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Ho letto con molto interesse l’articolo di Antonio Grassi sulla sanità pubblica alla deriva e vorrei aggiungere alcune considerazioni, visto che un pochino di sanità (sia pubblica che privata) me ne intendo.

Propongo, per ora,  alcune osservazioni relative al ruolo dei direttori generali che, come noto, non rispondono alla popolazione (quella che trae vantaggi oppure viene penalizzata dal funzionamento di una struttura ospedaliera) ma solamente a chi li ha nominati. Naturalmente alcuni di loro sono professionisti assai seri e competenti, ma in ogni caso il loro ruolo dipende dagli schieramenti della politica regionale e non è detto che il curriculum sul quale dovrebbero basarsi le loro scelte abbia un riscontro oggettivamente positivo sull’attività concreta, visto che ogni tanto succede qualcosa di assai curioso e che le attuali “pagelle” dei direttori generali inducono non poche perplessità sui loro risultati.

Diamo allora spazio alla fantasia ed immaginiamo un direttore generale che abbia in simpatia un medico del “suo” ospedale, simpatia ricambiata al punto che il predetto specialista potrebbe addirittura citarlo tra gli autori delle sue pubblicazioni scientifiche. Una cosa mai vista prima, ma, è bene sottolinearlo, si tratta solo di fantasticherie. Una “simpatia” con conseguenza pratiche, al punto che gran parte dei fondi destinati all’ospedale potrebbero venire impiegati per favorire l’attività del medico a lui assai simpatico.

Tutto bene? Certamente, specie per il beneficiario delle scelte aziendali, forse un po’ meno per il resto dell’assistenza ospedaliera. Sempre per assurdo, potrebbe però anche capitare che il direttore generale di nomina successiva abbia idee un po’ differenti e magari non mostri alcun interesse per il medico di cui sopra, la cui attività quindi verrebbe in qualche modo assai ridimensionata, mentre i fondi ospedalieri potrebbero anche prendere altre direzioni. Però dopo un direttore generale ne arriva un altro e quindi il nuovo, con una scelta differente, potrebbe anche ri-mettere lo specialista di cui sopra (tra l’altro non alieno da protezioni da parte di importanti personaggi locali) di nuovo al centro dell’attenzione della sua Direzione e quindi favorirne la carriera. Dalle stalle alle stelle, verrebbe da dire e però non è detto che uno dei prossimi direttori generali potrebbe avere idee differenti e quindi modificare di nuovo il ruolo e l’appoggio al medico di cui sopra. Di fatto senza che gli assistiti riescano a capire se esistano e, nel caso, come funzionano le politiche sanitarie, neppure a livello locale.

In parole povere, risulta spesso difficile comprendere quale siano gli obiettivi della dirigenza, se orientate al bene di un dipendente oppure al bene per la popolazione. Naturalmente quanto sopra raccontato è solo frutto di immaginazione, però qualche volta si potrebbe anche pensare che in fondo un ospedale del Servizio Sanitario Nazionale, a seconda di chi lo dirige, potrebbe anche non risultare differente rispetto alla maggior parte delle strutture finanziate con i soldi pubblici. Il che ci potrebbe portare alla conclusione che, se è meglio essere ricchi e stare bene che essere poveri e malati, è altrettanto vero che è meglio essere simpatici e raccomandati piuttosto che troppo seri e rigorosi (almeno nel pubblico).

Su queste basi (ipotetiche) trovo non del tutto corretto parlare bene del pubblico e male del privato, anche perché vicende fantasiose come quella sopra riportata non potrebbero accadere nel privato, visto che da quelle parti le scelte, giuste o sbagliate che siano, non sono a carico del contribuente e che ogni scelta strategica è basata su seri processi analitici, non su fantasiosi proclami, simpatie e appoggi esterni.

Anche nel privato si costruiscono nuovi ospedali (o nuovi reparti, che forse è decisamente meglio), però solo dopo una accurata analisi basata sugli sviluppi della Medicina, sulle nuove metodiche di analisi e di intervento, sulle patologie a cui fare riferimento, sulla disponibilità di specialisti, sulla loro competenza, sul loro coinvolgimento. Nulla che cada dall’alto senza alcuna analisi della situazione reale e sugli sviluppi futuri, nulla che non sia in qualche modo condiviso con la professionalità dei dipendenti.

Per tornare alla nostra situazione cremonese, il progetto di un nuovo ospedale è invece basato sull’affermazione che “si deve fare” e che “è tutto ormai deciso”. Senza alcuna analisi, senza un target specifico, senza alcuna visione della Sanità (sia di quella territoriale che di quella ospedaliera), senza programma, senza nulla in testa se non il fatto di voler spendere un sacco di soldi (nostri). Soldi che non ci sono per migliorare le condizioni economiche dei dipendenti, soldi che non ci sono per un’assistenza sanitaria sul territorio, soldi che non ci sono per ridurre le liste di attesa. Soldi che invece fanno gola a molti. Nulla di male in questo, i soldi piacciono a tutti, però qui si tratta dei soldi dei contribuenti e quindi sarebbe bello che ci fosse almeno un programma, non solo l’immagine di una sanità pubblica basata sullo spreco delle poche risorse che ci sono rimaste.  Nessuno si ricorda che prima che le politiche regionali si impadronissero della Sanità pubblica, l’Italia poteva vantare una delle migliori assistenze sanitarie a livello mondiale? No, nessuno se lo ricorda e, cosa ancor più grave, nessuno sembra rendersi conto di dove stiamo andando a finire.

Potremmo continuare a lungo, magari riprendendo l’argomento di un ospedale di secondo livello, ma questa è un’altra storia, anch’essa relativa alle favole che ci stanno raccontando e alle quali i cittadini (anche cremonesi) paiono particolarmente affezionati.

 

Pietro Cavalli

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