Alle nove precise, quasi ogni mattina, si sentiva toc toc alla porta della terza A del liceo classico “Daniele Manin” di Cremona, mentre il professore stava spiegando oppure era in corso l’interrogazione. Si apriva lentamente la porta, spuntava il profilo di una donnina minuta, con un grembiule bianco, la quale puntava lo sguardo direttamente verso il penultimo banco del quartiere di sinistra, e col gesto della mano richiamava l’attenzione. In quella mano stringeva un fazzoletto bianco da naso ben stirato, da consegnare a uno studente, il quale, vedendo la sua cameriera, incurante di quanto stava accadendo durante la lezione, scattava verso di lei, per timidezza ferma sulla porta. Lo studente, con gesti impacciati, lo riponeva nella tasca della giacca, capo d’abbigliamento all’epoca obbligatorio per recarsi a scuola, e tornava al posto. La scolaresca, abituata alla scena, reagiva con un allegro brusio, mentre l’insegnante distribuiva occhiate di compatimento. Poi, quella donnina si rivolgeva al professore e, per scusarsi dell’irruzione, si giustificava confusa: “Il signorino l’ha dimenticato a casa!” e spariva, dopo aver richiuso delicatamente la porta dell’aula.
Era la Pina, la cameriera che da decenni prestava servizio presso la facoltosa famiglia del distratto studente, il quale abitava in un palazzo situato a due passi dalla sede della scuola. Quella della Pina era una faccia nota ai compagni di classe, i quali la ritrovavano puntuale alle 12.25, alla fine delle lezioni, fuori dal portone della scuola. Il signorino le dava libri, quaderni e diario legati dalla cinghia di gomma e lei se ne tornava a casa.
Qualche mese dopo aver conseguito la maturità, il signorino ricevette in regalo dai genitori una Opel Kadett 1000 con la quale si recava – correva l’estate del 1962 – a Forte dei Marmi, località turistica in provincia di Lucca, frequentata da un gran numero di cremonesi. Più che dal desiderio di sole e di mare, egli era attirato dalle rotondità di una studentessa di qualche anno più giovane che aveva a sua volta frequentato il Manin.
L’aveva conosciuta in un giorno d’autunno di qualche anno prima, durante l’intervallo, quando frotte di studenti, in quei dieci minuti, in viavai incessante lungo il corridoio centrale della scuola si dirigevano al gabbiotto in cui la Giorgina, la bidella, vendeva le brioche. Da mesi egli tentava di rivolgerle la parola, ma senza fortuna. L’occasione fu un invito al veglione di San Silvestro, che lei accettò. Si teneva nel teatrino di un oratorio cittadino in cui si sarebbe esibito al pianoforte cantando “Nun è peccato”, il successo del momento di Peppino di Capri, di cui il signorino era un autentico patito. Cercava di imitarlo non solo nel modo di cantare, ma anche nella pettinatura, Aveva fatto applicare, alle lenti scure da vista, una montatura perfettamente identica a quella del cantante.
Il complesso era composto oltre che dal pianista da un contrabbassista e da un batterista, compagni di classe e quando il signorino intonò la sigla iniziale accompagnandosi al pianoforte e suonando, come voleva la moda di allora, alzandosi in piedi e stando ricurvo sulla tastiera, il contrabbassista, che gli era dietro, allontanò la sedia pensando che fosse d’impiccio ai movimenti suscitati dal ritmo del brano, ma il signorino decise di sedersi per essere più comodo per fare l’assolo. Così finì col sedere per terra tra risate fragorose e, in un estremo tentativo di ovviare all’inconveniente, tenne protese, seduto sul pavimento, le mani sulla tastiera e da quella posizione scomodissima continuò a suonare. Agli occhi della ragazza esordio peggiore non poteva capitare.
Trascorse parecchio tempo, ma non desistette dallo sperare nel sì della desiderata. Qualche anno dopo, mentre lei trascorreva le vacanze di Natale in montagna a Madonna di Campiglio, località frequentata dagli stessi cremonesi che erano di casa a Forte dei Marmi, il signorino l’avvisò che sarebbe passato a salutarla e si stabili il giorno. Era certo che l’avrebbe fatta capitolare, avesse anche dovuto prometterle il matrimonio. Partì per la località montana con un grande entusiasmo, sicuro che sarebbe stata la volta buona. Quell’entusiasmo se lo ricorderà a lungo. Durante il viaggio la Opel Kadett ebbe un guasto. Si piantò a metà strada, non volle saperne di ripartire e l’appuntamento saltò.
Non rinunciò e continuò a corteggiarla. Lei si era iscritta all’Università a Verona e, dopo tanti tentennamenti accettò la proposta, che le rinnovava da mesi, di darle un passaggio fino a Cremona, dove la ragazza tornava per il fine settimana. Al volante della Citroën DS, che nel frattempo aveva acquistato per fare colpo, sull’autostrada “Serenissima” a causa di un banco di nebbia si stampò contro un autotreno fermo sulla corsia d’emergenza. Uscì miracolosamente illeso, ma a Verona non giunse mai.
Sperangelo Bandera