L’immagine dei sindaci cremaschi riuniti attorno a un tavolo per disegnare il futuro del territorio evoca un’idea di coordinamento che, sulla carta, appare ineccepibile. Tuttavia, la storia urbanistica della provincia – specialmente quella dell’area soresinese – suggerisce cautela. Senza un cambio di paradigma che sposti il baricentro dalla “volontà del singolo” alla “norma tecnica sovraordinata”, il rischio è di servire l’ennesima versione di un’urbanistica “pane e salame”: buona per una foto di rito, ma indigesta alla prova del tempo. I tempi purtroppo cambiano troppo rapidamente, mentre gli strumenti urbanistici non sono mai al passo!
Perché esperienze simili (Il fantasma del Soresinese e la fragilità dei patti – PGT Integrati “Terre dei Navigli”, e i Piani d’area Vasta, un’iniziativa di pianificazione sovracomunale promossa dalla Provincia di Cremona) in passato sono naufragate? La risposta risiede nella natura stessa del potere comunale in Italia. Come previsto dalla legge 142 sulle autonomie locali, il Comune è il primo custode del proprio territorio. Quando il coordinamento non è un obbligo di legge ma un accordo tra sindaci (magari, come suggeriscono i critici, spinto da figure a fine carriera in cerca di un’ultima “bandierina” politica), esso diventa fragile. Basta un cambio di giunta, un nuovo sindaco con mire espansive o una diversa sensibilità economica, e il “modello decisionale” faticosamente costruito dai predecessori crolla come un castello di carte.
Mentre nel Cremasco si cerca di mediare tra campanili, l’Europa offre esempi di come l’urbanistica possa diventare una scienza solida e non una negoziazione da bar.
- In Francia, lo SCoT (Schéma de Cohérence Territoriale) non è un invito alla collaborazione, ma un vincolo legale. Se il piano d’area dice “stop al consumo di suolo”, il singolo sindaco non può autorizzare un nuovo capannone solo per incassare gli oneri di urbanizzazione. La pianificazione è tecnica, non elettorale.
- In Germania, il principio della “corrente contraria” (Gegenstromprinzip) assicura che le esigenze locali e quelle regionali si incontrino a metà strada, ma sotto la guida di uffici tecnici comprensoriali che sopravvivono alle legislature.
L’urbanistica seria, quella difesa da figure come Bernardo Secchi o Giancarlo De Carlo, non si fa con le strette di mano, un panino col salame tagliato nella cantina di qualche Sindaco, ma con l’analisi dei flussi, della demografia e del paesaggio. De Carlo sosteneva che l’urbanistica dovesse essere “partecipata”, ma mai ostaggio del potere politico fine a se stesso. Il rischio di queste riunioni è che si trasformino in quella che Lewis Mumford definiva una gestione “monotona e bidimensionale”, dove il territorio viene trattato come una merce di scambio tra amministratori piuttosto che come un organismo vivente da tutelare per le generazioni future.
Se il Cremasco vuole davvero evitare il fallimento del Soresinese, deve smettere di puntare sul carisma dei singoli “dominator” e iniziare a costruire una struttura tecnica intercomunale permanente. Sarà solo utopia ma solo un serio ed indipendente Ufficio Tecnico comune, dotato di poteri reali e sottratto alle pressioni dei singoli consigli comunali, può garantire che la visione di oggi non diventi il rimpianto di domani.
Altrimenti, resterà solo una foto sul giornale: un’istantanea di una politica che prova a governare il futuro con gli obsoleti strumenti del passato.
Altro ostacolo alla Pianificazione d’Area sono gli Oneri di Urbanizzazione (Argomento già visto nella Pianificazione degli Ambiti d’Area voluta dall’allora Assessore Provinciale Agostino Alloni, strumenti finalizzati a individuare e supportare politiche territoriali intercomunali che trovano il loro principale riferimento territoriale nelle Aree di coordinamento intercomunale (ACI).
C’è un convitato di pietra ad ogni tavolo tecnico tra amministratori: il bilancio corrente. Per capire perché il coordinamento nel Cremasco rischia di essere un esercizio teorico, bisogna guardare ai portafogli dei 49 Comuni coinvolti. In Italia, gli oneri di urbanizzazione (le somme che il privato versa per costruire) sono diventati una forma di “finanziamento improprio” della spesa ordinaria.
Dalla legge 10/1977 a oggi, il sistema è scivolato verso una distorsione pericolosa. Invece di usare quegli oneri esclusivamente per creare servizi (asili, strade, parchi), molti Comuni li utilizzano per pagare la luce pubblica o le manutenzioni. Questo crea un incentivo perverso:
- Il conflitto d’interessi del Sindaco. Se un Comune vicino propone una zona industriale che “ruba” un investitore al mio territorio, io perdo gli oneri necessari a far quadrare i conti.
- La guerra tra poveri. La pianificazione coordinata vorrebbe che le industrie stessero tutte in un punto (magari vicino alla tangenziale), ma i Comuni esclusi da quella “macchia” resterebbero a secco di entrate.
All’estero, la “riunione da bar” viene sostituita da una perequazione finanziaria.
- In Francia (Modello Intercomunale): In molte aree non è il singolo comune a incassare tutto, ma l’Intercommunalité. Le tasse e gli oneri derivanti da un nuovo polo logistico vengono redistribuiti tra tutti i comuni dell’area. Così, il sindaco del paesino vicino non ha interesse a boicottare il piano o a inventarsi un mini-capannone pur di incassare qualcosa: riceverà comunque una quota per i suoi servizi.
- In Germania (Patti di stabilità territoriale): La pianificazione definisce dove si costruisce, e le compensazioni ambientali e monetarie seguono criteri tecnici rigidi. Se un nuovo sindaco arriva e vuole “mire diverse”, deve risarcire gli altri comuni del patto o dimostrare un’esigenza che il piano regionale non aveva previsto.
Basta con ‘’Urbanistica del “Pane e Salame” e il declino della tecnica!
Come ricordava l’urbanista Edoardo Salzano, l’urbanistica è diventata “urbanistica dei profitti” anziché “dei diritti”. Quando i sindaci (magari pensionati e con molto tempo libero, come notato dai critici più aspri) gestiscono queste partite senza un vincolo alla redistribuzione delle risorse, l’accordo dura solo finché non arriva una proposta economica allettante per un singolo territorio. A quel punto, il “Super Pgt” diventa carta straccia davanti alla necessità di chiudere il bilancio.
Senza un accordo sulla gestione condivisa degli oneri di urbanizzazione, il progetto del Cremasco rimarrà una dichiarazione d’intenti. Finché il “tesoretto” di ogni nuova costruzione resterà nelle mani del singolo campanile, ogni visione di area vasta sarà sacrificata sull’altare dell’autonomia finanziaria comunale.
Serve coraggio: per fare l’urbanistica “seria”, i sindaci dovrebbero rinunciare non solo a un pezzo di potere, ma a un pezzo di portafoglio. Sono pronti a farlo, o è solo l’ennesima chiacchierata davanti a un bicchiere di vino?
Luciano Aiolfi
ingegnere e architetto
consigliere comunale di Vailate
A confronto i pro e i contro del progetto di pianificazione integrata delle Terre dei Navigli
I successi
Visione d’Insieme: Per la prima volta, i piccoli comuni hanno smesso di pianificare “a compartimenti stagni”. Questo ha permesso di tracciare percorsi ciclabili sovracomunali e corridoi ecologici che non si interrompevano al confine del paese.
- Economie di Scala: La redazione congiunta dei PGT ha permesso di condividere i costi dei consulenti tecnici e degli studi specialistici (geologici, sismici e idraulici), che sarebbero stati proibitivi per i comuni più piccoli se affrontati singolarmente.
- Tutela Ambientale: Ha favorito la nascita e il consolidamento del PLIS (Parco Locale di Interesse Sovracomunale) “Terre del Naviglio”, proteggendo il paesaggio agricolo dalla frammentazione edilizia.
Le Criticità
- Perdita di Autonomia: Alcune amministrazioni hanno percepito la pianificazione d’area come una limitazione alla propria sovranità territoriale, specialmente quando si trattava di decidere su aree industriali o commerciali che portano oneri di urbanizzazione diretti alle casse comunali.
- Difficoltà Attuativa: Mentre la parte “strategica” (le idee) è stata eccellente per i tempi di allora, la parte “operativa” ha sofferto della cronica mancanza di fondi. Molti dei progetti di rigenerazione urbana pensati in quel periodo sono rimasti sulla carta a causa della crisi del settore edilizio.
- Burocrazia: Il coordinamento tra più enti ha talvolta allungato i tempi di approvazione delle varianti, rendendo lo strumento meno flessibile rispetto alle rapide evoluzioni del mercato immobiliare.
2 risposte
Sono pienamente d’accordo con quanto sopra esposto. Coltivare solo il proprio orticello non paga.
Ottimo pezzo, bravo Luciano Mario.
Quando un tecnico preparato ed esperto incrocia un politico affamato di soldi e potere, il tecnico non viene ascoltato… (cit.)