Controluce d’inizio ottobre sul monte Penice, al meriggio (foto 1). Linee ondulate e frastagliate del profilo dei crinali che sfumano nel biancore circostante di foschie e nubi basse. Spettacolare gioco di chiaroscuri, sovrastato da un cielo azzurrissimo. I panorami dall’alto sono sempre stati uno dei miei motivi di attrazione per la montagna, ma ben diverso è stato quello per il quale anni fa mi accinsi a preparare questo lavoro, presentato pubblicamente in diverse sedi e che ora, un po’ per volta e revisionato, desidero riproporre.
E’ quest’immagine l’ispirazione iniziale (foto 2).
A prima vista verrebbe da chiedersi cosa ci sia di bello o d’interessante. Apparentemente nulla. Rami di pino a due aghi che si proiettano dalla sinistra verso il centro del fotogramma. Alcuni carpini esili e mal documentati con le foglie ancora verdi rivolte verso il basso. Quindi tanto seccume nel bosco e pietraia sparsa.
Dunque? D’altronde, che non avessi fotografato nulla di speciale fu la prima impressione di tutte e sottolineo tutte le persone che assistettero a questa proiezione. Ma qualcosa di molto speciale e inquietante, in realtà, questa fotografia serba ben nascosta. A zoomarla e addirittura nel mezzo, sulla destra dell’alberello centrale e non defilata in un angolo, si palesa una “bella” vipera, grigia e dalle bande nere trasversali e incomplete, alternate su lati opposti, e parallele tra loro. E per di più panciuta. Sembrerebbe una femmina incinta, evenienza che l’avrebbe resa ancor più pericolosa.
La testa triangolare ne conferma il genere. Un’aspide (vipera aspis L.) presumibilmente, una delle più comuni e velenose.
Avevamo lasciato da poco Canadello, frazione di Ferriere (Piacenza), alta val Nure, diretti al lago Mou (1400 metri s.l.m.). A piedi ovviamente perché oltre non si poteva andare in macchina, per una sbarra che ne bloccava il passaggio.
Io e Alberto, grande e compianto amico di escursioni. Pensare alla montagna è anche questo: ricordare i compagni di viaggio perduti.
Dopo pochi minuti vidi al bordo del sentiero alcuni splendidi e profumatissimi cespugli di Daphne odorosa, la cneorum L., (foto 3), pianta tipicamente appenninica e a rischio estinzione. Mi ero appena chinato per fotografarla, quando subito sentii una lunga e lenta strisciata. Intuii subito di cosa potesse trattarsi. Feci un balzo all’indietro e la vidi, la vipera. “Scatta scatta”, mi disse Alberto che aveva ancora la macchina fotografica nello zaino. Riuscii a fare cinque foto, prima che si dileguasse (foto 4). Non fu cosa strana che non tentò di attaccarmi perché anche per le vipere, in prima istanza, vale il detto “si salvi chi può”. I primi due scatti, per l’emozione, sembravano fatti a Mirandola durante il terremoto, ma con gli altri riuscii a immortalarla discretamente.
Eravamo partiti da poco. Si poteva pensare allora chissà quante altre ne avremmo incontrate. E invece più nessuna. Anzi Alberto mi disse che tutte le volte che era salito al lago, almeno una decina, non ne aveva mai vista una. Eppure dicono che l’Appennino ne sia pieno; io stesso le vidi al Passo Pianazze, alla Roccia delle 5 dita…oltre che sulle Alpi.
Allora è anche questione di fortuna, come per i lupi. Tutte le volte che sono salito sull’Appennino mai visto uno, mentre in tempi recentissimi sono stati avvistati quasi in centro al paese, a Bonemerse una coppia. Quindi a Persichello, località Barbiselle, e i resti rigurgitati del cibo persino alle Colonie padane a Cremona.
Che fortuna la mia dunque quel giorno! Dipende dai punti di vista e dall’esito dell’incontro. La cosa più preoccupante, tuttavia, è stata la reazione della gente alla proiezione. Nessuno di primo acchito l’aveva vista, la vipera, benché fosse al centro dell’immagine. Benedetta forza del mimetismo che la nasconde ai più, ma anche del pregiudizio che orienta i nostri sensi secondo schemi mentali più o meno consapevoli e che perciò a volte ci impedisce di vedere l’essenziale, in quanto a pericolosità.
A questo punto si pone un intrigante interrogativo: dove finisce il mimetismo e inizia il pregiudizio? In realtà l’uno e l’altro sono interconnessi, nel senso che il mimetismo sfrutta i nostri punti deboli, meglio ancora le nostre abitudini percettive. Ad es.riteniamo essere una stessa cosa in natura ciò che presenta una continuità cromatica.
Il mimetismo fallisce quando subentra una discriminazione percettiva particolarmente attenta o specializzata.
Non fallì inizialmente nel caso seguente. Vedete forse un animale in quest’immagine (foto 5) ? Sembrerebbe di no, ma aguzzando la vista sopra la grossa pietra centrale, confuso in un cespuglio di erba verde, si riconosce un bel ramarro in atteggiamento guardingo. Immobile, il corpo rigidamente inarcato, e questo perché l’istinto, prevalente anche in lui, era quello di salvarsi la pelle.
A proposito della vipera, un altro rilievo molto importante. La vipera io prima la sentii, poi la vidi, prova del fatto che in natura tutti i sensi devono essere liberi, pronti all’uso. Perciò stigmatizzo quelle persone che scorrazzano per boschi e sentieri con gli auricolari a sentir musica. Niente di più sbagliato perché la natura non concede deroghe. Ma questo vale anche per il traffico cittadino. Guai a buttarsi sulle strisce pedonali intenti a parlare al cellulare. E’ già successo che una leggerezza del genere si sia rivelata fatale proprio in pieno centro a Cremona.
Giocando allora sugli inganni percettivi, che mai avrò fotografato in questa successiva immagine? ( foto 6)
Per rimanere in tema, un serpente verrebbe da dire. In realtà la manipolazione umana ha contribuito a creare un falso. Di serpente infatti non si tratta, ma di un fungo che però potremmo tranquillamente chiamare il fungo serpente. Eccolo nella sua interezza (foto 7), col suo lungo gambo che affonda per lo più sottoterra per cui bisogna usare particolare delicatezza nel tirarlo fuori senza romperlo. Il suo nome scientifico attuale è Hymenopellis radicata (già Xerula o Oudemansiella). Quel lungo gambo potrebbe sembrare anche un radice, donde il nome di specie “radicata”.
La metafora del serpente si ripropone al castello di Agazzano, situato agli inizi della collina piacentina in val Luretta (foto 8) , con cui vorrei concludere questa prima parte e che ci riporta a Cremona, da cui son partito. Gli Anguissola sono noti anche in città e in particolare Sofonisba, famosa pittrice, a cui è stato dedicato anche un liceo. Pochi sanno però che la dinastia degli Anguissola è di origini piacentine, discesi a loro volta da genti greche, e a cui risale proprio il castello di Agazzano, perciò chiamato Anguissola Scotti. Meno persone ancora, inoltre, immagino sappiano che il nome Anguissola è dedicato proprio a una vipera, l’aspide che compare nello stemma del castello (foto 9).
Tutto risale al 717 d.C. quando la città di Constantinopoli riuscì a liberarsi dell’ennesimo assedio dei saraceni, grazie a un ingegnoso fuoco artificiale di un suo guerriero, un certo Galvano Sordo che aveva sullo scudo l’effige di un aspide. In latino serpente si dice anguis.
Allora il popolo incominciò a ripetere la frase “anguis sola fecit victoriam“, cioè ” il serpente da solo riportò la vittoria”. Il detto divenne talmente popolare che lo stesso Galvano Sordo fu soprannominato l’Anguissola, dando così origine al casato. La metafora del serpente e la scoperta degli ambienti naturali ci riserveranno altre sorprese che rimando ad un prossimo articolo, come l’intreccio insolubile tra mistero, bellezza e insidie.
Queste sono peculiarità fondamentali della natura a cui attingere nel prosieguo, per ampliare le conoscenze di questo mondo stupefacente ed elevare lo spirito su vette sublimi: quelle dell’arte, della poesia e della mistica.
Ma con una profonda nostalgia perché vedo perdersi l’Occidente.
Stefano Araldi











