Don Mazzolari: pace, unica politica che salva e costruisce

11 Gennaio 2026

Per una pace globale, ci vuole una mobilitazione locale, ampia, partecipata, diffusa, capillare da parte dei cittadini. Ieri pomeriggio davanti alla cascina che ha visto nascere don Primo Mazzolari un gruppo di cittadini pacifisti lo ha fatto.

Riporto le parole dello splendido don Umberto Zanaboni: “Siamo qui in tanti, oggi, non per celebrare un rito stanco, ma per compiere un atto di responsabilità. Perché ricordare un profeta di pace come don Primo Mazzolari non è un gesto neutro: è una scelta. È prendere posizione. La pace non è un bene scontato. Non è un intermezzo tra una guerra e l’altra. È il lavoro più difficile, più esigente, più controcorrente che l’umanità conosca. E oggi questo bene prezioso è pesantemente minacciato. Ci stanno preparando alla guerra. Non è un’impressione, non è un’esagerazione emotiva: è una strategia. Il linguaggio si fa bellico, i bilanci militari sono cresciuti in modo esponenziale, le armi tornano a essere presentate come garanzia di futuro. (Papa Leone 2 giorni fa al Corpo diplomatico: ”La guerra è tornata di moda!”).  Nel frattempo, lo spazio del dissenso si restringe. Chi protesta viene isolato, chi sciopera delegittimato, chi parla viene sospettato. È così che nasce il nemico interno: non all’improvviso, ma passo dopo passo, decreto dopo decreto, paura dopo paura. Ci dicono che è per la sicurezza. Ma chiamarla sicurezza è un eufemismo. Una presa in giro. Questa è militarizzazione. È l’idea che l’ordine valga più della giustizia, che l’obbedienza sia preferibile alla coscienza. È una democrazia che, invece di ascoltare il conflitto sociale, lo reprime. E una democrazia che prepara la guerra al proprio interno non sta difendendo la libertà: la sta smantellando. Don Primo lo sapeva. Aveva capito che la pace non è mai comoda, che disturba, che obbliga a schierarsi dalla parte degli ultimi e non dei vincitori. Aveva capito che la vera minaccia non viene da fuori, ma dalla paura che ci inoculano dentro, fino a renderci muti. Nel contesto dell’Italia di quegli anni – quello dell’avvento del fascismo – Mazzolari rimase una voce fuori dal coro: «È proprio possibile che in un’Italia di 40 milioni di uomini, vi sia poi una tale unanimità di pensiero e tale concordia nell’opera da non riscontrarsi neppur un dissidente che osi esprimere a mezza voce il proprio parere? O questo è un miracolo inaudito, mai raggiunto in nessun tempo e luogo neppure dalla religione o è un sintomo inquietante di ciò che può distruggere il patrimonio sacro e intangibile della coscienza». (Diario III/a, Bologna, 2000, 283).

E mentre qui, in Europa, si vive in un clima di rassegnazione armata, nel mondo il diritto internazionale viene calpestato sotto i nostri occhi. Ci sono leader che riescono a trasformare l’orrore in normalità. Ci sono popoli affamati, assediati, privati di voce, mentre chi governa continua a essere accolto, protetto, legittimato. Nessuna sanzione, nessuna rottura, nessun vero embargo. Anzi: solo affari, strette di mano, onori. È il rovesciamento morale del nostro tempo: chi viola le regole viene premiato, chi le invoca viene accusato. E quando una superpotenza bombarda un altro Paese senza mandato, senza legalità, senza alcun rispetto per la Carta dell’ONU, il messaggio è chiaro: la forza ha sostituito il diritto. Non importa chi governa quel Paese, non importa se ci piace o no. Qui è in gioco qualcosa di più grande: il principio che nessuno Stato può arrogarsi il diritto di colpire chi vuole, quando vuole. Perché se il diritto vale solo quando conviene, allora non vale più. E la questione seria è che domani toccherà a chiunque. Anche a noi.

Ma essere qui oggi significa dire che no, non accettiamo questa inevitabilità. Significa affermare che la pace non è ingenua, è esigente. Non è passiva, è combattiva. È fatta di parole dette quando conviene tacere, di gesti scomodi, di scelte che non portano applausi. O ricostruiamo lo spazio civile del dissenso, o ci ritroveremo in un continente armato fino ai denti e incapace di ascoltare. O difendiamo il diritto internazionale, o accettiamo un mondo governato dalla forza. O scegliamo la pace come impegno quotidiano, oppure la guerra continuerà a presentarsi come destino inevitabile.

Tre espressioni care a don Mazzolari, chiamate a diventare per noi veri stili di vita:
AGONIZZARE PER LA PACE – ORGANIZZARE LA PACE – CREATIVITÀ POLITICA

Come Cristo, che sulla croce ci è salito davvero, senza sottrarsi, senza scendere, così anche noi siamo chiamati a lasciarci crocifiggere per la pace. È un atteggiamento profondamente cristiano. Questo tema ritorna con forza anche in Tu non uccidere. Per la pace bisogna agonizzare, restare lì, non fuggire. Occorre abitare fino in fondo la questione della pace: non basta parlarne una volta per poi lasciar perdere. Davanti agli occhi chiusi della nostra società — chiusi dalle pance sazie e dall’indifferenza — è necessario continuare a mostrare la realtà: vittime, distruzioni, popoli interi che stanno pagando il prezzo più alto. È un massacro continuo di civili. Scrive Mazzolari: «Se per tanti secoli l’uomo si è prodigato a preparare le guerre, ora bisogna organizzare la pace». Non è accettabile che le uniche industrie che non conoscono crisi siano quelle belliche. E qui emerge la splendida espressione “creatività politica”. Organizzare la pace richiede creatività, perché la guerra, in fondo, è facile: basta costruire un nemico e iniziare a combatterlo. Oggi, poi, con l’intelligenza artificiale e le fake news, tutto questo è ancora più semplice. La creatività di cui c’è bisogno, invece, è quella delle relazioni. Nessuno verrà a spiegarci come costruirle: dobbiamo farlo insieme, con fatica e perseveranza. Le relazioni vanno continuamente pensate, curate, strutturate.

Ci sono cose che non possiamo più rimandare. Non tacere mai davanti all’ingiustizia. Anche quando è scomodo. Anche quando siamo in pochi. Il silenzio non è neutralità: è complicità. Difendere chi dissente. Chi protesta, chi sciopera, chi non si rassegna non è un nemico: è una ricchezza per la democrazia. Usare parole di pace. Nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, sui social. Niente odio, niente disprezzo. Le parole preparano la guerra o preparano la pace.

Informarsi e non accontentarsi delle versioni comode. Cercare la verità, ascoltare più voci, non fermarsi alla propaganda. Fare scelte responsabili ogni giorno. Nei consumi, nel voto, nelle relazioni. La pace passa anche da come viviamo e da cosa sosteniamo. Stare vicino agli ultimi. A chi è solo, agli esclusi, a chi non ha voce. Don Primo ci ha insegnato che la pace nasce sempre da lì.

Qualcuno ci dirà che siamo sognatori. Che siamo illusi davanti all’ineluttabilità delle decisioni dei grandi della terra, alla forza cieca della storia, al rumore delle armi. Ma noi non ci arrendiamo. Perché sappiamo, e lo diciamo con voce ferma, qui dal Boschetto, insieme a don Primo Mazzolari, che «l’unica politica che salva e costruisce è quella dell’amore armato d’amore».

Nella foto centrale Marco Pezzoni all’altoparlante

7 risposte

  1. E quando parlate di pace di guerra,di potenti sulla terra pensate anche all’Iran di questi tempi,? Ma anche di quelli pregressi ? Ci sono già centinaia di morti dall’inizio delle proteste. A migliaia arrestati rischiano la pena di morte. Tutto bene? Esistono anche questi morti nei vostri conteggi o esistono solo o soprattutto quelli di Gaza?

    1. Non si fanno riferimenti a Gaza, mi pare. I morti di Gaza sono moltissimi, purtroppo, così come sono moltissimi i morti ucraini e anche quelli russi e israeliani che passano quasi sotto silenzio per la mancanza di informazioni corrette da parte dei rispettivi governi. Forse per lei la vita umana acquista valore diverso a seconda della provenienza. La pace è pace. Anche a Gaza. Anche in Iran, e in Libano e in Cisgiordania. Ovunque.

  2. Rubina Aminian.23 anni uccisa con un colpo d’arma da fuoco in testa durante le proteste in Iran. È un simbolo dell’eccidio che si sta compiendo in questo Paese. Ve ne interessa qualcosa? Se non risponderete alla domanda, vuol dire di no. Il che però getterebbe ombre molto cupe sulla bontà e sincerità della vostra iniziativa.

    1. Mi sembra che non ci siano riferimenti precisi ad alcuno degli scontri, delle guerre in corso, anche di quelle di cui non si parla. Si parla di PACE. La pace vale per tutti i luoghi e i popoli. Il suo commento mi suona incomprensibile e strumentale. Giusto per ribadire le sue convinzioni e chiarire da che parte sta. Forse per lei la pace in alcune situazioni è più pace che in altre. E dentro di lei c’è pace? Domanda che non presuppone risposta essendo molto personale, che però sorge spontanea come si usa dire. La pace è pace. Quella che Putin non vuole, tanto per fare un esempio. E neppure Trump che rivendica il ruolo di grande costruttore di pace depredato del Nobel.

      1. Veramente mi sembra veramente il contrario, visto che si è costituito un gruppo o comitato ditemi voi come chiamarlo assieme alla diocesi di Cremona dal titolo “Gaza nostra ossessione ” Il che può sembrare nobile dal punto di vista morale, peccato però che escluda tutte le altre guerre e quindi si presenti rigidamente monolaterale. Dire poi “la pace è pace ” ,come fa lei, decontestualizzandola, non ha nessun senso. Non significa assolutamente nulla. Ma visto che fa riferimento a Putin oltre che ad un generico afflato pacifista che presuppone anche il disarmo, se l’Ucraina non fosse stata armata, a quest’ora sarebbe veramente in pace, e cioè al camposanto tutta.

  3. Sante parole, bisogna essere forti per continuare a sostenere che la pace è la giusta via !!!!

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  4. Il riferimento a Gaza è una costante da parte di chi scrive l’articolo. Non in questo certo anche se lo si può dedurre. Non lo è da parte sua agli altri casi, quasi mai citati se ben ricordo.Poi ciascuno ha le sue “ossessioni”.Perciò quando scrive che forse per me la vita umana acquista un valore diverso a seconda della provenienza, dovrebbe riferirlo a qualcun’altra. Riguardo ai numeri dei morti in guerra, chi può dirlo quanti sono?Normalmente è difficile per tutti. Dipende dalle fonti, di cui ci si fida. Quindi la parola ” pace ” non deve essere uno slogan, ovvero un inno da sognatori campato per aria, come troppo spesso mi è capitato di sentire, ma un progetto ben chiaro in mente con riferimenti adeguati e concreti caso per caso per capire cosa può portare effettivamente alla pace, come a Gaza così in Iran, In Ucraina, in Russia.. Ad esempio,si deduce, per quanto riguarda Gaza, che se gli ostaggi fossero stati restituiti al più presto, come richiesto inutilmente da Israele per 20 giorni dal 7 ottobre prima di scatenare la sua offensiva, una volta neutralizzate le rampe di lancio dei missili, tanti morti si sarebbero risparmiati. A Monica.

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