Arvedi, gigante a Cremona e nel Paese, attorniato da nani della politica sprovvisti di fionda

5 Aprile 2026

Giovanni Arvedi è l’Iron Man di Cremona, ma non il Tony Stark di Robert Downey Jr. Non fabbrica armi e non è protetto da un’armatura d’acciaio.  Al contrario, l’acciaio lo produce.  E di qualità. 

A Cremona e in provincia è il Cavaliere per antonomasia.  In Italia, figura nell’esclusivo club dei ricchi, che non è un peccato, ma infastidisce gli invidiosi. Il patrimonio di 1,9 miliardi lo colloca al 55° posto nella classifica dei Paperoni pubblicata da Forbes.

Capitano coraggioso dell’imprenditoria provinciale, ha il pieno diritto di stare nel Pantheon di quella nazionale. Di più, mutatis mutandis, non è un intruso accanto ad alcune personalità che hanno rappresentato un sistema paese. 

Il più noto e glamour, figura centrale del capitalismo italiano, è Gianni Agnelli.  Il più visionario, Adriano Olivetti capace di combinare industria, cultura e sensibilità sociale. Il più lungimirante e inviso alle compagnie petrolifere internazionali, Enrico Mattei

Nessuno come Arvedi incarna e continua a incarnare il sistema Cremona e a coniugare impresa e società.  Punto di riferimento per imprenditori, amministratori pubblici, politici locali, è il principale e più influente degli stakeholder di casa nostra. Da Crema a Casalmaggiore, altri suoi colleghi illustri guidano realtà produttive ed economiche di indiscussa eccellenza, ma nessuno possiede il carisma e l’influenza del Cavaliere. Arvedi è Arvedi. 

Non è solo l’industriale dell’acciaio, ma anche motore, deus ex machina del Mondo Arvedi. Titolo di un paragrafo del sito ufficiale del gruppo, è anche il marchio che lo contraddistingue.  

Mondo Arvedi riassume la   filosofia del Cavaliere. Evoca l’universo che gli ruota intorno, corollario all’attività industriale. 

Il caleidoscopio di iniziative sociali, culturali e filantropiche di Arvedi è rappresentato dalla Fondazione Arvedi Bruschini.  Benefattore e mecenate, il Cavaliere è l’uomo della provvidenza per Cremona. 

Il Museo del violino, l’auditorium, il recupero dell’ex convento di Santa Monica, il ripristino delle colonie padane, senza la Fondazione non sarebbero stati realizzati.  L’elenco degli interventi a favore della città è lungo quanto una mailing list di un ufficio stampa e sarebbe noioso elencarli tutti. Soprattutto pleonastico: i cremonesi li conoscono.  

Attento alla comunicazione, Arvedi controlla una televisione, tre quotidiani online e un settimanale, ma non è il Charles Foster Kane di Orson Welles. Non lo è neppure in sedicesimo, anche se negli anni Ottanta è stato tra i protagonisti di una cordata per salvare la casa editrice Rizzoli e il Corriere della Sera. Operazione storica che vedeva coinvolti l’allora salotto buono della finanza italiana e il gotha dell’imprenditoria. 

A molti anni di distanza, quella partecipazione gli valse lo splendido giudizio di Cesare Romiti, già amministratore delegato e presidente della Fiat: «Un uomo molto perbene, Arvedi» (Il Giornale, 10 aprile 2010).

L’esperienza nella galassia del potere nazionale è stata da lui stesso ricordata pochi giorni fa (Corriere della Sera, 5 marzo), in occasione dei 150 anni del quotidiano milanese.

Da secoli, panem et circenses è la formula più sicura per ottenere il consenso e la sponsorizzazione della Cremonese potrebbe essere interpretata in questa ottica.  Il Cavaliere però non ha bisogno né della ribalta calcistica, né dello Zini, il suo Circo Massimo, per essere riverito, rispettato e temuto. 

Il gruppo dà lavoro a migliaia di cremonesi e tanto basta per essere applaudito e per mettere la sordina alle critiche. Raramente espliciti e quasi sempre ovattati, i malumori non intaccano la sua immagine. Ancora meno scalfiscono il suo potere che esercita con discrezione e, perché no, con classe. 

Quando Cremona ha bisogno, il Cavaliere risponde.  Se esiste la possibilità di mandare a Roma un rappresentante della città non si tira indietro. E lo fa nel suo stile: alla luce del sole e nella massima linearità.  

«Così – riferisce Fanpage del 27 luglio 2021 – è anche il maggior finanziatore del deputato del Partito Democratico Luciano Pizzetti». Quest’ultimo, nel medesimo articolo, puntualizzava e indirettamente confermava l’aiuto ricevuto: «Questo non ha mai inciso con le mie scelte». E il riferimento erano le elezioni politiche.

Arvedi è un ossimoro. È il conservatore più rivoluzionario del territorio. È il cireneo che aiuta i politici locali a portare la croce, ma anche il signor Wolf che risolve i problemi della città. Leader riconosciuto e indiscusso, conosce la sua forza. Soprattutto è cosciente della debolezza dei politici locali. Sa chiedere. Sa cosa offrire. Sa di essere un valore aggiunto per la città. Quando serve, impiega il pugno di ferro in guanto di velluto. E tutto questo in modo schietto e trasparente.

Cosa sarebbe Cremona se il Cavaliere si stancasse di aiutarla a salire il Calvario? Questo il punto e anche il problema, ma non una tragedia. Tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile recita un vecchio adagio.  Anche se Arvedi è molto più che utile.

In questo contesto la questione vera è un’altra, più complessa.  I politici e gli amministratori locali sono all’altezza del Cavaliere? Reggono il confronto con lui? Saprebbero affrontare un suo disimpegno, anche parziale? Sono capaci di respingere una sua richiesta? D’acchito la risposta sarebbe no. Ma in politica anche l’impossibile diventa possibile.

Il sindaco Andrea Virgilio dovrebbe essere il primo interlocutore di Arvedi, ma credere che un eventuale incontro avvenga alla pari diventa un atto di fede. Il Cavaliere possiede leadership in abbondanza. Scarseggia, invece, nella cassetta degli attrezzi di Virgilio.

Il sindaco informa i cittadini del suo pensiero con i post su Facebook e con i comunicati stampa. Non sempre centra l’obiettivo.  Qualche volta non valuta le conseguenze delle esternazioni e la comunicazione si trasforma in un esercizio di autolesionismo tafazziano.  La recente polemica con i liutai insegna. Partito per suonare, è stato suonato. Con una sola mossa Virgilio ha dato scacco matto a se stesso.  Ha scatenato la reazione furiosa dei liutai, stimolato l’intervento di Marcello Ventura ed elevato il consigliere regionale di Fratelli d’Italia a portento della politica locale .(vittorianozanolli.it, 30 marzo) Ha spinto il consigliere comunale Alessandro Portesani a presentare un’interrogazione sulla querelle.

Una contrapposizione di Virgilio al Cavaliere entrerebbe negli annali della città. 

Le minoranze lavorano per diventare maggioranza.  Non hanno alcun interesse a scontrarsi con Arvedi.  Ascoltano e tacciono. Se una richiesta del Cavaliere esige una risposta, un o un no dell’Amministrazione comunale non è problema loro. Se tirati per i capelli, il ni diventa il salvagente. Ammiccanti, aspettano in riva al fiume l’evolversi della situazione.

I segretari dei partiti potrebbero avere un ruolo, ma nel nostro territorio contano poco, quasi nulla.  Finiti i tempi d’oro, hanno perso autorevolezza e credibilità. Dispongono di armi spuntate. Non dettano più legge. 

Interessati più alla loro sopravvivenza che al bene comune, si sono focalizzati sul Primum vivere deinde philosophari, la cui priorità è la spartizione dei posti nelle partecipate, nelle fondazioni ed enti collaterali pubblici.  La recente vicenda del nuovo statuto di Padania Acque è un esempio politicamente indecente. Paradigmatico di questa situazione incancrenita. Forse irreversibile. Così, per le segreterie dei partiti, il Cavaliere non è un problema e assurge a risorsa.

Resta Pizzetti.  Il presidente del Consiglio comunale ed ex parlamentare possiede ciò che a Virgilio manca.  Ha un ottimo e consolidato rapporto con il Cavaliere, inappuntabile da tutti i punti di vista.

A memoria, non risultano attriti pubblici tra i due maggiori rappresentanti della politica e dell’imprenditoria cittadina.  Probabilmente non si sono mai verificate situazioni conflittuali. Insieme Pizzetti e Arvedi sono l’omeostasi della città.  

Ma se si deve scegliere il regista, non ci sono dubbi è il Cavaliere Arvedi. È bravo, bravissimo. Politici e amministratori, un po’ meno. E’ il gigante Golia di statura nazionale.  Gli altri dei Davide provinciali, ma privi anche della mitica fionda. 

Le domande restano senza risposte esaustive. Molte, invece, le sensazioni.  Un dato è certo: se così stanno le cose, lunga vita all’Iron Man di Cremona. Per gli altri,  una pausa di riflessione.

 

Antonio Grassi

7 risposte

  1. Arvedi: risorsa, mecenate a cui la città deve tutto, o problema, elemento che determina la stagnazione della politica?
    La storia imprenditoriale del cavaliere si intreccia a doppio giro con quella della città, direi che la plasma. Ma questa può essere una colpa?
    Ho vissuto il “Governo ” della città dall’interno grazie ai 3 mandati (14 anni) da consigliere comunale, un osservatorio privilegiato sia dall’opposizione che dalla maggioranza.
    Ricordo che un aspetto mi ha sempre indignato sia stando all’opposizione che in maggioranza..ed è questo: ogni sindaco si insedia e presenta alla città il programma che intende realizzare …in ogni settore urbanistico, ambientale, sociale ecc.
    Quindi la macchina comunale si organizza per creare le condizioni per la realizzazione di quel programma….
    Poi cosa accade: le occasioni ..quelle da non perdere che non sono previste nel programma ..ma che si fa.. si lasciano sfuggire?
    A questo punto si assiste a una serie di variazioni con progetti neanche pensati ma che visto che si apre un bando regionale o che si presenta il mecenate …con una manata si libera la scrivania di tutte le carte e i progetti in corso e si fa spazio alla novità.
    Così è stato per il rifacimento del piazzale della stazione … così è stato per il museo del violino ..e così sarà per l’ospedale…
    Peccato che ogni intervento necessita di una partecipazione anche economica da parte del comune ..e che non era a preventivo.
    Tutto questo lungo ragionamento cosa significa??? Che la politica non ha un progetto proprio, i bisogni della città sono decisi altrove in Regione o nell’ufficio del Cavaliere.
    Una frase del Sig Biagio è emblematica ” il Cavaliere presenta progetti e ha trovato politici capaci di ascoltare”.. Non c’è bisogno di aggiungere altro.
    Arvedi è colpevole? Certamente NO lui fa il suo mestiere e lo fa bene …e con la sua lungimiranza abbraccia la città, recupera …ristruttura …risponde a bisogni spesso da lui stesso indotti.
    Questo gli assicura una benevolenza politicamente trasversale che nessun politico gli può negare.
    Chi è assente …? Assente è la governance, assente è una vision sulla città, assente è la politica!!!
    Non ho preconcetti sulla partecipazione del privato ..ben venga, ma il mecenatismo deve essere finalizzato ad un progetto ad una vision definita dalla politica e non essere la condizione che determina la vision stessa; deve essere disinteressato e non tendere ad accattivarsi la benevolenza della classe politica.
    Ma finché a Cremona la politica continua a stare seduta in platea ….lunga vita ad Arvedi!

  2. Bellissimo, colto , intelligente articolo che traccia con precisione, e perché’ no innovazione dialettica l’Operato del “Cavaliere d’acciaio”. Complimenti Antonio per questo lampo di comunicazione nel cielo Cremonese ma sopratutto ammirazione per Giovanni Arvedi. Serena Pasqua.

  3. Slap, slap al Cavaliere! Non si sa mai… Grassi non aveva altri argomenti? Così si va sul sicuro. Si è dimenticato dei rapporti con il prefetto, si è dimenticato…

  4. Mettere insieme l’avvocato Agnelli e l’ingegner Olivetti è abbastanza discutibile. Si poteva citare Walter Stauffer (di origini svizzere, cremonese per cittadinanza onoraria) ma sappiamo che a voi cremaschi poco importa della vocazione agricola delle terre cremonesi e bresciane. Lo dimostra questo saggio breve di Pasqua.

  5. Commento assolutamente chiaro e condivisibile: nulla contro il Cavaliere ma una tirata d’orecchi alla governance locale.

  6. Che dire? Sono d’accordo con chi si chiede che senso abbia questo panegirico del Cavaliere: non che il Cavaliere non meriti di essere ringraziato per aver sopperito a tante mancanze. Cremona ringrazia, in tutti i sensi. Ma che gira e rigira come sempre si vada a colpire Virgilio mi sembra una forzatura davvero esagerata! Che cosa le ha fatto, Grassi, il sindaco del capoluogo di provincia? Si inchina inspiegabilmente davanti al cavalier Arvedi e, già che c’è, colpisce Virgilio. Come in quella storiella in cui il marito rientrando mena la moglie senza un perché vero, tanto lei sa che cosa ha da rimproverarsi.

  7. Parliamoci chiaro, Cremona è sempre stata di Arvedi, indiscutibile grande Imprenditore. Sinceramente il problema non è Arvedi padre padrone di Cremona, ma i politici infami, da sempre prostrati al suo cospetto. Se Cremona è una cittadina assurda, la colpa è di chi ha lasciato governare persone non elette…..!

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