Dal Trattato di Maastricht al bivio tra estrema destra e tecnocrazie: dove va questa Europa?

1 Novembre 2026

Il 1° novembre 1993 entrava in vigore il Trattato di Maastricht, che sanciva ufficialmente la nascita dell’Unione Europea dopo un delicato e propedeutico processo durato quarant’anni. Quaranta anni in cui le più antiche, prestigiose e potenti nazioni del mondo, che si erano combattute per secoli e che avevano colonizzato il pianeta, decidevano di rinunciare a gran parte delle loro identità nazionali secolari (in una manciata di anni) per dare vita all’unica possibilità di sopravvivenza dopo la fine della guerra fredda e all’inizio della globalizzazione: una federazione di stati uniti ma indipendenti basata su tre pilastri: moneta unica e mercato comune, politica estera e sicurezza comune, gestione comune della immigrazione e della giustizia. 

Avviata dalla lungimiranza di De Gasperi, Adenauer e Schumann, la formazione dell’Unione ebbe alla sua nascita ufficiale due padri nobili: Helmut Kohl che riunificò le due Germanie e Francois Mitterrand che riuscì a far digerire ai francesi la rinuncia alla loro identità nazionale in favore di una identità europea. 

Sono passati 33 anni. Gli stessi che aveva Cristo quando morì e risorse, e al di là di una facile ironia, l’Europa di oggi sembra veramente prossima o alla morte o a una quanto mai necessaria resurrezione. 

Chi scrive ritiene che l’Unione Europea sia l’unica, inevitabile possibilità di salvezza delle nostre nazioni davanti all’avanzata della Cina, le nuove strategie americane e il ruolo della Russia. Ma chi scrive pensa anche che la classe dirigente europea abbia veramente dato il peggio di sé negli ultimi anni: una classe dirigente burocratica e dirigista, lontana dalla quotidianità dei propri popoli, asservita e schizofrenica verso gli Stati Uniti anche contro il proprio interesse, attenta molto più a ben figurare nei salotti buoni del pensiero dominante che a fare i propri interessi. 

Benedetto Croce diceva molto saggiamente che in politica la moralità è la capacità: se dobbiamo giudicare la classe dirigente di oggi in Europa possiamo quasi affermare che la moralità abbia ucciso la capacità. 

Una crisi energetica causata da una politica estera molto onorevole in termini morali ma devastante sul piano pratico: salvare l’Ucraina (senza esserci riusciti) per vedersi aumentare il costo dell’energia del 200% in due anni, con danni devastanti per la produttività aziendale e le gestione dei bilanci familiari e senza aver messo in campo alcuna alternativa efficace se non le scuse (surreali) di un commissario europeo danese che tra l’altro è anche commissario alla casa, che vive la sua peggiore crisi dal 1945. 

Un progressivo irrecuperabile allontanamento dalla Russia che invece ci avrebbe consentito di arrivare quasi a 1 miliardo di abitanti, di avere gas e petrolio a costi bassissimi oltre a migliaia di testate nucleari e milioni di soldati in più. Il tutto per assecondare oltre agli ingrati americani anche il genetico (certamente comprensibile) risentimento storico dei Paesi orientali ed ex comunisti che odiano i russi ma che non hanno né il peso né le risorse per prenderne il posto. 

Politiche ambientali lodevoli che hanno ucciso però l’industria automobilistica a favore della Cina. Il tutto alla mercè di una America che fa i propri interessi senza alcuna minima preoccupazione verso di noi, e senza alcuna morale che non sia il proprio interesse pratico. 

L’Europa di oggi vive un gigantesco problema migratorio e di integrazione oggettivamente fallita, devastazioni in tutte le sue più grandi città, una crisi energetica e abitativa senza precedenti, una crisi istituzionale in Polonia che ricorda gli anni di Solidarnosc; una Germania che da locomotiva industriale è oggi in ginocchio e soprattutto una Francia, il Paese politicamente più importante, che è ormai al bivio tra la destra estrema di Le Pen e la tecnocrazia odiatissima della La Garde. La sinistra francese, checché se ne dica, non perviene dai tempi di Mitterrand… 

Dove va questa Europa a 33 anni da Maastricht? È brutto dirlo, ma se l’Europa non si dà una sveglia finirà malissimo, per dirla come si direbbe al bar. 

 

Francesco Martelli

sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

docente di archivistica all’Università degli studi di Milano

 

 

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