Migliori ospedali più vecchi di quello di Cremona, che si vuole demolire

3 Marzo 2026

Magari è così dappertutto, però a Cremona l’abitudine di raccontare un sacco di frottole evidentemente soddisfa la maggior parte dei cittadini cremonesi. Tra le sciocchezze che ci tocca ascoltare, quasi sempre senza contradditorio da parte delle strutture di governo della città, vale la pena di segnalare l’unanimità nel sostenere che la qualità dell’assistenza ospedaliera dipende dalla data di costruzione dell’ospedale e che quindi costruire un nuovo ospedale risolverebbe tutti i nostri problemi assistenziali. Quasi che un nuovo edificio sia in grado di evitare la migrazione dei pazienti (solo quelli che se lo possono permettere) verso altre strutture, verso gli ospedali considerati eccellenti.

In realtà un po’ di assistenza ospedaliera me ne intendo, visto che ho lavorato in un ospedale pubblico per parecchi anni e che attualmente dirigo un reparto nell’ambito di una struttura ospedaliera privata accreditata perennemente classificata ai massimi livelli di eccellenza, non solo a livello nazionale. Il fatto di conoscere bene sia il Servizio Sanitario Nazionale che una sanità privata di riferimento, mi consente non tanto di fare paragoni, quanto di capire cosa è necessario per perseguire standard di eccellenza nell’assistenza ospedaliera.

Per prima cosa debbo ribadire che buoni/ottimi servizi di sanità ospedaliera sono del tutto indipendenti da qualsiasi iniziativa edilizia e che una elevata qualità assistenziale non corrisponde quasi mai all’anno di costruzione della struttura ospedaliera. Se così non fosse, potremmo facilmente risolvere tutti i nostri problemi sanitari. Secondo la classifica del 2026 di Newsweek, il migliore ospedale d’Italia  è il Policlinico Gemelli di Roma, costruito nella prima metà degli anni ’60 del secolo scorso; al secondo posto il Niguarda di Milano (costruito nel 1939). Se è vero che il terzo classificato (Humanitas) è del 1997,  il Sant’Orsola di Bologna, che risale al 1592 ed è stato rimodernato nel 1970, si classifica al 5° posto, prima di quello di Bergamo, il più recente del gruppo.

Tra gli ospedali più moderni quello di Lecco, che risale agli anni 2000, si classifica al 50° posto della classifica, dopo il San Giovanni Bosco di Torino che è più vecchio di mezzo secolo. Non va meglio la Poliambulanza di Brescia, fiore all’occhiello della sanità lombarda ed elemento di grande attrazione per i cremonesi che, inaugurata nel 1997, si classifica al 57° posto su 133 analizzati.

Per chi volesse sapere come si classifica l’ospedale di Cremona, rimandiamo alla classifica e tuttavia pare opportuno segnalare che uno degli ospedali più recenti d’Italia, quello di Massa Carrara (ospedale Apuane) inaugurato nel 2016, è posizionato molto, molto più in basso rispetto all’attuale struttura cremonese.

Potremmo continuare all’infinito, portando centinaia di esempi in grado di dimostrare che la struttura edilizia di un ospedale e la data di costruzione non hanno nulla a che spartire con la qualità dell’assistenza. Detto sommessamente,  l’assistenza migliore non è quella associata ai comunicati stampa sui giornali locali e neppure quella di chi evita il confronto e la discussione a livello professionale. Neppure è quella di chi cerca (e trova) appoggi tra i potenti del luogo, non solamente tra i politici. L’eccellenza sanitaria è invece basata su una elevata competenza professionale,  sul confronto, lo studio, la critica, l’autocritica, il rapporto con il paziente, l’organizzazione.

Quando invece la sanità pubblica viene trasformata in un affare redditizio per i portatori di interesse, dai politici agli impresari edili,  è difficile pensare che possa determinare un miglioramento dell’assistenza ai cittadini.  Costruire quindi a Cremona un nuovo ospedale e demolire quello attuale ha l’unico significato di buttare nello sciacquone i soldi delle nostre tasse, arricchire gli stakeholders, consentire ai politici elevati livelli di esibizione. Non certo di migliorare l’assistenza e l’organizzazione ospedaliera. Quella ha bisogno di teste pensanti, non di esecutori passivi di scelte interessate che con la qualità assistenziale non hanno nulla a che spartire.

Non abbiamo soldi per attirare medici, infermieri e personale sanitario, mancano i fondi e soprattutto le capacità per una revisione critica della attuale organizzazione sanitaria, nessuno sembra in grado di ipotizzare quali saranno le sfide sanitarie da affrontare nel prossimo futuro, la prossima pandemia minaccia sfracelli e noi siamo qui a costruire nuovi edifici e abbattere quelli funzionanti. Naturalmente nella soddisfazione generale dei decisori, dei politici, di tutti quelli che pontificano di assistenza senza sapere di cosa si tratta. Tanto che gli importa della sanità pubblica?  Loro avranno sempre e comunque le conoscenze ed i contatti per un accesso preferenziale verso la sanità privata.

 

Pietro Cavalli

8 risposte

  1. Grazie, dottor Cavalli, per il “coraggio” con cui è disposto a esporsi e condividere con noi pazienti o potenziali tali le sue opinioni frutto di anni di esperienze pubbliche e private.
    Visto che si vuole radere al suolo il nostro ospedale che siamo costretti a frequentare, forse a questo punto non è il caso di provvedere, ma vorrei informare che se capita di ammalarsi gravemente e di doversi sottoporre ad approfonditi esami per intraprendere cure oncologiche all’ospedale di Cremona non esiste il macchinario per eseguire una PET! Un’amica che purtroppo ha da poco iniziato un percorso terapeutico molto impegnativo si è dovuta rivolgere a una struttura privata. A Cremona se non erro bisogna mettersi in coda alla clinica Figlie di S.Camillo, unica clinica provvista del necessario. Non è grave? Si pensa ai muri e non a mettere a disposizione l’indispensabile? Detto questo: ai medici, muti e allineati ( sono d’accordo o tengono famiglia???) va bene così? Gli va bene non poter esercitare la loro professione con simili limitazioni?

  2. Non posso non condividere il senso degli interventi di chi mi ha preceduto.
    Aggiungo solo una personale considerazione: chi fa politica giustamente lamenta la progressiva disaffezione al voto da parte dei cittadini.
    Che dire allora della vicenda in argomento; abbattimento di una struttura realizzata in gran parte con denari ottenuti da lasciti testamentari e realizzazione di un nuovo ospedale attingendo dalle tasse di altri cittadini.
    Ma questi politici, sanno cos’è la VERGOGNA?

    1. Lo sanno, lo sanno! Altrimenti non si sottrarrebbero al confronto, non eviterebbero di affrontare i cittadini, non si trincererebbero dietro un silenzio tombale sull’argomento. Devono proteggere se stessi e non tradire la fiducia di chi li sostiene, che, beninteso, non siamo noi cittadini!

  3. I cremonesi attendono con inveterata rassegnazione gli eventi. Onore e complimenti al Comitato.

  4. Come si può non concordare con l’ultimo intervento del dott. Cavalli e con tutti quelli che ha scritto in questi anni desolati. La città, intesa come suoi amministratori, politici e intellettuali, affonda nel silenzio, e quello dell’ospedale è il caso più disperatamente macroscopico. Mi sia concesso un ricordo personale: quando nell’infuriare più virulento del COVID uscì la notizia della volontà di costruire un nuovo ospedale, la prima cosa che mi venne in mente fu la pornografia. Un atto di cinica, schifosa pornografia sulla pelle di tutti quei morti che ci circondavano. E sopra le nostre teste, mentre la politica, per la prima volta coesa, compatta, applaudiva. E applaude ancora. La vergogna e lo schifo non mi sono passati.

    1. Il commento del professor Tanzi è davvero molto duro. Ma mi trova perfettamente d’accordo. Progettare di costruire un nuovo ospedale in quel momento, quando la città stava pagando in termini di vite una pandemia che mai , mai, era stata neppure lontanamente immaginata non può che suscitare sgomento e disgusto. Mentre medici, infermieri e tutto il personale si stavano prodigando con una generosità e un impegno senza limiti, c’era chi, facendo leva sul bisogno impellente di assistenza umana e professionale, pensava di costruire per il bene di pochi e per se stessi. Un bel pelo sullo stomaco! Il sindaco non chiudeva la città per non penalizzare l’economia locale come invece succedeva altrove e decideva di accogliere malati anche da fuori caricando i medici di altro estenuante lavoro. Una lotta contro un nemico sconosciuto portata avanti dai medici e da tutto il personale rendendoli “eroi” che si è pensato di ripagare erigendo muri. Muri, non altro personale, non attrezzature. Muri! Che cosa ce ne facciamo dei muri? E ora vanno avanti a testa bassa.

  5. Gentile dott. Cavalli, manca un pezzo della storia. Negli ultimi 15 anni hanno speso cifre ingenti per: eliminare le sale operatorie ai 6 livelli; sostituire i pavimenti in Linoleum (che contiene amianto, ma nel 1970 andava bene così); rifare da cima a fondo il dipartimento di urgenza – emergenza.
    Poi con grande lungimiranza, buttano giù tutto.

  6. Per la serie “fare e disfare è tutto un fatturare”… ovviamente delle necessità reali della salute dei cittadini non importa né ai fatturatori né ai progettisti che sono famosi per i loro appassionati interventi a favore delle ristrutturazioni e per rivalutare l’esistente, ma poiché “pecunia non olet” accettano di buon grado di rimangiarsi le proprie tesi in cambio di onerose parcelle…

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