Si vede che era proprio un’ossessione, oppure che eravamo nel Regno dei rettili, perché appena arrivati a Canadello (Piacenza), una lucertola si adagiò su una ruota della macchina di Alberto a prendere il sole (foto 1 centrale). D’altronde, i rettili hanno bisogno del sole per scaldarsi, essendo animali a sangue freddo, ma così facendo quella lucertola si esponeva maggiormente ai predatori. Se era per noi, poteva rimanerci tutta la giornata, ma per le insidie della natura doveva stare ben attenta, perché ogni momento lì era ad alto rischio.
Dunque nessuna soddisfazione ti puoi prendere nella vita senza che qualche “invidioso” non cerchi di portartela via, la vita, e questo vale anche per il genere umano. E’ uno dei leitmotiv della natura: un equilibrio fragile, precario tra piaceri doveri e insidie che può spezzarsi in ogni momento, a favore della morte.
Il 26 febbraio di alcuni anni fa, che mai avrò fotografato in val Chero (Piacenza), in una pozza d’acqua (foto 2)? Uno spago, un fil di ferro o un serpentello, tanto per rimanere sul tema della metafora del precedente articolo?
No, un nematode presumibilmente. Sembrerebbe poca cosa, se non fosse che questi vermi possono superare in lunghezza (10 metri) anche i serpenti più grandi al mondo, e soprattutto parassitare l’intestino umano, dopo aver bevuto acque infette. Un motivo fondamentale per evitare di bere acque libere in montagna, spinti dall’illusione idilliaca di trovarsi in un posto non inquinato dall’uomo, quindi più salubre, naturale, come se il mondo selvaggio non fosse portatore di pericoli. Tutt’altro!!
Ciò che mi colpì di più, tuttavia, fu il suo movimento serpeggiante, armonioso, che mi ispirò l’immagine di una danza, di un movimento ritmico a suon di musica, ma una musica impercettibile ai nostri sensi, e reso ancora più suggestivo dalla luce solare che, incidendone la superficie, le donava sfumature iridescenti.
Nel precedente articolo avevo parlato del rapporto tra mimetismo e pregiudizio, ma nel caso seguente il mimetismo c’entra poco o nulla. E’ il pregiudizio a farla da padrone.
Se è facile pensare a dei parassiti per quanto riguarda gli animali, lo è un po’ meno per quanto riguarda i vegetali. E’ il caso del genere Orobanche di cui qua abbiamo un esemplare in fiore (foto 3) incontrato in uno dei posti più suggestivi dell’Appennino piacentino, la Val Tribolata.
In effetti, pensare che essa stia parassitando altre piante, essendo apparentemente staccata da tutto nel prato, a differenza della Cuscuta esaminata qualche mese fa, non è facile a un occhio inesperto, ma c’è un carattere fondamentale che permette di capire al volo che di una parassita si tratta, e cioè l’assenza di parti verdi, non essendo in grado di produrre clorofilla.
Perciò per sopravvivere ha bisogno di succhiare la linfa di piante circostanti, e lo fa tramite sottili radichette sotterranee che raggiungono la pianta da colonizzare. Tuttavia, per sapere con certezza a quale si attaccava, avrei dovuto sacrificare l’esemplare dissotterrandola dalla base con le sue radichette, cosa che non feci. Cercai allora di risalire alla specie riguardando i fotogrammi a casa, e da lì scaturì l’inganno!!. Vedendo del timo violetto alla sua sinistra, pensai fosse quella l’erbacea colonizzata, ma essendo le Orobanche dotate di una certa specificità aggressiva, la specie dei timo avrebbe dovuto essere la alba, ma essa non corrispondeva nei colori. La alba infatti ha i fiori bianchi che in questo esemplare, benchè ancora chiusi, bianchi non sembrano proprio.
Feci allora scorrere alcune iconografie e vidi che richiamava l’Orobanche cayophyllacea Sm. la quale però si attacca a piante di Galium, un genere dai fiori piccolissimi a stella della famiglia delle Rubiaceae, e fu allora, con mia grande sorpresa, che mi apparve l’invisibile, che finora il pregiudizio mi aveva impedito di vedere, perché mi ero concentrato sul timo.
L’invisibile era quella sottile pianticella verde di Galium che se ne stava proprio lì accanto, dai fiori bianchi minutissimi e le foglie strette e lunghe in verticilli sovrapposti, tra la nostra parassita e il timo. Altri esemplari più bassi e distanziati, si vedevano sulla destra.
Tanti altri particolari, quali la villosità spiccata delle parti, i colori, conducevano proprio alla specie in questione, anche se non è detto che la parassita andasse ad attaccarsi proprio a quella pianticella, perché avrebbe potuto, con le sue lunghe radici, infestare una pianta di Galium più lontana.
Comunque l’arcano sembrava risolto, avendo la ricerca sconfitto quel pregiudizio percettivo che me la ostacolava, e questo carattere di specificità di attacco permette di dare un grande significato metaforico al genere Orobanche, riassumibile nel proverbio: “Dimmi con chi vai, e ti dirò chi sei”.
Fu nei pressi di Vigoleno (Piacenza), nel caso della specie alba Stephan ex Willd, che decisi di sollevare un esemplare per dare evidenza al fenomeno del parassitaggio, e l’impresa di non rovinarla fu ancora più ardua che nel caso del gambo del fungo serpente , essendo quelle radichette ancor più fragili e sottili (foto 4).
Notate tra l’altro la bellezza dell’Orobanche (foto 5). Il fusto rossiccio, giallognolo alla base. Il fiore bianco, venato di rosa o di violetto sulla fauce e sulla superficie esterna della corolla. Una bella combinazione cromatica di questa pianta che tuttavia, vista così, lasciava più dubbi che certezze, riguardo alla specie.
E’ infatti molto simile alla crenata Forssk, come infiorescenza, con la differenza che la crenata ha sulla corolla dei peli ghiandolari chiari, mentre la alba, secondo Pignatti, dovrebbe averli scuri e avere anche il labbro superiore della corolla intero, anziché irregolare come appunto la crenata, e in questo caso il labbro superiore della corolla sembra non proprio intero e i peli della corolla e anche quelli del fusto non scuri, ma chiari. Non rimaneva allora che tirarla su, la pianta, avendo entrambe una stretta specificità: la crenata per le Leguminose, la alba invece per il timo serpillo e altre Labiate.
Ed ecco la soluzione dell’enigma: l’Orobanche andava ad attaccarsi e a confondersi coi fusti legnosi del Thymus serpyllum L, come dice Pignatti ( foto 6). Già Pignatti, eppure è lui stesso a complicarci la vita (a dimostrazione di quanto sia complesso il mondo della botanica), perché dopo aver detto che questa Orobanche si attacca al serpillo, disse che questa specie di timo, tipica dell’Europa centrale e della Scandinavia, forse in Italia non esiste, nonostante ripetute segnalazioni.
Eppure i fusti prostrati, lungamente serpeggianti, ecco un altro richiamo metaforico al serpente, donde il nome, proprio al serpillo rimandano. Non è il caso di perdersi in questa ricerca nosografica, basti considerare che il gruppo serpillo comprende almeno 13 specie.
Quello che m’interessava, tra l’altro, era riportarci alla metafora del serpente che, approfondendo la ricerca, mi permise una scoperta assolutamente sorprendente, e cioè che il timo sarebbe stato nientemeno che il giaciglio della Madonna durante la sua fuga in Egitto.
Straordinaria l’associazione dunque tra la Madonna che schiacciò la testa al serpente, con un giaciglio di fiori serpente, o comunque di fiori apparentati al timo serpente.
(1 continua)
Stefano Araldi




