Il Festival della restaurazione, anzi direi della conservazione è rimasto tale fino all’esito finale. Non riesco a credere come gli “addetti ai lavori” abbiano votato il brano di Sal Da Vinci che io mi sono chiesto fin dal primo ascolto come si potesse presentare un tale scempio musicale e testuale al Festival. Sì perché ha vinto NON per il televoto, ma per le altre giurie. È la vittoria più immeritata e più inspiegabile degli ultimi anni. Ma forse dimostra che l’Italia è questo: un Paese neomelodico in tutto, che non guarda in faccia ai tempi che corrono, che non è sul pezzo con quanto si vive e che vuole nascondere sotto un perbenismo forzato e anestetizzante tutto quello che in realtà è concretezza e attualità. Sono inspiegabili alcune posizioni in clasifica: Brancale, Arisa, Fulminacci. È chiaro come non si sia dato il giusto rilievo alla canzone di Ermal Meta: parla di bambini che muoiono sotto le bombe con il complice silenzio di alcuni governi democratici, ma meglio oscurarlo un po’, così di certo non arriva nella cinquina.
Un Festival al quale avevo dato 6 e 1/2 dopo le prime tre serate, che arriva a una striminzita sufficienza dopo la serata cover. E ci arriva solo perché venerdì sono state scelte delle belle canzoni talvolta iconiche e perché sabato abbiamo avuto sul palco una Giorgia Cardinaletti elegante e raffinata e un Nino Frassica che, finalmente, ci ha fatto sorridere. Il resto non è degno di nota né di ricordo.
Apprezzo la scelta di Stefano De Martino come direttore artistico. Ha fatto gavetta, ha dimostrato di saper tenere in mano il video con un programma che non è granché, ma che ha vivacizzato. È giovane e diciamo sempre che è l’ora dei giovani. Forse potrà svecchiare questo Festival che, mai come quest’anno, si è dimostrato staccato dalla realtà e fuori dal tempo.
Alessandro Parmigiani
4 risposte
Personalmente da decenni ho smesso di seguire San Remo, la storia della musica italiana non passa di lì o se ci è passata non se ne sono accorti (Zucchero, Vasco per dirne solo alcuni).
Ma se non ha alcun significato dal punto di vista musicale ne ha invece dal punto di vista sociale e politico.
Sono passati gli anni in cui la vetrina sanremese riservava uno spazio al mondo reale, agli operai che parlavano al paese, alla valorizzazione dei principi democratici, o aveva il coraggio di chiamare l’orrore della guerra col suo nome.
Oggi più che mai il festival deve essere in linea e al passo coi tempi per cui la la signora centenaria che dichiara apertamente di aver votato repubblica ..viene quasi zittita quando aggiunge “in famiglia eravamo tutti di sinistra”. E ancora si fanno le acrobazie per evitare una ripresa da vicino della Mannoia per evitare che si veda la spilletta con la bandiera della Palestina. La canzone di Ermal Meta quasi infastidisce e vince la conservazione ..la tradizione popolare il neomelodico che zittisce il pensiero critico.
Ecco ha vinto la canzone che rappresenta quello che il governo vorrebbe che il popolo italiano fosse ….un popolo obbediente a cui basta una canzonetta per fare festa e che non disturbi il manovratore.
No non mi riconosco in questo quadretto. Non ci sto ad allinearmi. Il 22/23 marzo una valanga di NO vi seppellirà.
Be ‘ si i bambini che muoiono sotto le bombe ‘ sacrosanto argomento. ” con il complice silenzio di alcuni governi democratici ” da specificare. A proposito di Ermal Meta, lui definisce Sal da Vinci un personaggio straordinario, lasciando intendere che non demeritava. Detto da uno che ha cantato dei bambini sotto le bombe, proprio uno scempio Sal da Vinci e la sua canzone non sono sembrate. Non ho capito pertanto cosa debba fare un festival per non dimostrarsi staccato dalla realtà e fuori dal tempo. Si spera che ogni tanto un festival della canzone non sia sempre collegato alla politica. Altrimenti non ci rimarrebbe altro che piangere, sempre. Dall’Ucraina all’Iran, da Israele alla Palestina, dal Sudan all’Afghanistan…Poi se sia meglio la restaurazione piuttosto che la modernità a tutti i costi, sa la musica va e viene. Come i gusti. E non sempre i più moderni sono i migliori. Ricordo ad esempio una straordinaria interpretazione di “Impressioni di settembre ” da parte di Francesco Renga che con una bellissima interpretazione qua è arrivato solo 23esimo o giù di lì. Ma a confronto della sua voce i vari Fedez, Ghali, Mahmoud, cosa valgono? Simpatico invece Saif…
L’arte è lo specchio del momento storico in cui viene prodotta. La canzonetta di Sal Da Vinci non è arte, è solo canzonetta.
Anzi al contrario il problema dei bambini sotto le bombe, è uno degli argomenti più inflazionati, di cui se ne parla di più, a torto o a ragione, negli ultimi anni. E perché poi a carico solo dei paesi cd democratici? Perché si dà per scontato che in quelli governati da dittature non se ne possa proprio parlare? Parmigiani dunque esprime una sorta di totalitarismo egocentrico moralistico analogo a quello espresso dalla Vacchelli nel suo ultimo editoriale, quello sul nuovo ospedale, altro argomento tra i più discussi sul territorio eppure secondo lei non basta, individuando categorie virtuose, in cui si colloca, distinte da altre dà mettere all’indice o quantomeno da richiamare al dovere perché non ne parlano. Ma allora perché non pensare la stessa cosa per i femminicidi, per l’aborto o per la persecuzione religiosa nel mondo? Da qui scaturisce la domanda: possiamo individuare qualche spazio sociale culturale che sia esente dall’eterno ricatto, dall’eterno mea culpa rispetto ai problemi del mondo?