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Il tramonto delle ideologie, la digitalizzazione, il mondo interconnesso. I social e le fake news. Gli hater e i bimbominkia. L’ascesa dei leader, petto gonfio e carisma tarocco, decisionismo e arroganza.  La personalizzazione, la polarizzazione e la spettacolarizzazione della politica. Il populismo e il liberismo.

Tutto questo ha ridimensionato il ruolo dei corpi intermedi e ridotto il peso di partiti, sindacati e associazioni nella rappresentanza dei cittadini e nella mediazione con le istituzioni.

Il calo di iscrizioni a questi gruppi di negoziatori è l’indicatore più immediato e grezzo che certifica l’arretramento dei corpi intermedi. Il tracollo dell’autorevolezza – con poche eccezioni – di capi e capetti di queste organizzazioni completa l’opera.  Mette sigillo e timbro sulla metamorfosi.

Non è una discesa agli inferi, e neppure un declassamento nella gerarchia del potere. È un segnale di qualcosa di più grave, di strutturale, sintomo di una crisi carsica solo per chi chiude gli occhi e non vuole vedere.  In realtà, palese e già molto avanti. 

È la manifestazione di una trasformazione inesorabile e inarrestabile. Drammatica per i partiti, la cui credibilità è a livelli infimi e certificata dal numero di liste civiche presenti alle elezioni amministrative. Il discorso vale anche per il sindacato, che non naviga in buone acque. Che è forte e vincente solo nei documentari di storia.

La perdita di credito e di potere contrattuale dei corpi intermedi ha creato l’aspettativa di una democrazia diretta. Più immediata. Migliore.  Ma è un’illusione. Comunque, una verità parziale.

Con una forzatura, si può sostenere che i corpi intermedi sono stati oscurati dagli astri nascenti del populismo plebiscitario.  Dai Masaniello.  Dai dilettanti della politica, privi del background necessario per ricoprire il ruolo. Dagli improvvisatori, pronti a cavalcare un cambiamento troppo rapido per essere davvero compreso, elaborato e gestito. Dai furbastri abili  a inserirsi nella crisi dei corpi intermedi e a perorare cause di nicchia, di bottega e a tralasciare quelle più generali del bene comune.  Ma anche dagli influencer, dai campioni olimpici dei like. Dai venditori di fumo. Dagli specialisti del gioco delle tre carte.

Se è vero che non tutto il male viene per nuocere, l’aspetto positivo di questa situazione è la maggiore disponibilità dei cittadini ad aggregarsi per istanze su temi specifici. 

Per rimanere a Cremona, la costituzione di un Comitato contro la realizzazione di un impianto per la produzione di biometano in località San Rocco è un esempio recente e riconosciuto di democrazia che bypassa il giogo dei partiti. In questa occasione la mobilitazione su un obiettivo specifico, legato ai residenti di una zona del capoluogo, ma con ricadute più ampie, è diventata un traguardo per l’intera città. 

 I corpi intermedi, accovacciati nelle loro autoreferenzialità non si sono stracciati le vesti. Afoni per arroganza e per calcolo, sono restati muti.  Risultato? L’impianto non si farà. Acqua fresca per i partiti, ma la democrazia diretta incassa un punto pesante.

La destinazione del risarcimento Tamoil è un altro esempio di inadeguatezza di alcuni corpi intermedi, nello specifico del Pd e dei suoi satelliti, della loro incapacità di cogliere il mood della città e di allinearsi con la proposta dell’Amministrazione comunale di utilizzare queste risorse per la sistemazione di piazza Roma. La soluzione è subito contestata da alcuni cittadini.  Non la ritengono un intervento ambientale, coerente con la destinazione dei 2,4 milioni di euro per il danno patito.

In un battibaleno, i no al progetto comunale raccolgono un migliaio di firme che frenano la marcia trionfale su piazza Roma. Non le polemiche che, invece, s’impennano con picchi da record per una dichiarazione di Roberto PoliCapogruppo Pd, partito di maggioranza in consiglio comunale, il consigliere perde un’occasione per tacere e dichiara: «Per quanto ci riguarda – il plurale majestatis è riferito al Pd – riteniamo di non avere necessità di lezioni di ambientalismo, tema sul quale abbiamo la massima sensibilità e attenzione» (Cremonasera, 2 aprile).

Sostenere che il Pd a Cremona sia il Lancillotto dell’ambientalismo, che sieda alla tavola rotonda dei Re Artù verdi è bondage politico autoimposto e autolesionista. È scegliere di salire sul rogo. Di essere San Sebastiano legato a un albero e trafitto dalle frecce. È l’azzardo di esporsi al tiro al bersaglio in un luna park. È l’aspirazione di passare alla storia per martire laico.

Non lezioni di ambientalismo, i maestri sono sempre antipatici. Solo un sintetico e incompleto ripasso della storia cittadina.

L’inceneritore, la cui vita è proiettata verso l’eternità è un cadeau del centrosinistra, Pds in testa a tirare il gruppo. 

Il nulla osta all’area logistica di 90mila metri quadri a San Felice porta lo stesso marchio.

L’autostrada Cremona-Mantova vede il Pd schierato tra i pasdaran favorevoli all’infrastruttura. 

Poi la costruzione all’interno del parco del Po e del Morbasco.

Se si vuole essere maramaldi e addentrarsi nelle storie dimenticate, c’è il prolungamento del canale navigabile fino a Milano. Una ferita per il territorio lunga cinquanta chilometri, vedeva tra i suoi sostenitori convinti il Pds. Rileggere gli articoli della presentazione dell’ultimo progetto avvenuta il 17 giugno 1991 può essere utile per capire il concetto molto personale di ambientalismo del Pd cremonese. 

Cremona è tra le città più inquinate d’Europa. Non è colpa del Pd, ma non ha mai dimostrato di dannarsi l’anima nell’affrontare il problema. 

Poli non è nuovo nel ruolo di agnello sacrificale. Già alla fine di aprile e inizio maggio di due anni fa, si era immolato sull’altare del partito.  Per il rinnovo del Consiglio di amministrazione di A2A erano state presentate tre liste. Una dei Comuni di Milano e Brescia. Un’altra dai fondi di investimento.  Una terza targata Aem, Cogeme, Inarcassa ed Enpam, sostenuta dal Comune di Cremona. Lista che non tocca palla e il suo candidato non entra nella stanza dei bottoni. 

Poli, già allora capogruppo Pd insieme ai colleghi di maggioranza Enrico Manfredini (Fare Nuova la città-Cremona attiva), Lapo Pasquetti (Sinistra per Cremona), firma un documento che trasforma la batosta in un trionfo politico.  «Per la prima volta – scrivono i tre – dunque questi territori, fuori Milano e Brescia, in sinergia con mondi del privato, hanno potuto competere con una lista sostenuta da fondi, per portare un componente di loro espressione diretta nel cda della maggior multi-utility italiana. Questo fatto è il dato politico importante e dimostra che, nell’operazione di partnership prima e di fusione poi tra Lgh e A2A, era ed è salda e forte l’intenzione di creare vere politiche industriali e sinergie lombarde importanti e significative» (Cremonasera, 30 aprile 2023).  Poi ammette: «La seconda lista di minoranza (quella comprendente Cremona ndr.), che nelle interlocuzioni e accordi precedenti con i vari attori avrebbe potuto aspirare al 7%, si è fermata invece poco sotto il 5% del capitale sociale, perché alcuni soci, che dalle interlocuzioni avute avrebbero potuto votarla, non l’hanno votata» (vittoriano zanolli.it, 7 maggio 2023). Cremona tradita dagli alleati, ma va tutto bene madama la marchesa. Cremona cornuta e mazziata, ma felice. Però il Pd è forte e non gli manca  il senso dell’ironia.

Si potrebbe concludere che la crisi sistemica dei corpi intermedi sia prodromica all’arrivo imminente di una nuova era.  Ma non è così. 

Nonostante la crisi sistemica dei corpi intermedi, nonostante i numerosi comitati nati a Cremona negli ultimi anni, nonostante le vittorie conseguite dai contestatori. Nonostante  tutto questo, la città resta ancorata a vecchi schemi e si muove secondo logiche consolidate. L’establishment resta inossidabile e impermeabile a qualsiasi mutamento non deciso da lui stesso. I politici di lungo corso dettano legge con bastone e carota. Dividono e imperano. Mischiano le carte, confondono i cittadini e non si capisce chi  sia Bruto  e chi Cesare.  I giovani per citare Trainspotting scelgono un lavoro, una carriera, una famiglia e un dannatissimo televisore grande. Anche la politica, se però garantisce un impiego.

I corpi intermedi in crisi non muoiono. Rinascono. Immutati. Come l’Araba Fenice.

 Resta la fantasia che lo sguardo e gli interessi dei comitati non si fermino solo sul proprio orticello, ma si spingano più in là, verso orizzonti più distanti. 

Un’utopia? Un sogno? Probabile, ma senza sogni e utopie non c’è vita. Non c’è speranza: Non c’è futuro.

 

Antonio Grassi 

Nella foto centrale Gino Ruggeri, promotore della causa per il risarcimento Tamoil, firma la petizione per la destinazione a fini ambientali dei 2,4 milioni di euro incassati dal Comune

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