenti. Come una biscia che sguazza nel fango. Anzi, tanti serpenti, mica uno solo.
Pietro Cavalli
Nella foto centrale, di Mino Boiocchi, l’ospedale di Cremona