Renato Ancorotti, senatore di Fratelli d’Italia, ha spiegato: «Un po’ di chirurgia estetica fa bene a tutti, anch’io avevo le borse sotto gli occhi e me le sono tolte. Non ci deve essere tabù, anche noi uomini abbiamo diritto alla bellezza» (Cremonasera, 12 ottobre). Verrebbe da rispondergli: «Hai ragione, a voi politici serve una faccia più presentabile». «Chissenefrega delle tue borse antiestetiche, interessano le nostre vuote».
I due ipotetici commenti fanno però un torto all’intelligenza del senatore e alla sua capacità di sintonizzarsi sulla cultura dominante e di assecondarla senza discostarsi troppo dalla venatura del legno. Il che non lo rende un volpone seriale, ma solo un pochino.
Marketing manager di se stesso, Ancorotti dimostra di essere un fuoriclasse nell’imporre il proprio brand di politico-imprenditore. In base alle circostanze, privilegia o il politico o l’imprenditore. In taluni casi entrambi e lo fa a viso aperto e alla luce del sole. Spesso con ingenuità da rendere evidente il suo bersaglio anche ai meno scafati sulle vicende politico-amministrative ed è un suo limite. Ai tavoli della politica vincono i giocatori di poker, non quelli di rubamazzetto o di briscola scoperta. Ma è il suo tratto naif, quello che lo rende simpatico. Non a tutti.
Politico autonomo fino a un certo punto, si è ritagliato uno spazio dentro al quale se ne fotte della regola aurea di ogni partito: tutti allineati e coperti. Se decide di criticare un dirigente o un semplice militante non usa messaggi in codice e non esita a impiegare pubblicamente la carta vetrata per levigarli. Lo scontro con Marcello Ventura, ex coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia e attuale consigliere regionale, è un esempio da manuale. Determinato e preciso nell’attacco, è titubante e approssimativo quando affonda il coltello per chiudere la partita. Si accontenta. «Al cuore, Ramon! Al cuore, altrimenti non riuscirai a fermarmi» (Per un pugno di dollari). Ancorotti raramente colpisce il cuore. Se è apprezzabile il suo sforzo da giustiziere dei torti, un po’ meno soddisfacente è il risultato che ottiene. E’ un consumatore compulsivo di pie intenzioni.
Non è un cinico e spietato Frank Underwood di House of Cards, ma neppure uno dei Cavalieri dello Zodiaco. Neanche un quaquaraquà che tira il sasso e ritira la mano. E’ un cacadubbi coraggioso. Un hidalgo con qualche macchia e un po’ di paura. Voleva rivoltare il circolo di Fratelli d’Italia del Cremasco, ma ha bigiato il congresso. Ma chi è senza peccato, scagli la prima pietra. E in politica i casti sono banditi.
E’ anche un imprenditore di successo e ambizioso in un ambiente dove il prestigio politico frequentemente non coincide con quello lavorativo e spesso il fare politica diviene l’alternativa al lavoro. L’indipendenza dalle prebende e dalle poltrone occupate è la sua forza, ma anche il suo tallone di Achille. Negli scontri all’arma bianca con i capataz locali del partito, quasi sempre soccombe: su quelle poltrone, alcuni dei suoi interlocutori trovano pane e companatico quotidiani.
Nel 2009 si candida per il consiglio provinciale nella lista di Pierantonio Ventura, allora sindaco di Pizzighettone. Lista che si contrappone a quella di Massimiliano Salini, ai tempi vate del centrodestra e oggi di casa propria. La scelta gli costa le dimissioni da assessore di Crema e l’inserimento nei libri dei cattivi di alcuni monumenti del centrodestra, in prima fila Simone Beretta, l’highlander della politica cremasca. Sic transit gloria mundi. Gli sgarbi invece restano. Inossidabili. Carsici.
Nel marzo 2012 partecipa alle primarie del Pdl per la candidatura a sindaco. Viene sconfitto da Antonio Agazzi, che in questi giorni è in cima ai pronostici per la conquista del Comune di Crema alle prossime elezioni. Nel 2016 corre per il coordinamento cittadino del partito ma viene superato da Gianmario Donida. Dopo avere ricoperto il ruolo di consigliere provinciale e assessore comunale di Forza Italia e di consigliere comunale del Popolo delle Libertà lascia gli azzurri: «Troppi veleni e personalismi» precisa. (Cremaoggi, 9 luglio 2017).
Nel 2018 trasloca in Fratelli d’Italia.
Con l’Ancorotti Cosmetics, si è insediato sul trono di re del mascara, ma anche su quello delle pubbliche relazioni.
E’ lungo l’elenco dei personaggi politici di fascia alta e di ogni colore che si sono recati e si recano in pellegrinaggio ai capannoni ex Olivetti, sede dell’azienda.
Il 30 maggio 2022 c’era passata anche Giorgia Meloni che a ottobre sarebbe stata nominata presidente del Consiglio. Da Ancorotti si era trattenuta un botto. Poi, con mezz’ora di ritardo, aveva raggiunto piazza Garibaldi per sostenere il candidato sindaco del centrodestra Maurizio Borghetti. Si era fermata il tempo di una pisciatina: due parole, strette di mano e selfie. Giorgia, qui, Giorgia là. Non Georgia On My Mind. Poi via dall’invadente folla. Non erano mancate le critiche dei militanti e i commenti acidi. Ma un po’ di fondo tinta e le rughe dei mugugni erano scomparse senza lasciare traccia (Vittorianozanolli.i, 5 giugno 2022). Uno spot durato quanto lo stacco pubblicitario tra il primo e il secondo tempo di un film in televisione. Uno spot per Roma. Il 25 settembre, gli elettori consegnavano al venditore di bellezza il pass per entrare in parlamento con la benedizione di Daniela Santanchè e della stessa Meloni.
Ancorotti non è un politico di razza e non è carismatico come alcuni suoi colleghi locali, cresciuti e forgiati nella prima repubblica. Non è un oratore che arringa e infiamma le folle. Più di centro che di destra e più borghese che aristocratico con la puzza sotto il naso, non è un riferimento per la gente comune. Non lesina sforzi per accreditarsi uno di loro, ma loro non scandiscono lo slogan Ancorotti, uno di noi. E loro hanno ragione.
E’ ironico e disponibile al confronto. Il bell’aspetto, migliorato dopo l’eliminazione delle borse sotto gli occhi, la nonchalance dell’uomo di mondo, il tono raramente sopra le righe, qualche volta annoiato, ma suadente bastano per definirlo il Giorgio Mastrota di casa nostra. Ruolo che lo aiuta oltre i confini provinciali, ma anche con partiti poco affini a Fratelli d’Italia.
Il Dna da conservatore e la credibile immagine di progressista lo consacrano un Ogm della politica. Un’immagine che coltiva con intelligenza, furbizia e costanza. E i frutti si vedono. L’ultimo è il finanziamento statale permanente di un milione di euro per il Monteverdi Festival di Cremona, obiettivo che Ancorotti raggiunge nel maggio 2026 grazie a un lavoro sinergico e condiviso con la senatrice Pd Simona Malpezzi. A fine luglio 2026 diventa presidente del conservatorio Claudio Monteverdi del capoluogo.
Con Fabio Bergamaschi, sindaco di Crema e piddino doc, mantiene rapporti ottimi. Nei suoi confronti spende sempre parole gentili. E se gli eventi impongono di criticarlo, edulcora l’amaro con frasi di comprensione. Sulla maledizione del ponte di via Cadorna, la Waterloo dell’amministrazione comunale di Crema, la sua voce non si è sentita. Oppure è stata troppo flebile e insignificante per ricordarla.
Non disdegna la cultura e la storia. Ci tiene a dimostrarlo. Con Tiziano Guerini, ex Dc, ex Pds, ora Italia viva, Ancorotti scrive il saggio Giustizia e Vendetta, aprile 1945 a Crema.
Dotato di autocontrollo, le rare volte che lo perde s’incazza e fa pipì fuori dal vasino. Propone a Daniel Segre, questore vicario a Lodi, di essere il frontman dello sgarrupato squadrone di centrodestra per la riconquista del palazzo d’inverno della Repubblica del Tortello. Rimedia un educato e fermo rifiuto. Invece di incassare con classe, si ritira sull’Aventino. «Resto in attesa di proposte da poter valutare. Al momento, non è compito mio trovare altri nomi» (Cremaonline, 15 settembre). Come i bambini viziati e antipatici quando perdono, anche Ancorotti porta via la palla e non gioca più. Ma nessuno è perfetto.
Ancorotti è questo e molto altro. E’ un caleidoscopio, un camaleonte, un prestigiatore. E’ l’imprenditore glamour che ha partecipato al Congresso nazionale della Società Italiana di Chirurgia Plastica Ricostruttiva, Rigenerativa ed Estetica (SICPRE) tenutosi a Bari e fonte del suo commento sul diritto alla bellezza.
Per il giornalista Roberto Alessi, che ha seguito il congresso, Ancorotti «è il politico che non si può certo dire sia un brutto uomo, anzi ha non so che del playboy dei tempi d’oro, alla Gigi Rizzi, che non per niente aveva conquistato anche Brigitte Bardot». (L’Edicola, 6 ottobre). Minchia.
Ancorotti è un dritto di Spagna, avrebbe detto mia nonna, con i santi protettori a Roma, un’azienda di prima grandezza a Crema e il pallone per giocare. E un lavoro sicuro. E come invita Ancorotti Cosmetics: Wake up your soul, make up your life. Già.
Antonio Grassi
Una risposta
Immagino che questo sia il primo intervento che ci informa e ci illustra uno ad uno i politici del territorio. Scendendo dal senatore Ancorotti, passando dai consiglieri regionali, ai sindaci (compreso Bergamaschi che è sempre stato graziato, e Rossoni che senza dubbio è uno che ne ha fatta di strada) giù giù fino agli amministratori di condominio. Grazie per averci presentato il senatore Ancorotti dal suo punto di vista, non certo del tutto oggettivo. Ma si sa: quando qualcuno le piace o le è troppo vicino, gli perdona qualsiasi “svista” o lo incensa. Viceversa, se non le piace o un idillio finisce, lavora di accetta e sufficienza/ironia.