Col nuovo ospedale perdita totale di un ecosistema urbano  maturo e per anni avremo solo ruspe e cantieri

3 Gennaio 2026

Il progetto vincitore del concorso internazionale per il nuovo ospedale di Cremona prevede la  demolizione di tutti gli edifici attualmente presenti nell’area, l’abbattimento delle essenze  arboree e la completa rimozione del suolo vegetale, compresi prati, aiuole e arbusti. Tali  interventi sono finalizzati alla realizzazione dei nuovi fabbricati, dei parcheggi sotterranei, delle  vie di accesso, delle vasche di laminazione interrate e delle reti tecnologiche.  

Anche i due parcheggi pubblici situati davanti al nosocomio saranno eliminati integralmente,  inclusa la vegetazione esistente.  

Nel corso dei mesi il progetto ha subito alcune pesanti modifiche (da 9 piani a 7 piani e 150 posti  letto in meno) ed è attualmente in fase di valutazione da parte degli enti competenti.  Tuttavia non è stato reso pubblico, nonostante le legittime richieste avanzate da cittadini e sostenitori del  Movimento per la riqualificazione dell’ospedale di Cremona.  

Durante la Conferenza dei sindaci di marzo, ai primi cittadini presenti è stato addirittura chiesto  di non registrare né filmare il materiale illustrato in seduta: vige il massimo riserbo, come se si  trattasse di un’iniziativa privata.  

La nostra analisi delle aree verdi non può che riguardare ciò che ad ora è stato reso pubblico: il  primo progetto Cucinella, presentato il 30 novembre 2023.  

Una volta conclusi i lavori edilizi (non è chiaro in quali tempi, forse intorno al 2032) l’area verrà  sistemata nuovamente con prati, arbusti e alberi. Attualmente la superficie verde interna misura  circa 85.000 metri quadrati, mentre il cosiddetto ‘parco della salute’, previsto dal progetto,  coprirà complessivamente 18,5 ettari.  

La compensazione ambientale prevista è di tipo quantitativo ma non qualitativo, con un rilevante  deficit ecologico nel medio periodo. 

Il complesso edilizio è costituito da due nuovi corpi: il nosocomio, destinato alle funzioni  sanitarie, e un edificio secondario per usi non sanitari. Entrambi hanno forma semicircolare e  racchiudono un lago artificiale centrale. Le strutture sono caratterizzate da gradoni terrazzati (due per ogni piano) e da coperture verdi, per una superficie complessiva di circa 21.000 metri  quadrati, con un’altezza massima di 35 metri.  

Si tratta, in sostanza, di giardini pensili distribuiti su più livelli (inizialmente sette fuori terra, ora  ridotti a cinque). Nell’immagine si distingue, a sinistra, lo stato attuale dell’area oggetto di  demolizione e, a destra, l’assetto finale previsto, con la sistemazione a verde, il bacino di  laminazione circolare e i due edifici ad emiciclo, evidenziati dalle linee che delimitano i  terrazzamenti e le coperture vegetate.  

Questo assetto corrisponde al progetto originario.  

Molti degli alberi oggi presenti, che si contano a centinaia, hanno tronchi con diametri superiori  al metro. L’attuale patrimonio vegetale rappresenta un processo di maturazione durato circa 50– 55 anni; la nuova sistemazione non potrà raggiungere una qualità ecologica paragonabile prima  di 30–40 anni, e comunque solo in parte.  

Le principali criticità ambientali riscontrabili sono le seguenti.  

Perdita irreversibile di suolo naturale 

Il terreno vegetale esistente, formatosi in oltre mezzo secolo, sarà completamente asportato. Il  suolo ricostruito non sarà in grado di riprodurre, nel medio-lungo periodo, le medesime funzioni  ecologiche, quali struttura fisica, attività microbiologica e capacità di ritenzione idrica.  

Non equivalenza ecologica del verde pensile 

I 21.000 metri quadrati di coperture vegetate non sono assimilabili a superfici verdi a quota  campagna. Il ridotto volume radicale, il maggiore stress idrico e termico, la minore biodiversità e  la dipendenza da irrigazione artificiale e manutenzione continua rendono i giardini pensili  superfici tecniche ad alta gestione, non parchi naturali.  

Tempi lunghi di recupero ecologico 

La vegetazione ripiantumata potrà raggiungere una struttura matura solo dopo 25–30 anni.  L’assetto attuale, invece, costituisce un ecosistema urbano consolidato da oltre 55 anni.  

Incremento dei costi di gestione 

La manutenzione annua stimata per il nuovo assetto verde risulta significativamente più elevata,  anche a causa delle coperture vegetate. Inoltre, poiché l’area sarà privata ma ad uso pubblico,  l’Amministrazione comunale dovrà stipulare una convenzione con l’Asst per contribuire alle  spese di gestione del parco. Di fatto, lo spazio diventerà fruibile come area pubblica, non essendo previste recinzioni. Già  oggi, tuttavia, la gestione del verde cittadino presenta criticità legate alle risorse di bilancio. 

Una passeggiata nel parco attuale restituisce l’immagine di un luogo di pace e frescura estiva,  dove flora e fauna convivono in equilibrio, contribuendo all’assorbimento della CO₂ e alla  mitigazione delle temperature.  

L’area verde esistente costituisce un ecosistema urbano maturo, avviato a partire dal 1969,  caratterizzato da alberature adulte con elevata capacità di ombreggiamento, suolo naturale  strutturato e biologicamente attivo, biodiversità consolidata (avifauna, insetti, microfauna del  suolo) e fabbisogni manutentivi e idrici contenuti.  

L’aumento complessivo delle superfici verdi previste dal progetto comporterà invece una  crescita dei costi di gestione e una dipendenza permanente da interventi manutentivi artificiali.  Per almeno vent’anni, la qualità ambientale urbana risulterà peggiore rispetto alla situazione  attuale.  

Il nuovo ospedale di Cremona determinerà quindi la perdita totale di un ecosistema urbano  maturo, sostituito da un verde artificiale che necessiterà di decenni per raggiungere una  funzionalità solo parzialmente equivalente, con maggiori oneri economici e benefici ambientali  ridotti nel medio periodo.  

Per questi motivi, l’intervento non può essere presentato come un miglioramento ambientale  immediato. La trasparenza su questo aspetto è fondamentale nei confronti della cittadinanza.  

In quanti anni si potrà ottenere una vegetazione stabile e folta, paragonabile a quella realizzata a  partire dal 1969, considerando anche le mutate condizioni climatiche rispetto agli anni Sessanta  e Settanta?  

Nel PFTE (Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica) in esame presso la Conferenza dei Servizi  esiste una comparazione documentata tra i costi di smantellamento del verde esistente, quelli  di ripiantumazione e manutenzione del nuovo parco e le spese necessarie per conservare l’area  attuale?  

È questa una delle osservazioni che il Movimento ha inviato alla Conferenza dei Servizi, con la  prescrizione di valutare che cosa fosse meglio per la città: un parco dell’attuale ospedale  incrementato dalle aree esterne dei due parcheggi con una piantumazione ex novo di alberi,  oppure nell’area del nuovo ospedale alberi di nuovo impianto con altezza media di 3–3,5 metri e  circonferenza del tronco di 12–14 centimetri, conformi agli standard comunemente adottati per il verde  pubblico?  

Le associazioni ambientaliste del territorio non si esprimono su questa ulteriore e profonda ferita  all’ecosistema urbano di Cremona?  

Gli attuali amministratori comunali, che potrebbero non essere coinvolti in futuro nei costi di  gestione se non rieletti, non affrontano oggi apertamente questo problema?  

A questo link sono disponibili le fotografie del parco nello stato attuale, prima dell’intervento  delle motoseghe:  

https://drive.google.com/drive/folders/1HGsr459EBhYLJagB-LYgsxcY52sUJg4f?usp=sharing

Dei circa 400 alberi presenti si possono osservare, tra gli altri, maestosi cedri del Libano e  dell’Atlante, pini, frassini, salici, tigli, olmi, bagolari, lecci, magnolie, noci comuni, tuie, platani,  abeti, ciliegi ornamentali, gelsi, edere, cipressi, faggi, betulle, querce, aceri e pioppi. Oltre a siepi  rigogliose e prati.  

Piange il cuore sapere che tutto questo sparirà e per anni avremo solo ruspe e cantieri! 

 

Gianluigi Stagnati 

sostenitore del Movimento per la Riqualificazione dell’ospedale di Cremona 

Una risposta

  1. Da due anni a questa parte, da quando cioè i cremonesi sono venuti a conoscenza del faraonico progetto, ho ritenuto essere all’apice dell’assurdità la decisione di costruire nella stessa area dell’esistente. Al di là del progetto in sé, delle procedure, della burocrazia, dei tempi e dei costi questa decisione sarà determinante nel fallimento dell’impresa.

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