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Michele Bellini, 33 anni, consulente politico, si dimette da segretario provinciale del Partito Democratico. E lo fa con una lettera pubblica. Era stato eletto dall’assemblea provinciale del Pd il 26 gennaio dello scorso anno. Stretto collaboratore di Enrico Letta, ha lavorato nella direzione della Scuola di affari internazionali di Sciences Po a Parigi, dove si è specializzato in affari europei e diplomazia economica.

Ecco il testo della lettera.

“Quando mi sono candidato alla segreteria provinciale avevo assunto l’impegno di provare a favorire un rilancio della nostra Federazione. In questo tentativo ho messo energie, tempo e passione. L’esperienza di quest’anno mi ha portato però a concludere che non siano presenti le condizioni perché questo rilancio possa avvenire. È una mia valutazione, della quale sento il dovere di assumermi pienamente la responsabilità.Per questo, con grande rammarico e delusione, vi comunico le mie dimissioni, con effetto immediato” .

Con una lettera resa pubblica oggi, Michele Bellini, segretario della Federazione provinciale del Partito Democratico, lascia l’incarico. ”Si tratta di dimissioni anche politiche, di cui proverò a spiegarvi le motivazioni nelle prossime righe, con una premessa necessaria – prosegue la lettera -. Ad alcuni di voi probabilmente non piacerà ciò che scriverò, legittimamente convinti che alcune cose sia meglio non dirle in modo esplicito. Capisco questa preoccupazione e so bene che sarebbe più “comodo” per tutti, in primis per me, rifugiarmi dietro a motivazioni personali. Non ritengo però che questo sarebbe corretto né nei vostri confronti né nei confronti del partito stesso. La prima è di carattere strutturale e non riguarda soltanto il nostro territorio, anche se nei contesti più piccoli appare con maggiore evidenza. A livello locale siamo già diventati, di fatto, un “partito degli eletti”. Fare politica al di fuori delle istituzioni è oggi una missione quasi impossibile: non solo per ragioni materiali – legate al tempo, alle energie e alle risorse richieste – ma soprattutto perché è venuta meno la funzione di intermediazione tra società e istituzioni, che ormai interagiscono senza più bisogno dei partiti. Ne consegue che a fare politica sono sostanzialmente solo gli eletti, mentre chi ricopre ruoli di partito senza essere eletto è strutturalmente tagliato fuori e risulta utile quasi esclusivamente nelle campagne elettorali. La seconda ragione è più direttamente legata al nostro territorio. Alla prova dei fatti, sono troppo poche le persone che ricoprono un ruolo nel partito – formale o informale che sia – che credono davvero nella necessità di una dimensione provinciale. L’assenza di questa volontà è emersa con chiarezza, ad esempio, nella vicenda del nuovo regolamento finanziario. Il confronto sulla ripartizione delle risorse, in un contesto di evidente scarsità, ha messo in luce priorità e comportamenti. Di fronte alla necessità di individuare soluzioni capaci di tenere insieme esigenze diverse, è prevalsa la preoccupazione di tutelare esclusivamente il proprio ambito di riferimento, a scapito del livello provinciale e mostrando l’assenza di una reale volontà di collocarsi dentro una prospettiva unitaria e condivisa. La terza ragione è in parte una conseguenza delle prime due e mi riguarda più direttamente: per questo tipo di contesto, probabilmente, non sono la figura più adatta. Per poter essere davvero liberi di fare politica con coerenza è necessario disporre di una solida autonomia professionale e di molto tempo. Ne consegue che oggi riescono più facilmente a conciliare impegno politico locale e autonomia professionale coloro la cui attività lavorativa è già strettamente legata al territorio e consente di essere “dentro” i processi, senza dover dipendere dalla disponibilità degli eletti a coinvolgere chi non lo è. In questi casi, forse, è ancora possibile svolgere adeguatamente questo ruolo. Non è il mio caso. Ho intrapreso un percorso universitario di ricerca che comporta mobilità internazionale e, soprattutto, un intenso lavoro di studio e di confronto in più ambiti. Per tutte queste ragioni ritengo più giusto rassegnare le dimissioni, e farlo ora, così da consentire al partito di riorganizzarsi in vista degli importanti appuntamenti elettorali che ci attendono. Questo senza tuttavia negare che le scelte di studio e di ricerca siano state determinate anche dal nostro contesto politico locale, nel quale mi ero impegnato. Il programma con cui mi sono candidato si apriva con una domanda impegnativa: ha ancora senso fare politica? Continuo a credere che sì, abbia senso, e continuerò a farla e, per quanto mi sarà possibile, anche nel nostro territorio. Sono grato ai membri della segreteria provinciale che hanno accettato di starmi vicino per l’impegno dimostrato, così come a tutte le persone con cui ho potuto interagire in modo costruttivo. Un ringraziamento particolare va a chi continua a impegnarsi con passione, senza chiedere nulla in cambio: un impegno “puro”, disinteressato. A loro, soprattutto, vanno il mio pensiero e la mia gratitudine”.

Michele Bellini

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