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Giovanni Arvedi è l’Iron Man di Cremona, ma non il Tony Stark di Robert Downey Jr. Non fabbrica armi e non è protetto da un’armatura d’acciaio.  Al contrario, l’acciaio lo produce.  E di qualità. 

A Cremona e in provincia è il Cavaliere per antonomasia.  In Italia, figura nell’esclusivo club dei ricchi, che non è un peccato, ma infastidisce gli invidiosi. Il patrimonio di 1,9 miliardi lo colloca al 55° posto nella classifica dei Paperoni pubblicata da Forbes.

Capitano coraggioso dell’imprenditoria provinciale, ha il pieno diritto di stare nel Pantheon di quella nazionale. Di più, mutatis mutandis, non è un intruso accanto ad alcune personalità che hanno rappresentato un sistema paese. 

Il più noto e glamour, figura centrale del capitalismo italiano, è Gianni Agnelli.  Il più visionario, Adriano Olivetti capace di combinare industria, cultura e sensibilità sociale. Il più lungimirante e inviso alle compagnie petrolifere internazionali, Enrico Mattei

Nessuno come Arvedi incarna e continua a incarnare il sistema Cremona e a coniugare impresa e società.  Punto di riferimento per imprenditori, amministratori pubblici, politici locali, è il principale e più influente degli stakeholder di casa nostra. Da Crema a Casalmaggiore, altri suoi colleghi illustri guidano realtà produttive ed economiche di indiscussa eccellenza, ma nessuno possiede il carisma e l’influenza del Cavaliere. Arvedi è Arvedi. 

Non è solo l’industriale dell’acciaio, ma anche motore, deus ex machina del Mondo Arvedi. Titolo di un paragrafo del sito ufficiale del gruppo, è anche il marchio che lo contraddistingue.  

Mondo Arvedi riassume la   filosofia del Cavaliere. Evoca l’universo che gli ruota intorno, corollario all’attività industriale. 

Il caleidoscopio di iniziative sociali, culturali e filantropiche di Arvedi è rappresentato dalla Fondazione Arvedi Bruschini.  Benefattore e mecenate, il Cavaliere è l’uomo della provvidenza per Cremona. 

Il Museo del violino, l’auditorium, il recupero dell’ex convento di Santa Monica, il ripristino delle colonie padane, senza la Fondazione non sarebbero stati realizzati.  L’elenco degli interventi a favore della città è lungo quanto una mailing list di un ufficio stampa e sarebbe noioso elencarli tutti. Soprattutto pleonastico: i cremonesi li conoscono.  

Attento alla comunicazione, Arvedi controlla una televisione, tre quotidiani online e un settimanale, ma non è il Charles Foster Kane di Orson Welles. Non lo è neppure in sedicesimo, anche se negli anni Ottanta è stato tra i protagonisti di una cordata per salvare la casa editrice Rizzoli e il Corriere della Sera. Operazione storica che vedeva coinvolti l’allora salotto buono della finanza italiana e il gotha dell’imprenditoria. 

A molti anni di distanza, quella partecipazione gli valse lo splendido giudizio di Cesare Romiti, già amministratore delegato e presidente della Fiat: «Un uomo molto perbene, Arvedi» (Il Giornale, 10 aprile 2010).

L’esperienza nella galassia del potere nazionale è stata da lui stesso ricordata pochi giorni fa (Corriere della Sera, 5 marzo), in occasione dei 150 anni del quotidiano milanese.

Da secoli, panem et circenses è la formula più sicura per ottenere il consenso e la sponsorizzazione della Cremonese potrebbe essere interpretata in questa ottica.  Il Cavaliere però non ha bisogno né della ribalta calcistica, né dello Zini, il suo Circo Massimo, per essere riverito, rispettato e temuto. 

Il gruppo dà lavoro a migliaia di cremonesi e tanto basta per essere applaudito e per mettere la sordina alle critiche. Raramente espliciti e quasi sempre ovattati, i malumori non intaccano la sua immagine. Ancora meno scalfiscono il suo potere che esercita con discrezione e, perché no, con classe. 

Quando Cremona ha bisogno, il Cavaliere risponde.  Se esiste la possibilità di mandare a Roma un rappresentante della città non si tira indietro. E lo fa nel suo stile: alla luce del sole e nella massima linearità.  

«Così – riferisce Fanpage del 27 luglio 2021 – è anche il maggior finanziatore del deputato del Partito Democratico Luciano Pizzetti». Quest’ultimo, nel medesimo articolo, puntualizzava e indirettamente confermava l’aiuto ricevuto: «Questo non ha mai inciso con le mie scelte». E il riferimento erano le elezioni politiche.

Arvedi è un ossimoro. È il conservatore più rivoluzionario del territorio. È il cireneo che aiuta i politici locali a portare la croce, ma anche il signor Wolf che risolve i problemi della città. Leader riconosciuto e indiscusso, conosce la sua forza. Soprattutto è cosciente della debolezza dei politici locali. Sa chiedere. Sa cosa offrire. Sa di essere un valore aggiunto per la città. Quando serve, impiega il pugno di ferro in guanto di velluto. E tutto questo in modo schietto e trasparente.

Cosa sarebbe Cremona se il Cavaliere si stancasse di aiutarla a salire il Calvario? Questo il punto e anche il problema, ma non una tragedia. Tutti sono utili, ma nessuno è indispensabile recita un vecchio adagio.  Anche se Arvedi è molto più che utile.

In questo contesto la questione vera è un’altra, più complessa.  I politici e gli amministratori locali sono all’altezza del Cavaliere? Reggono il confronto con lui? Saprebbero affrontare un suo disimpegno, anche parziale? Sono capaci di respingere una sua richiesta? D’acchito la risposta sarebbe no. Ma in politica anche l’impossibile diventa possibile.

Il sindaco Andrea Virgilio dovrebbe essere il primo interlocutore di Arvedi, ma credere che un eventuale incontro avvenga alla pari diventa un atto di fede. Il Cavaliere possiede leadership in abbondanza. Scarseggia, invece, nella cassetta degli attrezzi di Virgilio.

Il sindaco informa i cittadini del suo pensiero con i post su Facebook e con i comunicati stampa. Non sempre centra l’obiettivo.  Qualche volta non valuta le conseguenze delle esternazioni e la comunicazione si trasforma in un esercizio di autolesionismo tafazziano.  La recente polemica con i liutai insegna. Partito per suonare, è stato suonato. Con una sola mossa Virgilio ha dato scacco matto a se stesso.  Ha scatenato la reazione furiosa dei liutai, stimolato l’intervento di Marcello Ventura ed elevato il consigliere regionale di Fratelli d’Italia a portento della politica locale .(vittorianozanolli.it, 30 marzo) Ha spinto il consigliere comunale Alessandro Portesani a presentare un’interrogazione sulla querelle.

Una contrapposizione di Virgilio al Cavaliere entrerebbe negli annali della città. 

Le minoranze lavorano per diventare maggioranza.  Non hanno alcun interesse a scontrarsi con Arvedi.  Ascoltano e tacciono. Se una richiesta del Cavaliere esige una risposta, un o un no dell’Amministrazione comunale non è problema loro. Se tirati per i capelli, il ni diventa il salvagente. Ammiccanti, aspettano in riva al fiume l’evolversi della situazione.

I segretari dei partiti potrebbero avere un ruolo, ma nel nostro territorio contano poco, quasi nulla.  Finiti i tempi d’oro, hanno perso autorevolezza e credibilità. Dispongono di armi spuntate. Non dettano più legge. 

Interessati più alla loro sopravvivenza che al bene comune, si sono focalizzati sul Primum vivere deinde philosophari, la cui priorità è la spartizione dei posti nelle partecipate, nelle fondazioni ed enti collaterali pubblici.  La recente vicenda del nuovo statuto di Padania Acque è un esempio politicamente indecente. Paradigmatico di questa situazione incancrenita. Forse irreversibile. Così, per le segreterie dei partiti, il Cavaliere non è un problema e assurge a risorsa.

Resta Pizzetti.  Il presidente del Consiglio comunale ed ex parlamentare possiede ciò che a Virgilio manca.  Ha un ottimo e consolidato rapporto con il Cavaliere, inappuntabile da tutti i punti di vista.

A memoria, non risultano attriti pubblici tra i due maggiori rappresentanti della politica e dell’imprenditoria cittadina.  Probabilmente non si sono mai verificate situazioni conflittuali. Insieme Pizzetti e Arvedi sono l’omeostasi della città.  

Ma se si deve scegliere il regista, non ci sono dubbi è il Cavaliere Arvedi. È bravo, bravissimo. Politici e amministratori, un po’ meno. E’ il gigante Golia di statura nazionale.  Gli altri dei Davide provinciali, ma privi anche della mitica fionda. 

Le domande restano senza risposte esaustive. Molte, invece, le sensazioni.  Un dato è certo: se così stanno le cose, lunga vita all’Iron Man di Cremona. Per gli altri,  una pausa di riflessione.

 

Antonio Grassi

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