Era il 1963. All’epoca. gli studenti che risiedevano a Cremona, città sprovvista tra tante cose anche dell’Università, una volta ottenuta la maturità classica o scientifica, erano costretti a trasferirsi, per poter frequentare un corso di laurea, a Pavia, Milano, Parma o Bologna, ma c’era anche chi sceglieva Venezia per diventare interprete, Firenze per architettura o, come nel caso di Antonio, che voleva diventare veterinario, Torino. Città diverse, ma prassi uguale per tutti. Si prendeva in affitto una stanza presso una signora, le cui credenziali erano state avallate da un conoscente diretto o indiretto, o un appartamentino da dividere con altri studenti, e per gli studenti si apriva di colpo un mondo nuovo, lontano dal controllo dei genitori, senza obbligo di frequenza in quanto le lezioni erano libere: una condizione di libertà mai provata.
Antonio aveva anche ottenuto dal padre, pure veterinario, il permesso di usare la Simca 1000, regalo per la conseguita maturità classica, per andare all’Università. Ma, a differenza di tanti altri compagni di scuola che avevano scelto città più vicine, il futuro veterinario era il solo quell’anno a misurarsi con il tradizionale carattere freddo dei torinesi. Si trovò spaesato e solo, come ogni provinciale che arriva in una grande città. Avendo trovato casa in corso Massimo d’Azeglio, finì per diventare un frequentatore abituale del bar dell’Università, poco lontano, in corso Marconi, a ridosso degli uffici della Fiat.
Un bar dalla denominazione ingannevole dal momento che i pochi studenti che lo frequentavano erano quasi tutti fuori corso, mentre il grosso degli abituali clienti era composto da personaggi che abitavano in altre città e avevano raggiunto Torino per lavoro, come Angelino, un simpatico senese impiegato alle poste, o Dario di Alessandria che lavorava presso uno studio di architettura, o Bino, astigiano, rappresentante di pneumatici inglesi, o ancora Roberto, un nobile decaduto di Grosseto, obbligato dalla famiglia a raggiungere Torino per svolgere l’attività di rappresentante di medicinali, gran frequentatore di case da gioco.
Il comune denominatore era la grande passione per l’ippica, in particolare per le corse al trotto, unito a un forte impulso verso partite di biliardo o di boccette e, soprattutto, la permanenza per ore nella sala corse di via Nizza per puntare su questo o quel cavallo, attendere il risultato e, in caso di vittoria, le quote del totalizzatore.
Col trascorrere dalle settimane e dei mesi la compagnia aveva fatto un salto di qualità, passando dalle puntate in sala corse a quelle direttamente negli ippodromi di Vinovo alla periferia di Torino, di San Siro a Milano o a Modena, nonostante qui si corresse poche volte all’anno. La Simca faceva da apripista sull’autostrada Torino-Milano, seguita dalla Fiat 2300 di Bino e dalla Fiat 1600 coupé di Roberto, tutte a pieno carico. Finita la riunione serale, vinto o soprattutto perso che si aveva, si faceva ritorno a Torino giusto in tempo per assistere al secondo spettacolo di striptease che andava in scena alle due del mattino al Perroquet o al Chatham, noti night club di Torino. Al martedì e al venerdì alle undici precise si riuniva il “gruppo di lavoro” ai tavolini all’aperto del bar per studiare le probabilità di vittoria o di piazzamento dei cavalli partecipanti alla Corsa Tris. Indovinare i primi tre significava quasi sempre fare una vincita cospicua. Dopo la pausa pranzo si prendevano le decisioni definitive. La corsa scattava alle 17 e si poteva giocare fino a un’ora prima del via.
Qualche volta si indovinavano i primi tre, ma siccome la vincita andava divisa tra una quindicina di persone, non restava molto da mettersi in tasca. Il più delle volte si restava senza soldi. C’era però l’ultima spiaggia, cioè l’ottava corsa, per rifarsi delle perdite. Ognuno per sé.
Antonio, con il coraggio della disperazione, una sera giocò le ultime dieci mila lire sulla accoppiata Alpone-Spartivento, due cavalli che non avevano mai ottenuto brillanti risultati nella loro carriera. In un lotto di sedici concorrenti, i due ronzini giunsero primo e secondo. Antonio ricorda ancora le imprecazioni che uscivano dalla bocca del gestore della sala corse, quando vide il biglietto vincente e dovete sborsare 600 mila lire. Quanto valevano? Una Fiat 500 costava all’epoca 500 mila lire. Un episodio indimenticabile. L’esame non lo sarebbe mai stato.
Sperangelo Bandera