Quello che è accaduto a Cremona nei giorni scorsi, come in altre città, è stato ben definito dal sindaco di Parma Michele Guerra: “La strategia della paura.” Una minaccia immateriale, invisibile, eppure violentissima, capace di produrre effetti purtroppo fin troppo reali sul nostro territorio. E la cosa più grave e preoccupante è che l’arma usata è stata lo smartphone dei nostri figli. Un’intera comunità di adolescenti cremonesi è stata violata nella sua dimensione privata e catapultata a forza all’interno di chat di massa da oltre mille partecipanti. I nostri ragazzi si sono trovati, attraverso i propri telefoni, coinvolti in una narrazione violenta, fatta di minacce di distruzione. Non è stato un semplice passaparola tra studenti ma una pressione psicologica mirata che ha usato i minori come cassa di risonanza per colpire l’intera comunità, destabilizzando le famiglie e l’economia cittadina.
Davanti a tutto questo, dobbiamo interrogarci con lucidità senza liquidare l’accaduto dicendo che c’é stata troppa “fiducia nelle fake news” e riducendo tutto a una presunta ingenuità o credulità dei cittadini. Questa è una lettura parziale e superficiale.
I commercianti che hanno svuotato le vetrine e abbassato le serrande e i genitori che hanno tenuto a casa i figli da scuola non sono degli sprovveduti che hanno semplicemente “abboccato” a un post su internet. Un negoziante non chiude la sua attività rinunciando ai propri incassi per una banale indiscrezione. Lo fa perché davanti a minacce esplicite di saccheggi e violenze, sente il dovere primario di proteggere l’incolumità dei propri dipendenti, dei clienti e il frutto del proprio lavoro.
Quando non ci sono smentite certe e vedi il collega della vetrina a fianco spogliare il negozio per metterlo in sicurezza, scatta un effetto domino visivo inevitabile. In quel momento, il centro che si svuota sotto i propri occhi, la comunicazione ufficiale interna della Direzione di un grande polo come il CremonaPo che prende la minaccia talmente sul serio da emettere una allerta per i negozi sui rischi per l’ordine pubblico emersi dai contatti con la Questura, diventano la conferma che il pericolo è percepito come reale. La chiusura dei commercianti non è stata credulità, è stata una scelta di responsabilità forzata e dolorosa.
Quando migliaia di adolescenti vengono inseriti a forza in una chat di massa, il panico non viaggia più sui canali tradizionali. Entra direttamente nelle case attraverso lo smartphone dei figli. Per un genitore, sentire il proprio figlio spaventato per minacce di violenze o occupazioni, in assenza di notizie certe, è un allarme immediato che impone protezione. Se tanti genitori, come ho fatto anch’io, hanno tenuto i figli a casa nonostante le scuole fossero regolarmente aperte non è per una psicosi collettiva o di un eccesso di ansia di genitori iperprotettivi, ma perché accanto alle note ufficiali che parlavano di lezioni regolari, ai rappresentanti di classe arrivavano messaggi ufficiosi che invitavano alla cautela, rassicurando sul fatto che le assenze non sarebbero state conteggiate nel monte ore.
Ecco perché non si può colpevolizzare la prudenza delle persone, così come non si può certamente puntare il dito contro chi doveva gestire la sicurezza che ha fatto tutto il possibile in un contesto di eccezionale e inedita complessità. Un plauso va alle forze dell’ordine, che si sono attivate con tempestività assoluta garantendo la sicurezza e individuando con celerità i responsabili attraverso le indagini. Così come un ringraziamento sincero va al lavoro dei giornalisti delle nostre testate locali, che fin dalle prime ore hanno cercato di contribuire alla chiarezza, offrendo una sponda di razionalità contro il caos dei social.
Il vero problema però è stato il vuoto informativo istituzionale che si è provvisoriamente creato a livello di canali diretti con le famiglie e negozianti unito a indicazioni frammentate. Quando la paura non incontra un argine istituzionale chiaro e invalicabile, il panico diventa esso stesso l’unica realtà percepita.
Per il futuro, Cremona non può farsi trovare impreparata. Se lasciamo le nostre piazze, le nostre scuole e gli smartphone dei nostri figli in mano a una manipolazione digitale senza freni, abbiamo già perso. Abbiamo bisogno di punti di riferimento riconoscibili e autorevoli, capaci di fornire informazioni attendibili in tempo reale.
Come ci ha ricordato il Capo dello Stato, la democrazia e la convivenza civile si nutrono di fiducia nelle istituzioni e nel tessuto sociale. Ricostruire questa catena di fiducia è il primo dovere della buona politica e di una città che vuole definirsi libera.
Maria Vittoria Ceraso
capogruppo Lista Civica Oggi per Domani
