23 ottobre 1956. Rivolta in Ungheria repressa dall’Urss: 3mila morti e 100mila arresti

25 Ottobre 2026

Di rivolte e movimenti di piazza moltissimo si parla in questi giorni, tanto in Francia quanto in Italia. Ma esattamente 70 anni fa, il 23 ottobre del 1956, la popolazione ungherese espolse in una terribile rivolta soppressa nel sangue dai carrarmati sovietici, con quasi 3.000 morti e 100.000 arresti, una scala davvero impressionante. 

Che gli ungheresi siano sempre stati un popolo feroce e indomito, insofferente a ogni dominazione straniera e pronti alla rivolta armata lo sapevano bene anche gli austriaci: Francesco Giuseppe sudò sette camicie dopo la rivolta del 1848  per mantenerli all’interno dell’impero, e forse dovette gran parte di questo risultato agli amorazzi tra la moglie Sissi e il primo ministro magiaro Andrassy, palatino d’Ungheria e vero capo degli ungheresi, oltre a una serie di concessioni non indifferenti. 

E lo stesso Massimo D’Alema, da responsabile dei giovani comunisti italiani in visita al collega ungherese dovette ammettere che perfino i russi in Ungheria dovevano tenere un profilo basso e stare attenti a come si muovevano. 

Un popolo forte e orgogliosissimo, guerriero e feroce come quei Megyer da cui discende, popoli barbari discesi dagli Urali a colonizzare il Danubio, unici anche per la loro lingua appartenente non al ceppo indoeuropeo ma a quello ugro-finnico. 

Non bisogna dimenticare che in realtà tutti quei Paesi della “cortina di ferro” che noi abbiamo imparato a conoscere come “comunisti” tali non erano per nulla ma anzi sempre mal tollerarono la dominazione sovietica, che a sua volta fu durissima sopratutto sotto Stalin e proprio perché quei Paesi durante la seconda guerra mondiale furono fedelissimi alfieri del nazismo. La punizione di Stalin fu durissima: oltre alla conversione forzata al comunismo e alla severissima militatizzazione, Stalin per compensare i 26 milioni di morti russi depredó letteralmente quei Paesi delle loro risorse, imponendo dei regimi dittatoriali in cui i governi autoctoni fantoccio decisi da Mosca erano sotto il controllo degli ambasciatori sovietici e del NKVD (poi KGB) che aveva in ogni ambasciata la propria Rezidentura, forti di imponenti divisioni territoriali dell’Armata Rossa. 

Nel 1956 ambasciatore a Budapest era nientemeno che uno degli uomini più intelligenti ed abili di tutto il dopoguerra, quello Yuri Andropov che diventerà il grande capo del KGB e poi capo dell‘URSS subito dopo Breznev. 

Gli ungheresi non erano certo i primi a ribellarsi : nel 1948 vi fu una rivolta a Praga finita con il suicidio omicidio del ministro Masaryk, poi la rivolta di Berlino del 1953 proprio appena dopo la morte di Stalin. Nel 1956 la miccia fu la improvvida decisione di Krusciov di buttare a mare Stalin con la pubblica denuncia delle sue malefatte al XX° congresso del Partito Comunista Sovietico. Denunciare che Stalin era un mostro scatenó un vero e proprio terremoto in tutto l’universo comunista mondiale, e gli ungheresi ne approfittarono. 

La rivolta fu feroce e terribile:  i ribelli ungheresi trucidarono centinaia di soldati russi con una violenza che terrorizzó I sovietici. Lo stesso Andropov fu sfiorato dal proiettile di un cecchino mentre stava nel suo ufficio in Ambasciata, davanti alla quale gli ungheresi avevano esposto le teste mozzate dei soldati russi trucidati. 

Lo shock per Andropov e per i russi fu tremendo. Ecco perché la decisione così drammatica di intervenire con 4.000 carrarmati e 200.000 soldati, segnando una delle pagine più oscure e difficili della storia del comunismo.

La rivolta fu repressa definitivamente l’11 novembre. Il capo e primo ministro Imre Nagy fu impiccato e l’ordine ristabilito, a monito di tutti gli altri Paesi del blocco: ogni rivolta sarebbe finita nel sangue. 

Venne nominato segretario generale del Partito e di fatto capo assoluto del paese Janos Kadar, nativo di Fiume e abile mediatore tra le spinte autonomiste ungheresi e le pretese di Mosca, che rimase al potere fino al 1988, e che ebbe come sua nemesi storica un altro gigante ungherese, il  aridinale Jozef Mindzenty. Imprigionato e torturato per anni dagli stalinisti ungheresi, fu liberato proprio in quell’ottobre del 1956 e poi costretto a  rimanere per quasi 20 anni esiliato e  prigioniero nella Ambasciata americana di Budapest. Anche lui, come tutti gli ungheresi, fu orgoglioso e forte fino ad avere numerosi contrasti perfino con papa Paolo VI che lo destituì per la sua eccessiva intransigenza verso ogni trattativa coi regimi sovietici. 

 

Francesco Martelli

sovrintendente agli Archivi del Comune di Milano

docente di archivistica all’Università degli studi di Milano

Nella foto centrale la statua di Stalin decapitata a Budapest nel ’56

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