Mao Zedong muore nel settembre del 1976 lasciando la Cina in una situazione devastante sia sul piano sociale che su quello economico. Gli errori colossali in campo economico avevano lasciato i cinesi alla fame, mentre la Rivoluzione Culturale li aveva abbandonati nel terrore ed in balia della moglie di Mao, Jiang Qing e i suoi tre alleati, chiamati la Banda dei Quattro, che avevano spadroneggiato in Cina per anni con purghe, processi, pestaggi, epurazioni e condanne a morte.
Dall’altro lato della battaglia per la successione di Mao c’è una classe dirigente capace ma che era stata falcidiata e umiliata da Mao, che aveva il terrore di essere messo da parte ma anche la reale convinzione che essi avrebbero trasformato la Cina in un Paese non più comunista.
A capo di questa classe dirigente erano due uomini: Liu Shaoqi e Deng Xiaoping. Liu era stato il volto mondiale della Cina per anni, Presidente della Repubblica per volere di Mao e poi per volere dello stesso gettato a morire in una sudicia cantina privato delle cure di cui necessitava. Deng, “il piccolo pezzo d’oro” come lo chiamava Mao per la sua piccola statura e le sue straordinarie qualità, fu epurato da segretario del Partito due volte ed esiliato in campagna tra fame e fatiche, mentre suo figlio veniva gettato da un tetto e storpiato a vita dai suoi compagni di studi.
Eppure l’eredità di Mao era immensa: un miliardo di persone stremate ma incredibilmente unite, una religione di stato monolitica e venerata, il maoismo, e un apparato di potere radicato, capillare e mostruosamente efficace, il Partito Comunista Cinese.
Deng sa bene due cose: che per governare la Cina non si può fare a meno del partito e del culto di Mao, ma che per salvarla dal disastro occorre buttare a mare tutta la politica economica degli ultimi trent’anni. Per prima cosa prende il controllo del partito e si sbarazza dei Quattro. Dopodiché inizia la sua lunga e vittoriosa marcia: quella verso l’innesto del capitalismo dentro il comunismo, facendo di una contraddizione inconciliabile e dell’incubo di Mao la via della salvezza. È la teoria dei due gatti: non importa se il gatto è bianco o nero, l’importante è che prenda il topo. Il gatto bianco è il capitalismo, quello nero è il potere del partito, che lo stesso Deng userà senza pietà nei confronti dei manifestanti di piazza Tienanmen.
Ma Deng ha le idee molto chiare: in Cina il capitalismo funzionerà ma non comandera’. Comandera’ sempre e solo il Partito.
I frutti dell’incredibile lavoro di Deng sono oggi sotto gli occhi di tutti e sono indiscutibili: la Cina è rimasto un rigido Paese comunista ma è la seconda potenza economica mondiale, in lizza per diventare la prima. Esattamente ciò che avrebbero dovuto fare in Russia gli ex stalinisti ma che non fecero finendo per collassare su loro stessi.
Ma la vera grandezza di questo “piccolo pezzo d’oro” si manifesta quando, ormai ultra ottantenne e pensionato dal potere, davanti a una Cina che spaventata dal crollo dell’Unione Sovietica vuole rinchiudersi nel sogno/incubo maoista e chiudere la parentesi capitalista, ebbene questo piccolo novantenne inizia un pellegrinaggio personale e solitario attraverso il sud della Cina città per città, quasi cinese per cinese, predicando il mantenimento del suo modello e finendo per convincere un immenso intero Paese a proseguire sulla strada che lo porterà ad essere il gigante economico di oggi.
Oriana Fallaci diceva che il vero grande padre della Cina era proprio Deng, mentre aveva di Mao una opinione orribile.
Certo è che questa figura straordinaria è questo incredibile sistema cinese comunista in politica e capitalista in economia, dove la politica governa ancora il capitale, interroga noi occidentali che oggi stiamo invece sperimentando la più estrema deriva del capitalismo, che lo ha trasformato in un iperconsumismo governato dalla finanza e in cui ormai né la politica né le comunità contano più…
Francesco Martelli
sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano
docente di archivistica all’Università degli studi di Milano